Ecco la mappa mondiale dei Big Killer. Report su Lancet

Ecco la mappa mondiale dei Big Killer. Report su Lancet

Ecco la mappa mondiale dei Big Killer. Report su Lancet
Per la prima volta raccolti insieme i dati mondiali sui principali fattori di rischio per la salute. In trent'anni raddoppiati i tassi di obesità con il risultato di un esercito di 500 milioni di persone grasse o molto grasse. Va meglio per ipertensione e colesterolo. Ma solo nei paesi ricchi.

In soli trent’anni i tassi di obesità nel mondo sono raddoppiati mentre, seppur di poco, sono scesi su scala globale i livelli di pressione arteriosa e quelli di colesterolo totale.
Sono questi i risultati di tre grandi studi pubblicati su the Lancet nei giorni scorsi e realizzati da un team di ricercatori internazionali coordinati dall’Imperial College London e dall’Harvard School of Public Health sotto l’egida dell’Organizzazione mondiale della sanità.
“È la prima volta che qualcuno cerca di stimare i trend di questi che sono i principali fattori di rischio in ogni paese del mondo. La quantità di dati che abbiamo raccolto è senza precedenti per la vastità e ci ha consentito di giungere a conclusioni quanto mai robuste”, ha commentato il coordinatore di uno dei tre studi, Goodarz Danaei dell’Harvard School of Public Health.
Il quadro che emerge dall’ampia ricerca sfata una serie di luoghi comuni: innanzitutto che “il sovrappeso e l’obesità, l’ipertensione e l’ipercolesterolemia non sono più problemi dell’Occidente o dei paesi ricchi. La loro presenza si sta spostando nei paesi a medio e basso reddito, facendo di fatto diventare questi disturbi problemi globali”, ha spiegato Majid Ezzati, coordinatore dello studio sull’obesità e docente alla School of Public Health dell’Imperial College London.

I dati sull’obesità mostrano infatti come ormai più di una persona adulta su dieci nel mondo sia oltre la soglia dell’obesità. In dettaglio, è obeso il 9,8 per cento degli uomini e il 13,8 per cento delle donne (nel 1980 erano rispettivamente il 4,8 e il 7,9 per cento).
Tradotto in cifre significa circa 500 milioni di persone.
Il maggiore aumento nell’indice di massa corporea si è registrato in Oceania (+1,3 kg/m2 per decennio negli uomini e +1,8 nelle donne). Segue il continente americano, soprattutto il nord. L’aumento del peso è comunque generalizzato: soltanto nei maschi dell’Africa centrale è stata registrata una flessione dell’indice di massa corporea.
Se si guarda all’Europa emerge che le donne turche e gli uomini cechi sono quelli con il più alto indice di massa corporea, mentre le donne svizzere sono quelle con il peso più basso.
Il discorso cambia se si considera l’ipertensione. È vero che il numero assoluto di persone con livelli di pressione non controllati è passato da 600 milioni nel 1980 a circa 1 miliardo nel 2008, ma la crescita è dovuta all’aumento della popolazione globale e al suo invecchiamento.
Se i valori vengono opportunamente “pesati”, emerge in realtà una riduzione generalizzata (con l’eccezione di Oceania e Africa Orientale) dei livelli di pressione sistolica arteriosa. La discesa è più decisa nei paesi a più alto reddito: nel Nord America si è osservato un calo di 2,8 mm Hg per decennio nei maschi e di 2,3 nelle donne, ma anche l’Europa occidentale non è da meno: -2,1 mm Hg per decennio negli uomini e -3,5 nelle donne.
Analogo il caso del colesterolo: anche qui la riduzione è stata generalizzata ma sono i paesi ad alto e soprattutto a medio reddito quelli che più hanno saputo incidere sul controllo di questo fattore di rischio: l’Europa centro-orientale e l’Asia centrale, in particolare, hanno registrato riduzioni di 0,23 mmol/litro per decennio nei maschi e di 0,24 nelle femmine.
Difficile la lettura dei dati. Secondo Majid Ezzati “è incoraggiante che molti paesi siano riusciti a ridurre i livelli di pressione e colesterolo nonostante l’aumento dell’indice di massa corporea”.
Il fatto che questa riduzione sia stata più marcata nei paesi ad alto reddito può probabilmente fornire una spiegazione: “il miglioramento nella diagnosi e nel trattamento probabilmente ha aiutato a ridurre i fattori di rischio nei paesi ad alto reddito, così come l’aver ridotto il consumo di sale e grassi saturi”, ha aggiunto l’esperto, che sottolinea come questi dati non siano da mettere sotto il materasso: “Queste scoperte sono un’opportunità per implementare politiche che favoriscano stili alimentari più e iniziative che migliorino l’identificazione e il controllo di questi disturbi da parte dei sistemi sanitari nazionali”.
Argomenti, questi, che saranno discussi dall’assemblea delle Nazioni Unite sulle malattie non trasmissibili già programmata per settembre 2011. 

07 Febbraio 2011

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