Coronavirus e modello coreano: anche da noi più tecnologia al servizio della salute pubblica

Coronavirus e modello coreano: anche da noi più tecnologia al servizio della salute pubblica

Coronavirus e modello coreano: anche da noi più tecnologia al servizio della salute pubblica
In Corea del Sud i malati di COVID-19 sono stati sottoposti, nella maggior parte dei casi, a quarantena domiciliare, monitorati tramite strumenti di telemedicina da medici specializzati nella gestione di epidemie. E’ stata persino diffusa un'applicazione in grado di segnalare la presenza di una persona COVID positiva entro 100 metri. Passata la tempesta dovremo investire in ricerca ed innovazione tecnologica

La Corea del Sud all’inizio di marzo aveva un numero di casi giornalieri di COVID-19 doppio rispetto all’Italia eppure in pochissimo tempo il rapporto si è ribaltato e ciò che più colpisce è la differenza del tasso di letalità tra i due paesi, cioè il rapporto tra morti e casi censiti, dieci volte più basso in Corea rispetto all’Italia.

Fino a giovedì 19 Marzo la Corea del Sud aveva registrato 8.565 casi di contagio da nuovo coronavirus, ma solo 90 morti. A confronto l’Italia, che alla stessa data aveva 33.190 pazienti infetti, presentava un numero di decessi molto superiore (3405) eppure anche in Corea gli ospedali non erano adeguatamente attrezzati per affrontare l’emergenza in atto, con un numero di posti letto in terapia intensiva del tutto insufficiente.
 
Come si spiega questo divario? C’è una prima sostanziale differenza da tenere in considerazione ed è la modalità di coinvolgimento della popolazione, che in Corea del Sud ha partecipato in modo attivo al monitoraggio della diffusione dell’infezione con il ruolo di contribuire ad arginare il contagio; è stata informata e guidata a diventare parte di un processo; resa consapevole che la positività al test imponeva misure di assoluto isolamento evitando di mettere in quarantena intere comunità. In Corea infatti non è stata isolata nemmeno la città focolaio, Daegu.
 
Un’altra differenza eclatante è l’altissimo numero di test diagnostici effettuati: in Corea sono stati eseguiti ben 20 mila tamponi al giorno in 500 cliniche distribuite su tutto il Paese, con un contatto tra operatore e paziente ridotto all’essenziale, per evitare che gli ospedali diventassero essi stessi focolai.
 
Eseguire test a tappeto ha consentito la diagnosi precoce che ha sicuramente contribuito a tenere particolarmente basso il tasso di mortalità. Del resto anche l’esperimento di Vo’ Euganeo, dove tutta la popolazione è stata sottoposta a tampone, ha dimostrato che gran parte dei contagiati sono giovani ed asintomatici e se non individuati precocemente rischiano di contagiare soggetti fragili. Certo la Corea ha una popolazione più giovane, con solo il 14% di over-sessantacinquenni e questo sicuramente ha avuto un peso sia sulla minore incidenza di casi critici sia sulla maggiore compliance dei cittadini nel partecipare attivamente al monitoraggio dell’epidemia anche attraverso strumenti digitali.
 
In Corea del Sud infatti i malati di COVID-19 sono stati sottoposti, nella maggior parte dei casi, a quarantena domiciliare, monitorati tramite strumenti di telemedicina da medici specializzati nella gestione di epidemie. Per tracciare la mappa dei contatti dei pazienti contagiati sono stati utilizzati i tracciati GPS dei telefoni cellulari, i dati sull’utilizzo delle carte di credito, le telecamere a circuito chiuso. Sono state integrate le banche dati delle forze dell’ordine, delle società telefoniche, delle assicurazioni sanitarie e delle autorità finanziarie.
 
E’ stata persino diffusa un'applicazione in grado di segnalare la presenza di una persona COVID positiva entro 100 metri in modo che chi non volesse rischiare di infettarsi potesse scegliere di tenersi lontano. In definitiva, per sopperire alla carenza di un sistema sanitario impreparato davanti alle emergenze, i cittadini hanno accettato di affidarsi alla tecnologia per arginare i contagi, scambiando la propria salute con un maggiore controllo sociale e meno privacy.
 
Per la prima volta nella storia, la tecnologia ha giocato quindi un ruolo determinante nel contrasto di una pandemia. Viviamo in mondo in cui la rivoluzione digitale, con le sue molteplici applicazioni, permea ogni aspetto della nostra società, diventandone di fatto il linguaggio principale. I dati sono l’elemento chiave del nostro tempo, ne rappresentano la reale risorsa, e creare strutture di raccolta, elaborazione e condivisione diventa fondamentale per dare risposte immediate a qualsiasi evento di portata eccezionale come quello che stiamo vivendo. Stranamente però nel nostro Paese la tecnologia non è ancora parte integrante del Sistema Sanitario Nazionale, nonostante potrebbe chiaramente renderlo più snello ed efficiente.
 
Ecco perché adesso è arrivato il momento di cogliere questa sfida e dedicarci con tenacia e volontà ai percorsi di digitalizzazione e telemedicina. Esiste una tecnologia a servizio della sanità che va al di là del fascicolo sanitario elettronico (di cui si parla da un decennio ma che è realtà solo in alcune aeree del Paese), al di là dei servizi online (consultazione di referti diagnostici o specialistici), al di là degli strumenti utilizzati per l’interazione con i pazienti (e-mail, sms, social network).
 
Esiste una tecnologia a servizio della sanità che è fatta di dispositivi indossabili (wearable devices) che permettono a medici e pazienti di interagire a distanza. Si tratta di biosensori inseriti su capi di abbigliamento, orologi (smartwatch), magliette, scarpe, pantaloni, cinture, fasce (smart clothing), occhiali (smart glasses) in grado di rilevare e misurare diversi parametri biologici (frequenza cardiaca, respiratoria, saturazione di ossigeno, temperatura corporea, pressione arteriosa, glucosio, sudore, respiro, onde cerebrali) e fornire informazioni sullo stato di salute e addirittura sullo stile di vita di un individuo (attività fisica, sonno, alimentazione, calorie consumate).
 
Quanto saremmo stati veloci nell’individuare i casi sospetti di contagio, isolarli, mettere in atto i protocolli di sicurezza e di contenimento se avessimo avuto a disposizione strumenti digitali per la raccolta e lo scambio di dati sanitari? Quanto uno strumento di tracciatura elettronica dei contatti avuti dai soggetti positivi avrebbe aiutato nell’individuare i soggetti a rischio? Quanti operatori sanitari avremmo salvato se avessero avuto a disposizione strumenti di telemedicina per interagire con i propri pazienti riducendo all’essenziale i contatti fisici?

La buona notizia è che non è mai troppo tardi ed anche in Italia, nel lodigiano, da una settimana, un team di Medici Senza Frontiere con a capo la presidente di Msf Italia, infettivologa, esperta di epidemie, sta affiancando i medici del territorio nell’assistenza ai malati Covid che non hanno bisogno di ricovero ospedaliero, permettendo il loro monitoraggio a domicilio grazie ad un wearable device che consiste in un braccialetto elettronico che misura i parametri da tenere sotto controllo (saturazione, pressione arteriosa, temperatura). Allo stesso tempo un’azienda italiana di software ha messo a punto un progetto che utilizza la tecnologia dell’Intelligenza Artificiale ed è finalizzato a monitorare da remoto i pazienti assistiti a domicilio che non sono più in fase acuta di malattia.

La tecnologia quindi si affaccia timidamente anche nel nostro sistema sanitario nazionale e se oggi il nostro impegno è sconfiggere questa pandemia con ogni mezzo a disposizione, domani, passata la tempesta, dovremo essere bravi a fare tesoro dell’esperienza vissuta e degli insegnamenti ricevuti. Prima di ogni altra cosa, deve essere deciso l’impegno ad investire in ricerca ed innovazione tecnologica. Puntare verso l’avanguardia tecnologica vorrà dire permettere al nostro Paese, ricco di tradizione, cultura, risorse umane eccellentemente formate e potenzialità, di tornare a correre veloce ed essere culla di rinascimento scientifico, oltre che di nuovo umanesimo.
 
Considerare la ricerca come voce di investimento, e non voce di spesa che grava sui conti pubblici, vorrà dire valorizzare i nostri giovani talenti e non costringerli ad emigrare per veder riconosciuti i propri meriti. Dare a noi stessi la possibilità morale di dimostrare che abbiamo una visione e che teniamo al futuro quanto teniamo al presente significherà avere nei fatti la facoltà di costruire un paese migliore imparando dagli errori del passato.
 
Sen. Maria Domenica Castellone
M5S, Commissione Sanità Senato

Maria Domenica Castellone

23 Marzo 2020

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