Ci sono vicende amministrative che meritano attenzione non tanto per ciò che accade, quanto per ciò che non accade.
Per le parole pronunciate, ma soprattutto per quelle che nessuno pronuncia.
È il caso della procedura avviata dall’Università del Piemonte Orientale per la chiamata di un professore associato di Chirurgia generale, nella quale il bando prevede che il vincitore svolga la propria attività assistenziale presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Alessandria – che non è affatto una AOU, per difetto assoluto del presupposto giuridico che la costituirebbe come tale (il DPCM richiesto ex lege) ma tutt’al più una AOI – ricoprendo il ruolo di Direttore della Struttura Complessa di Chirurgia Generale.
Su tale vicenda saranno eventualmente le sedi competenti a valutare ogni profilo di legittimità.
Ma esiste una questione che precede ogni giudizio giuridico.
Una questione istituzionale.
Una questione di opportunità.
Una questione di fiducia.
La domanda è semplice.
Per quale ragione un’Azienda ospedaliera (ove mai integrata con il sistema universitario) dovrebbe accettare che la futura direzione di una propria struttura complessa venga indicata all’interno di una procedura universitaria senza avvertire l’esigenza di rivendicare la propria autonomia organizzativa?
Una Unità Operativa Complessa non è una casella burocratica.
È il luogo nel quale si esercita il governo clinico di un settore fondamentale dell’assistenza.
È il punto di equilibrio tra responsabilità professionale, organizzazione dei servizi, gestione delle risorse e tutela della salute dei cittadini.
Per questo motivo la scelta del suo direttore assume un valore strategico per qualsiasi azienda sanitaria.
Da qui lo stupore.
Non tanto per ciò che ha fatto l’Università.
Quanto per ciò che non sembra aver fatto l’Azienda.
Nella fisiologia istituzionale ogni ente tende infatti a presidiare i propri spazi di competenza.
Lo Stato difende le proprie attribuzioni.
Le Regioni difendono le proprie prerogative.
I Comuni difendono la loro autonomia.
Le aziende sanitarie difendono il proprio governo organizzativo.
È la normale dialettica delle istituzioni.
È il modo attraverso il quale si garantiscono equilibrio, trasparenza e responsabilità.
Quando invece un soggetto istituzionale appare rinunciare a presidiare una funzione tanto rilevante, il problema non riguarda più il singolo atto.
Riguarda il significato di quella rinuncia.
Si può naturalmente sostenere che vi sia piena sintonia tra Università e Azienda.
Si può ritenere che la soluzione individuata sia funzionale agli interessi dell’integrazione tra didattica, ricerca e assistenza.
Ma proprio per questo sarebbe stato opportuno che tale scelta fosse spiegata pubblicamente.
Perché nelle istituzioni democratiche la trasparenza non serve soltanto a dimostrare la correttezza delle decisioni.
Serve a renderle comprensibili.
A sottrarle al sospetto.
A rafforzarne la credibilità.
La fiducia collettiva non nasce infatti dalla semplice convinzione che tutto sia regolare.
Nasce dalla possibilità di verificare che tutto sia regolare.
E quando una posizione apicale di assoluto rilievo sembra trovare la propria destinazione già all’interno del percorso selettivo che dovrebbe precederla, la domanda che inevitabilmente si pone l’opinione pubblica è sempre la stessa.
Si sta scegliendo il professore per individuare il futuro direttore?
Oppure si sta individuando il futuro direttore attraverso la scelta del professore?
È una differenza sostanziale.
Perché nel primo caso la destinazione è una conseguenza.
Nel secondo caso rischia di apparire come un presupposto.
Ed è precisamente per evitare ogni possibile equivoco che il nostro ordinamento ha costruito nel tempo procedure, garanzie e responsabilità differenziate.
Le istituzioni non devono soltanto essere imparziali.
Devono apparire imparziali.
Non devono soltanto essere autonome.
Devono dimostrare di esserlo.
Per questo motivo il tema non riguarda esclusivamente Alessandria.
Riguarda il modo in cui immaginiamo il rapporto tra Università e Servizio sanitario.
Riguarda il confine tra collaborazione e sovrapposizione.
Riguarda il valore della trasparenza nelle scelte pubbliche.
Ma soprattutto riguarda una domanda che ogni cittadino ha il diritto di porre.
Quando un’importante posizione pubblica sembra avere una destinazione già scritta, chi tutela l’autonomia dell’istituzione che quella posizione dovrà governare?
Perché talvolta il problema non è chi occupa uno spazio che non gli appartiene.
Il problema è chi smette di difendere lo spazio che gli appartiene.
Ettore Jorio