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Una foto che dice più di mille parole sul sentiment del Governo

di Cesare Fassari

Nessuno dei 23 “pezzi” della scacchiera, immaginata da Mattarella e realizzata da Draghi, dà l’idea di voler abbandonare la “propria” storia. Lo dicono la posa, il volto, la mancanza di empatia e complicità che solo chi non vuol vedere non nota in questa magnifica foto scattata dai fotografi del Quirinale. E’ come se i “bianchi e i neri” della scacchiera avessero deciso di posare “per una volta” con lo sguardo nella stessa direzione e non contrapposto come dovrebbe essere per due squadre pronte alla pugna

14 FEB - Una foto dice spesso più di molte parole. E quella scattata dai fotografi del Quirinale dopo il giuramento dei 23 ministri del Governo Draghi ci dice molto sul sentiment di quello che, nell’auspicio del presidente Mattarella, dovrebbe essere quel Governo “di alto profilo che non debba identificarsi con alcuna formula politica”.
 
Con sentiment - che la Treccani definisce come “stato d'animo, convinzione, valutazione che si forma sulla base di sensazioni, emozioni, impressioni” - intendiamo qualcosa che ha più a vedere con il “sentire” interno e intimo, in questo caso di quelle 25 figure istituzionali (i 23 ministri più Draghi e Mattarella) fermate nello scatto fotografico, che con la narrazione politica che si sta tuttora cercando di dare a questa inedita maggioranza che, e qui Mattarella dovrebbe essere contento, non può in alcun modo essere identificata in una “nuova” formula politica, tanto diverse ne sono le anime e le storie che la compongono.
 

 
In questo senso non vale neanche il ragionamento che di alleanze atipiche in questa legislatura se ne siano già viste due (prima Lega e Cinque Stelle e poi Cinque Stelle e PD & C.) considerando che in quei casi si trattò, prima di un vero e proprio “contratto di Governo” e poi di un laboratorio di una possibile alleanza politica, almeno tra una parte dei componenti.
 
Nel caso della maggioranza che al momento sostiene Draghi non c’è invece né un contratto tra pari/diversi né ovviamente un accordo tra simili.
 
Quello che si manifesta nella foto del Quirinale è il tentativo ardito di fare di questo Governo bicefalo (tecnico-politico) un nuovo esperimento mai provato neanche nel Paese delle formule politiche più ardite e che, per cercare di spiegarlo, necessiterebbe addirittura di una rilettura di quel saggio profetico “La fine della storia” (ma che poi così profetico non fu) scritto dal politologo statunitense Francis Fukuyama nel 1992 che prefigurava, dopo il crollo dell’Unione sovietica, la fine di un mondo diviso in due dalle ideologie, immaginando per l’umanità un destino comune nel segno delle democrazie liberali, del capitalismo e dello stile di vita occidentale.
 
E forse solo con la “Fine della storia” si può dare una spiegazione a questa foto dove, con una scenografia posturale inquietante (e non solo per il Covid, la cui presenza ci ricorda la mascherina indossata però dal solo neo ministro del Lavoro Andrea Orlando), vediamo in posa, diritti come pezzi di una scacchiera, personalità così diverse per storia, parole, atti.
 
Ma sappiamo che la storia è tutt’altro che finita. Nessuno dei 23 “pezzi” della scacchiera immaginata da Mattarella e realizzata da Draghi, dà l’idea di voler abbandonare la “propria” (di storia).
 
Lo dicono la posa, il volto, la mancanza di empatia e complicità che solo chi non vuol vedere non nota in quella magnifica foto.
 
E’ come se i “bianchi e i neri” della scacchiera avessero deciso di posare “per una volta” con lo sguardo nella stessa direzione e non contrapposto come dovrebbe essere per due squadre pronte alla pugna.
 
La pugna è infatti al momento archiviata, ma non sepolta. La pace tra “bianchi e neri” non è mai stata firmata, al massimo siamo di fronte a una tregua dalla quale si è sfilata per ora solo Giorgia Meloni, sempre più nel ruolo di chi sa aspettare il suo momento vedendo crescere il consenso, senza far nulla.
 
E che la pugna sia solo archiviata lo testimoniano le parole che il neo premer Draghi avrebbe detto ai suoi cavalieri in apertura del primo consiglio dei ministri dopo il giuramento, un’oretta dopo lo scatto della nostra foto: “So che abbiamo e avete sensibilità diverse. Ma bisogna metterle da parte. L'unità qui non è un'opzione ma un dovere. La messa in sicurezza del Paese viene prima degli interessi di parte” (ho preso qui il virgolettato attribuito a Draghi da il Manifesto, ma il tono è lo stesso in tutti i giornali che evidentemente hanno ricevuto tutti il medesimo “pizzino”).
 
Quindi le armi nel cassetto e al lavoro. E qui torniamo al sentiment. Ma con quale “stato d'animo, convinzione, valutazione, emozioni, impressioni”, i nostri 23 cavalieri affronteranno la sfida?
 
Dando per scontato (ma non è detto) che gli 8 “tecnici” non abbiano un sentiment preconcetto verso questa avventura, gli altri 15 “politici” riusciranno a spogliarsi di anni e anni di storia personale e collettiva e lavorare veramente all’unisono?
 
Si potrà osservare che, a parte gli esempi recenti dei Governi ad asse 5 Stelle con diversi alleati, soprattutto nella prima Repubblica, di Governi con più partiti ve ne sono stati diversi fino all’ultimo e più vasto esperimento del pantapartito.
 
Ma rispetto a questo Governo ci sono almeno due differenze sostanziali: la prima è che si trattava di Governi politici al 100% frutto di trattative e negoziati tra i partiti dove il presidente del Consiglio era al massimo un primus inter pares (senza quell’alone di uomo solo al comando che via via si è affermata negli ultimi decenni) e dove le decisioni importanti venivano comunque prese fuori da Palazzo Chigi nelle segreterie dei partiti di maggioranza; la seconda è che in ogni caso si viveva appieno in quella “storia”, ante Fukuyama, con l’esclusione permanente dei due estremi dell’arco parlamentare: la destra missina e il Partito comunista.
 
Oggi le segreterie dei partiti sembrano essersi dissolte (in molti casi non esistono neanche più come tali e in altri subiscono da tempo la logica dell’identificazione con la propria rappresentanza governativa, annullandone così la capacità di orientare dall’esterno le politiche) e poi non esiste più nessuna forza politica “esclusa” a priori in base alla sua ideologia (Fratelli d’Italia, lo abbiamo visto ha “scelto” di stare fuori).
 
Ma la politica c’è ancora e siamo certi che non passerà troppo tempo prima di un suo ritorno da protagonista sia per le imminenti scadenze elettorali locali (Roma, Milano, Napoli, Bologna, Torino, ecc.) sia per l’elezione del Capo dello Stato che negli ultimi anni è sempre stata foriera di grandi sommovimenti politici.
 
E poi non dimentichiamo che se oggi sembra passata liscia la scelta di Draghi e Mattarella di affidare ai tecnici i ministeri più strategici e quelli più impegnati nella gestione del Recovery domani è molto plausibile che la politica voglia tornare a dire la sua anche su questi dossier.
 
Senza dimenticare che in ogni caso, al più tardi, tra due anni si andrà a votare per il rinnovo del Parlamento “dimezzato” e che ciò potrebbe tagliare le gambe a Draghi prima del tempo essendo molto difficile farsi la guerra l’un contro l’altro nei comizi sedendo allo stesso tavolo a Palazzo Chigi.
 
Ma questo è il domani…oggi c’è quella foto che più di ogni parola testimonia che, forse, i primi a non sapere bene cosa li aspetti sono proprio loro, i 23 cavalieri scelti dai due grandi demiurghi in prima fila.
 
Cesare Fassari

14 febbraio 2021
© Riproduzione riservata

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