Il vero buco è nel sistema

Il vero buco è nel sistema

Il vero buco è nel sistema

Il caso Puglia è solo l'ultimo episodio di una storia che dura da vent'anni. Dopo un quarto di secolo dal federalismo fiscale, continuiamo a finanziare la sanità con la spesa storica invece di determinare costi standard e fabbisogni reali. Il problema non è territoriale, è istituzionale.

I guai della Puglia nei bilanci della sanità offrono l’occasione per riprendere seriamente il ragionamento sulla tutela del diritto alla salute, su come deve essere finanziato dallo Stato e su come deve essere gestito dalle Regioni. Ma non in funzione dei disastri dei conti pugliesi, perché è un problema generale. Chi più chi meno.

 Il tema è politico. In un Paese – che si è obbligato revisionando la Costituzione oltre 25 anni fa con l’introduzione del federalismo fiscale – rimanere impantanato sulla spesa storica (rectius, generata sulla base della quota capitaria pro capite ponderata sulla base dell’età dei residenti delle Regioni destinatarie) è un sacrilegio e un atto di sadismo politico commessi dolosamente. Perché sostenuto da tutti, dalle maggioranze e opposizioni che si sono alternate. E così continua ad essere.

La questione seria è che siamo arrivati al punto in cui destra e sinistra discutono ancora della quantità di denaro da trasferire alle Regioni, come se il problema fosse la generosità del Governo centrale. E invece il problema è che dopo oltre una quarto di secolo dalla revisione del Titolo V continuiamo a fingere che l’art. 119 della Costituzione non esista.

Questo è il punto politico. Ove la politica non solo dimostra tutta la sua incoscienza, tanto da leggere alcune dichiarazioni ove, da una parte, si denuncia la spesa storica come metodologia e, dall’altra si conclude che occorre aumentare il Fondo sanitario nazionale. Ed è qui che il ragionamento si spezza. Perché la spesa storica e il finanziamento derivato sono figli dello stesso modello. Non si può contestare l’una e salvare l’altro. Non si può denunciare la spesa storica e, contemporaneamente, invocare un maggiore trasferimento dal centro. Sarebbe come contestare la malattia e chiedere una dose più elevata della stessa terapia che l’ha prodotta.

 Il quesito vero che il cittadino deve porre a se stesso, prescindendo se rappresentante nelle istituzioni che legiferano o meno, è: come mai dopo venticinque anni discutiamo ancora di quanto deve dare Roma alle Regioni e non di come lo Stato finanziare correttamente i fabbisogni sanitari? Ciò con ricorso ad interventi perequativi in favore di Regioni che hanno strutturalmente limiti infrastrutturali, condizioni disagevoli e popolazione che si svuota di giovani.

La sanità non può essere governata con trasferimenti annuali oggetto di negoziazione politica. Con il federalismo fiscale messa a terra potrebbe non solo funzionare meglio ma costare anche meno.

Deve essere pertanto governata con le regole vigenti, ma tenute nel congelatore.

Le regole si chiamano:

  • ridefinizione attualizzata dei LEA;
  • determinazione dei costi standard;
  • determinazione differenziata dei fabbisogni standard;
  • perequazione funzionali al superamento degli indici di deprivazione, diversificati per Regioni destinatarie.

Tutto il resto è gestione dell’emergenza.

La Puglia oggi è soltanto l’ultimo episodio di una storia che dura da vent’anni.

I governi cambiano. I governatori cambiano. I partiti pure. Il problema resta identico.

Ciò perché il dibattito continua a svolgersi dentro una cultura centralistica che considera le Regioni soggetti finanziati anziché soggetti responsabilizzati.

E qui c’è il vero paradosso italiano.

Abbiamo regionalizzato la sanità.

Abbiamo attribuito alle Regioni la responsabilità di garantire il diritto alla salute.

Abbiamo costituzionalizzato i LEA.

Ma continuiamo a finanziare il sistema come se fossimo ancora nel 1978.

Da qui nascono i disavanzi.

Da qui nascono i commissariamenti.

Da qui nasce la continua ricerca di risorse aggiuntive.

Da qui nasce persino l’equivoco del regionalismo asimmetrico, che molti presentano come il problema quando in realtà è soltanto la conseguenza di un federalismo fiscale mai realizzato.

Il caso Puglia offre allora una lezione che va oltre la contingenza.

Se persino le Regioni più forti denunciano l’insufficienza delle risorse e quelle più deboli continuano ad accumulare difficoltà, significa che il problema non è territoriale. È istituzionale.

 In quanto tale la responsabilità non appartiene né alla destra né alla sinistra. Appartiene a un’intera classe politica che per un quarto di secolo ha rinviato l’attuazione della più importante riforma finanziaria della Repubblica.

La vera domanda non è se manchino oggi 200 milioni, 300 milioni o un miliardo.

La vera domanda è perché nel 2026 l’Italia non abbia ancora trovato il coraggio di attuare integralmente il federalismo fiscale previsto dalla Costituzione. Ma soprattutto quello di continuare a proclamare i LEA senza averne mai determinato integralmente il costo effettivo di erogazione. Perché il diritto alla salute non si garantisce con gli acronimi, ma finanziando ciò che si dichiara di voler assicurare. Finché non risponderemo a questa domanda, continueremo a discutere di buchi. Senza accorgerci che il vero buco è nel sistema.

Ettore Jorio

Ettore Jorio

23 Giugno 2026

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