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Coronavirus. Le Unità speciali di continuità assistenziale sono attive solo in 12 Regioni. A loro il compito di assistere i positivi a casa. Indagine Fimmg per Quotidiano Sanità

di Luciano Fassari

Le Usca, istituite col Decreto legge 14 del 9 marzo, dovevano essere attivate entro il 20 marzo da tutte le Regioni e PA per gestire la sorveglianza dei malati di Covid in isolamento domiciliare (quasi 70mila in tutta Italia secondo i dati di ieri). Ma alla loro attivazione mancano ancora molte Regioni e tra quelle che le hanno già messe in campo (Abruzzo, Basilicata, Emilia Romagna, Campania, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Valle d’Aosta, Sicilia, Toscana e Veneto) si registrano molte differenze su come gestirle e sulle loro funzioni 

12 APR - Sono state previste dal Decreto legge 14/20 del 9 marzo e dovevano essere attivate entro 10 giorni da quella data. Ma la realtà è che le Unità speciali di continuità assistenziali (Usca) ad oggi sono state attivate da 12 Regioni su 21 e come consuetudine, ognuna ha scelto una strada diversa, come rileva il sindacato dei medici di famiglia Fimmg in una indagine sulla situazione nelle varie Regioni effettuata in collaborazione con Quotidiano Sanità. Ad oggi (dati aggiornati all'8 aprile) le Usca risultano attive in Abruzzo, Basilicata, Emilia Romagna, Campania, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Valle d’Aosta, Sicilia, Toscana e Veneto.
 
Ma facciamo prima un passo indietro e chiariamo cosa sono le Usca e cosa prevedeva il Decreto legge.
Le Usca vanno istituite presso una sede di continuità assistenziale già esistente e ne dev’essere costituita una ogni 50.000 abitanti (anche se le Regioni nelle loro linee guida lasciano margini di discrezionalità in considerazioni delle differenze territoriali).
 
Il loro compito è la gestione domiciliare (consulto telefonico, video consulto, visite domiciliari) dei pazienti affetti da Covid-19 che non necessitano di ricovero ospedaliero che stando agli ultimi dati sono quasi 70mila persone. Insomma, le Usca dovrebbero avere il compito di essere le sentinelle sul territorio per monitare i pazienti affetti da Covid.
 
L'unità speciale dev’essere costituita da un numero di medici pari a quelli già presenti nella sede di continuità assistenziale prescelta. Possono far parte dell'unità speciale: i medici titolari o supplenti di continuità assistenziale; i medici che frequentano il corso di formazione specifica in medicina generale; in via residuale, i laureati in medicina e chirurgia abilitati e iscritti all'ordine di competenza. In alcune regioni si è data possibilità di partecipazione anche ai Medici di Famiglia, Pediatri di Libera Scelta e medici dell’Emergenza territoriale 118.
 
L'unità speciale dev’essere attiva sette giorni su sette, dalle ore 8.00 alle ore 20.00, e ai medici per le attività svolte nell'ambito della stessa è riconosciuto un compenso lordo di 40 euro ad ora.
 
L’analisi Fimmg. “La situazione nazionale appare variegata” precisa la Fimmg evidenziando come “la partecipazione dei medici, su base volontaria, vede impegnati soprattutto medici di Continuità Assistenziale (MCA), medici in Formazione (MIF) o medici abilitati (MA), reclutatati con diverse modalità dalle Regioni”.
 
Bandi regionali e bandi aziendali.“In alcuni casi – dalla rilevazione - è stato previsto un bando Regionale, in altri si è optato per bandi aziendali, altri ancora hanno previsto forme di adesione interna, con interpello di medici già operanti nell’ASL o tramite autocandidature”.
 
Copertura assicurativa differente. La Fimmg rileva che “essendo l’attività delle USCA riconosciuta come attività “convenzionata”, la copertura assicurativa in molte Regioni è quella prevista dall’ art. 73 ACN vigente (Emilia Romagna, Piemonte, Valle D’Aosta, Sicilia, Veneto). Fanno eccezione l’Abruzzo, la Basilicata, la Lombardia e la Campania nelle quali la copertura assicurativa non viene espressamente citata negli accordi e sarà, probabilmente, demandata alla contrattazione delle singole ASL/ASP. In ultimo, la bozza proposta per le Marche inserirebbe l’INAIL per infortunio sul lavoro, mentre la Regione Toscana nel bando riporta la seguente dicitura: “copertura assicurativa per i rischi di salute per il medico e verso terzi” senza ulteriore specificazione”.
 
Trattenute pensionistiche e fiscali. Per quanto riguarda invece la previdenza e le trattenute fiscali il sindacato rimarca come “fatta eccezione per i documenti istitutivi di Campania, Lombardia, Umbria e Valle D’Aosta, per le quali nulla non è specificato nulla negli accordi (ipotizziamo vengano lasciate alla contrattazione aziendale), in tutte le altre Regioni, essendo riconosciuta come attività convenzionale, viene remunerata esattamente come per i MCA, con trattenuta IRPEF e relativo versamento Enpam”.
 
Tamponi non per tutti i medici.“Tutti i bandi/accordi Regionali  -specifica l’analisi - affrontano il tema della sicurezza sul lavoro e dettagliano l’uso dei Dispositivi di Protezione Individuale, elemento previsto per altro dal D.L. n. 14 del 9 marzo 2020. Solo in una azienda è invece prevista la sorveglianza sanitaria a favore dei medici: la AUSL della Romagna ha stabilito l’esecuzione di tamponi per i medici delle USCA. In Sicilia e Lombardia viene data la possibilità dell’esecuzione dei tamponi previa verifica di fattibilità”.
 
Sperimentazioni protocolli farmaceutici solo in alcune Regioni. Per i medici delle USCA di Lombardia e Toscana si è altresì previsto un programma clinico-operativo molto ben dettagliato, con anche la possibilità di sperimentare protocolli farmaceutici. Si rimarca comunque la centralità del Medico di Famiglia (e del Pediatra di libera scelta) nella gestione del paziente di cui di fatto è responsabile, soprattutto in alcune Regioni, su tutte Sicilia e Campania.
 
Il problema di come garantire la sicurezza degli operatori sanitari.“Una criticità che ci viene spesso segnalata- dichiara Tommasa Maio, Segretario Nazionale FIMMG CA- è la scelta di prevedere la condivisione di autovetture, strumenti e ambienti con i medici della Continuità Assistenziale senza alcuna garanzia di protocolli per la sanificazione degli stessi dopo ogni turno e senza garantire il distanziamento interpersonale tra i medici. Questa fatto appare ancora più grave se si considera che buona parte di questi medici sarà quotidianamente esposto al contatto con malati Covid positivi e quindi al rischio di contagio in assenza di qualsivoglia sorveglianza sanitaria che invece dovrebbe essere garantita a tutti. In Lombardia si è arrivati a lasciare in servizio personale sanitario positivo finché asintomatico. Il prezzo che ha pagato la medicina generale in termini di decessi è evidente. Nessuno però quantificherà mai quanti pazienti siano stati contagiati da operatori sanitari positivi.”
 

 
 Luciano Fassari

12 aprile 2020
© Riproduzione riservata

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