Dai farmaci alle nuove tecnologie, per l’innovazione in sanità i professionisti chiedono finanziamenti stabili e programmazione pluriennale

Dai farmaci alle nuove tecnologie, per l’innovazione in sanità i professionisti chiedono finanziamenti stabili e programmazione pluriennale

Dai farmaci alle nuove tecnologie, per l’innovazione in sanità i professionisti chiedono finanziamenti stabili e programmazione pluriennale

Nuova Quick Survey di Quotidiano Sanità su oltre 300 professionisti sanitari. Il 34% delle risposte indica come strumento più efficace programmi di investimento che tengano insieme innovazione, infrastrutture e competenze. Tra i criteri di allocazione prevale la capacità di rispondere a bisogni di salute non adeguatamente coperti, indicata dal 27%. Ma il principale ostacolo resta la mancanza di risorse programmabili nel tempo.

L’innovazione sanitaria non può vivere di finanziamenti episodici, procedure isolate o singole misure scollegate dal funzionamento reale del Servizio sanitario nazionale. Perché nuove tecnologie, farmaci, modelli organizzativi e strumenti digitali producano valore, servono programmazione, competenze, infrastrutture e capacità di inserirli concretamente nei percorsi assistenziali.

È il messaggio che emerge dalla nuova Quick Survey di Quotidiano Sanità, la seconda dedicata ai temi della Legge di Bilancio, che ha raccolto il punto di vista di oltre 300 professionisti sanitari sugli strumenti più efficaci per sostenere l’accesso alle innovazioni sanitarie, sui criteri di allocazione delle risorse e sui principali ostacoli alla diffusione dell’innovazione nel Ssn.

Il primo dato riguarda gli strumenti di finanziamento. La voce più indicata, con il 34% delle risposte espresse, è rappresentata dai programmi di investimento che includano innovazione, infrastrutture e competenze. Al secondo posto si colloca il rafforzamento dei fondi ordinari del Ssn, con il 23%. Seguono, sullo stesso livello, i modelli di finanziamento o rimborso collegati ai risultati prodotti, gli stanziamenti definiti nell’ambito di una programmazione pluriennale e le risorse nazionali integrate da una programmazione regionale, tutti intorno al 14%.

Il dato è interessante perché sposta la discussione oltre la semplice richiesta di fondi aggiuntivi. I professionisti sembrano indicare una direzione precisa: l’innovazione non richiede soltanto denaro, ma un ecosistema capace di assorbirla. Non basta finanziare una nuova tecnologia o una nuova prestazione se poi mancano competenze, organizzazione, infrastrutture, continuità di programmazione e strumenti per valutarne gli effetti.

“Il messaggio della survey è molto concreto”, osserva Giada Bassani, Senior Research Manager di Homnya. “I professionisti non sembrano chiedere solo più fondi per l’innovazione, ma investimenti capaci di tenere insieme strumenti, infrastrutture e competenze. È una lettura molto pragmatica: l’innovazione produce valore solo se il sistema è nelle condizioni di adottarla e integrarla nei servizi”.

La seconda domanda affronta i criteri con cui allocare le risorse per l’innovazione sanitaria. Anche qui la risposta più forte non riguarda la rapidità in sé, né la sostenibilità economica considerata da sola. Al primo posto, con il 27% delle risposte, c’è la capacità di rispondere a bisogni di salute non adeguatamente coperti. Seguono l’uniformità dell’accesso nei diversi territori, al 18%, l’impatto sull’organizzazione e sull’efficienza dei servizi, al 17%, e il valore clinico e assistenziale prodotto, al 16%. La sostenibilità della spesa nel medio-lungo periodo raccoglie il 15%, mentre la tempestività nell’introduzione delle innovazioni si ferma al 7%.

La gerarchia delle risposte dice molto. L’innovazione non viene letta come valore in sé, ma come risposta a bisogni ancora scoperti. Non basta che una tecnologia sia nuova. Deve servire dove il sistema oggi non riesce a rispondere in modo adeguato, deve essere accessibile nei territori, deve migliorare l’organizzazione dei servizi e deve produrre valore clinico misurabile.

In altre parole, l’innovazione viene valutata meno per la sua novità e più per la sua capacità di cambiare realmente la presa in carico.

“Il criterio più citato è la risposta ai bisogni non coperti”, spiega Bassani. “Questo significa che i professionisti guardano all’innovazione in modo selettivo. Non chiedono di introdurre tutto più rapidamente, ma di dare priorità a ciò che può colmare vuoti assistenziali reali, ridurre divari e migliorare il funzionamento dei percorsi”.

La survey mostra però anche dove il sistema oggi fatica di più. Tra i principali ostacoli alla diffusione delle innovazioni nel Ssn, il primo è rappresentato dalle risorse insufficienti o non programmabili nel tempo, indicate dal 25% delle risposte. Subito dopo vengono la mancanza di percorsi e competenze per integrare l’innovazione nell’organizzazione dei servizi, al 23%, e le differenze nella capacità di adozione tra territori e strutture, al 19%. Seguono i tempi e la complessità dei processi di valutazione e accesso, al 17%, l’insufficiente disponibilità di dati interoperabili e la difficoltà nel misurare i risultati, al 9%, e i modelli di acquisto non adeguati a valutare il valore complessivo, al 7%.

Il quadro è chiaro: il problema non è solo autorizzare o finanziare l’innovazione. Il problema è renderla effettivamente adottabile. Se mancano programmazione, competenze, percorsi, dati, capacità organizzativa e criteri di valutazione coerenti, l’innovazione rischia di restare disponibile sulla carta ma diseguale nella pratica.

La fragilità più evidente riguarda il tempo. Non il tempo clinico, ma il tempo della programmazione. Risorse non programmabili, finanziamenti frammentati o orizzonti troppo brevi rendono difficile costruire percorsi stabili. E l’innovazione, per essere adottata davvero, ha bisogno di continuità.

Il secondo nodo è organizzativo. Una nuova tecnologia, un nuovo modello assistenziale o un nuovo strumento digitale non entrano automaticamente nel Ssn solo perché esistono. Devono essere collocati dentro processi, responsabilità, competenze, infrastrutture e modalità di valutazione. Senza questa capacità di integrazione, anche l’innovazione più promettente può produrre effetti parziali o disomogenei.

Il terzo nodo è territoriale. Le differenze nella capacità di adozione tra territori e strutture indicano che non tutte le realtà partono dallo stesso livello. Alcune sono pronte ad assorbire innovazione, altre meno. Il rischio è che l’accesso a nuove opportunità dipenda non solo dal bisogno clinico, ma dal luogo in cui il paziente viene preso in carico e dalla capacità organizzativa del contesto in cui si trova.

“Il dato sulle differenze territoriali va letto insieme a quello sulle competenze e sui percorsi”, sottolinea Bassani. “L’innovazione non si diffonde in modo uniforme se i punti di partenza sono diversi. Per questo la programmazione non può limitarsi allo stanziamento: deve considerare anche la capacità dei territori e delle strutture di adottare concretamente ciò che viene finanziato”.

La rilevazione restituisce quindi un messaggio molto meno generico di quanto spesso accada nel dibattito sull’innovazione. Non emerge una richiesta indistinta di introdurre più rapidamente qualsiasi novità. Emerge piuttosto la necessità di governare meglio il rapporto tra finanziamento, bisogno di salute, capacità organizzativa e risultati.

Da questo punto di vista, la Legge di Bilancio diventa un passaggio cruciale. Non solo perché può definire quante risorse destinare alla sanità e all’innovazione, ma perché può indicare quale idea di innovazione il Servizio sanitario nazionale intende sostenere: episodica o programmata, concentrata in poche aree o diffusa, misurabile o lasciata alla frammentazione dei percorsi locali.

Il tema vero è la capacità di trasformare l’innovazione in valore pubblico. Per farlo, servono investimenti integrati, fondi ordinari adeguati, programmazione pluriennale, valutazione dei risultati, interoperabilità dei dati e riduzione delle differenze territoriali. Ma soprattutto serve una domanda guida: dove l’innovazione può rispondere a bisogni oggi non coperti?

“Questa seconda survey sulla Legge di Bilancio”, afferma Francesco Maria Avitto, Direttore editoriale di Quotidiano Sanità, “aggiunge un tassello importante al dibattito: i professionisti non chiedono innovazione come parola d’ordine, ma innovazione capace di produrre accesso, equità e miglioramento reale dei percorsi. Il punto non è inseguire la novità, ma costruire le condizioni perché ciò che ha valore clinico e organizzativo possa arrivare davvero ai cittadini”.

In definitiva, la survey suggerisce una rotta precisa: finanziare l’innovazione non basta. Bisogna renderla adottabile, misurabile, sostenibile e accessibile in modo omogeneo.

Perché nel Ssn l’innovazione non è tale quando viene annunciata. Lo diventa quando entra nei percorsi, riduce bisogni scoperti e cambia concretamente la qualità dell’assistenza.

21 Settembre 2026

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