Sistema immunitario. Ecco perché in vecchiaia funziona peggio. E come riattivarlo

Sistema immunitario. Ecco perché in vecchiaia funziona peggio. E come riattivarlo

Sistema immunitario. Ecco perché in vecchiaia funziona peggio. E come riattivarlo
Sarebbe colpa della proteina DUSP6, i cui livelli aumentano con l’età interferendo con l’attivazione delle difese dell’organismo. Per questo gli over-65 hanno più difficoltà a reagire alle malattie o a beneficiare dei vaccini. Ma gli scienziati rassicurano: “Abbiamo la sostanza che potrebbe risolvere il problema”.

Più si invecchia, più le difese immunitarie hanno difficoltà a proteggerci dagli agenti patogeni, rendendoci più vulnerabili alle malattie e al cancro, e meno reattivi ai vaccini. Uno studio della Stanford University potrebbe però oggi migliorare almeno quest’ultimo problema: bloccando l’azione di una sola proteina – i cui livelli aumentano lentamente con l’età – si può riattivare la risposta cellulare ai vaccini, ripristinandone i benefici. La scoperta è stata pubblicata su Nature Medicine.
 
Si tratta della proteina DUSP6, che interferisce con le capacità di un’importante classe di cellule immunitarie, impedendogli di rispondere alla presenza di sostanze esterne, come gli agenti patogeni o i vaccini usati per reprimerli. Gli scienziati hanno anche provato che esistono composti che possono inibire l’azione della molecola e ripristinare così la sensibilità persa nel tempo, a partire dai quaranta anni in poi. “Mentre circa il 90% dei giovani adulti risponde ai vaccini, dopo i sessanta anni di età la risposta scende sotto la soglia del 45%, arrivando per alcuni vaccini addirittura al 20%”, ha spiegato Jorg Goronzy, autore principale dello studio.
Per queste persone, infatti, ci sono diversi modo per tentare di migliorare la risposta ai vaccini. Una è semplicemente aumentarne la dose. Una seconda è l’uso di alcuni coadiuvanti: sostanze chimiche o combinazioni di queste che riescono a risvegliare il sistema di difese, e più in particolare quelle cellule capaci di riconoscere gli antigeni dei diversi patogeni, in modo che l’organismo possa reagire. Chiaramente, però, il problema di questo secondo approccio è che se il sistema immunitario ha difficoltà ad attivarsi contro virus e batteri – come spesso succede proprio nelle persone anziane – risulta comunque difficile per l’organismo combatterli. “I coadiuvanti, dunque, possono compensare solo la difficoltà del corpo anziano di riconoscere un antigene, ma non aiutarli nello specifico a debellare le malattie”, ha detto Goronzy.
 
Per questo, con il suo team, il ricercatore ha tentato di identificare quali fossero i meccanismi alla base di questa difficoltà, scoprendo che il problema sono appunto i livelli troppo alti della proteina DUSP6. Mettendo a confronto le cellule del sangue di persone di età compresa tra i 20 e i 35 anni, e quelle di persone di età compresa tra i 70 e gli 85, hanno osservato la risposta agli stimoli esterni: test di laboratorio hanno così dimostrato che la particolare molecola spegne l’attività di alcuni enzimi che hanno un ruolo cruciale nell’attivazione dei linfociti T helper, le cellule che regolano il sistema immunitario.
Goronzy e colleghi hanno poi osservato che tutto ciò accade a causa della diminuzione del quantitativo nell’organismo di miR-181a, una delle migliaia di piccole molecole molecole di Rna che regolano la produzione proteica: con il passare dell’età, i livelli di miR-181a all’interno dei linfociti T helper diminuiscono fino ad arrivare al minimo intorno all’età di 65 anni e poiché queste molecole servono proprio a interferire con la produzione di DUSP6, il livelli di quest’ultima cominciano a salire in corrispondenza. Tuttavia, gli scienziati hanno anche osservato che una particolare sostanza già studiata in passato da altri ricercatori, siglata BCI, potrebbe essere capace di contrastare tutto questo meccanismo. “Siamo ancora lontani dalle applicazioni cliniche, visto che prima di arrivare ai test sugli esseri umani dobbiamo dimostrare incontrovertibilmente che la sostanza è abbastanza sicura”, ha spiegato il ricercatore. “In ogni caso se tutto ciò si dimostrasse veramente possibile, avremmo trovato un modo per correggere finalmente i difetti che si presentano nel sistema immunitario durante la vecchiaia. E ciò potrebbe forse permetterci di invecchiare in salute”.

04 Ottobre 2012

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