Dallo studio di Fase III ADAURA è emerso che osimertinib di AstraZeneca è in grado di offrire un beneficio in termini di sopravvivenza globale sostenuto e clinicamente significativo a otto anni rispetto a placebo nel trattamento adiuvante dei pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule (NSCLC) in stadio precoce (IB, II e IIIA) con mutazioni del recettore del fattore di crescita epidermico (EGFRm), dopo resezione completa del tumore con intento curativo.
Questi risultati sono stati presentati in occasione del Simposio Presidenziale alla World Conference on Lung Cancer IASLC 2026 ((Seoul, 12-15 settembre) -organizzata dall’International Association for the Study of Lung Cancer – e simultaneamente pubblicati dal Journal of Thoracic Oncology. Osimertinib è un inibitore dell’EGFR.
I dati nel dettaglio
Nella popolazione dell’analisi primaria, composta da pazienti con malattia in stadio II–IIIA, osimertinib ha ridotto del 47% il rischio di morte rispetto al placebo (HR 0,53; IC 95%: 0,38–0,75): a otto anni, il 74% dei pazienti era ancora in vita, rispetto al 58% nel braccio placebo.
Nella popolazione complessiva, comprendente pazienti con malattia in stadio IB–IIIA, osimertinib ha ridotto del 48% il rischio di morte rispetto al placebo (HR 0,52; IC 95%: 0,39–0,71). In questo gruppo, la percentuale di pazienti vivi a otto anni è risultata pari al 79%, rispetto al 64% osservato nel braccio placebo. Il beneficio è stato osservato in tutti i sottogruppi predefiniti.
“I risultati dello studio ADAURA sono senza precedenti e mostrano i benefici significativi e a lungo termine grazie all’utilizzo precoce di osimertinib per tre anni dopo la chirurgia, con un miglioramento significativo della sopravvivenza globale – afferma Antonio Passaro, Direttore della Divisione di Oncologia Toracica all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano – Quasi 8 pazienti su 10 sono vivi a otto anni, con una riduzione del rischio di morte del 48%”.
“Osimertinib, disponibile in Italia dal 2022 nel trattamento adiuvante della malattia in stadio iniziale – continua Antonio Passaro – ha rappresentato un vero e proprio cambio di paradigma, che ha visto l’introduzione della medicina di precisione in una popolazione di pazienti in cui l’intento dei trattamenti è la cura. Il beneficio prolungato della sopravvivenza globale, evidenziato dallo studio ADAURA, rafforza l’importanza di dare priorità al test EGFR al momento della diagnosi, all’interno di una gestione multidisciplinare, affinché il maggior numero possibile di pazienti possa beneficiare di questa terapia in grado di cambiare la storia della malattia”.
La sicurezza e la tollerabilità di osimertinib sono risultate coerenti con il profilo già consolidato, senza nuovi problemi di sicurezza.
Le evidenze real world
A integrazione dei risultati dello studio clinico ADAURA, le evidenze real-world presentate al Congresso di Seoul – provenienti da uno studio di coorte retrospettivo su pazienti statunitensi con NSCLC EGFRm in stadio iniziale (I-IIIA) – hanno mostrato come l’interruzione precoce di osimertinib prima del completamento del ciclo di trattamento di tre anni abbia più che raddoppiato il rischio di recidiva di malattia o di morte. Questi risultati rafforzano l’importanza di mantenere la durata completa del trattamento stabilita nello studio ADAURA e sottolineano la necessità della comunicazione tra medico e paziente per favorire la continuità del trattamento.
Effiicacia di osimertinib nella malattia in fase avanzata
Nel setting di malattia in fase avanzata, altri dati presentati al Congresso, relativi allo studio di fase III FLAURA2, hanno confermato i benefici della terapia di combinazione osimertinib con chemioterapia a base di platino e pemetrexed in prima linea nei pazienti con NSCLC avanzato EGFR-mutato.
I risultati di un’analisi sulla safety hanno mostrato che, con un follow-up a lungo termine (mediana di 42,6 mesi), il profilo di sicurezza e tollerabilità della combinazione osimertinib più platino-pemetrexed è rimasto coerente con i profili di sicurezza consolidati dei farmaci, evidenziando una progressiva riduzione dell’insorgenza di nuovi eventi avversi dopo la fase iniziale di induzione.
Un’ulteriore analisi esplorativa ha mostrato che, sebbene la presenza al basale anche della mutazione TP53 sia un fattore prognostico negativo, vi è un vantaggio numericamente superiore in termini di sopravvivenza libera da progressione e sopravvivenza globale per la combinazione con la chemioterapia rispetto alla monoterapia indipendentemente dalla sua presenza.