L’Italia ha una delle più alte densità di medici dell’Unione europea, ma sconta un divario cronico e strutturale nel numero di infermieri, con una retribuzione non competitiva e una carenza che rappresenta “un ostacolo alla transizione verso modelli di assistenza più integrati”. È quanto emerge dal report dell’Ocse “State of Health in the Eu” – “Profilo della sanità 2025” per l’Italia – presentato oggi al Cnel.
“Nel 2023 l’Italia ha registrato una delle più alte densità di medici dell’Unione europea, con 5,4 medici ogni 1.000 abitanti, oltre il 25% in più rispetto alla media Ue”, si legge nel rapporto. Al contrario, “la densità di infermieri praticanti era di 6,9 ogni 1.000 abitanti, oltre il 20% al di sotto della media Ue di 8,4, con un rapporto infermieri/medici di appena 1,3, uno dei più bassi nell’Ue”.
Lo squilibrio, spiega l’Ocse, “riflette le difficoltà di lunga data nell’ampliamento della forza lavoro infermieristica, difficoltà che sono state ulteriormente aggravate dalla crescente domanda dovuta all’invecchiamento della popolazione e dalla riduzione della forza lavoro a causa dei pensionamenti, dell’emigrazione e del calo del numero di neolaureati”. L’attrattiva della professione è “compromessa da una retribuzione non competitiva: mentre nella maggior parte dei Paesi Ue gli infermieri guadagnano circa il 20% in più rispetto al salario medio nazionale, gli infermieri italiani sono retribuiti più o meno alla pari”.
Carenza di infermieri e fuga dalle specializzazioni critiche
La carenza di infermieri rappresenta “un ostacolo strutturale” ed è “aggravata dalla rigidità nella pianificazione e nell’impiego del personale sanitario, dato che le 31 professioni sanitarie legalmente riconosciute in Italia contribuiscono a un sistema frammentato che limita l’interoperabilità”. Vengono rilevate anche “disparità geografiche” con un “reclutamento notevolmente più difficile nelle zone rurali e remote”.
Per quanto riguarda i medici, “dal 2018 l’Italia ha notevolmente ampliato il numero di posti disponibili nelle facoltà di medicina e il numero di contratti di formazione specialistica, risolvendo così la storica carenza di posti per la formazione medica post-laurea”. Tuttavia, si registra “un cambiamento nelle preferenze degli studenti, che hanno iniziato a evitare le specializzazioni critiche per il sistema, come la medicina d’urgenza e l’anestesiologia, per orientarsi verso settori che offrono un migliore equilibrio tra vita professionale e vita privata e maggiori opportunità nel settore privato”.
Al contrario, “l’afflusso di nuovi infermieri è diminuito drasticamente nell’ultimo decennio, con un calo del numero di laureati in infermieristica superiore al 3% annuo tra il 2013 e il 2022”. Viene però evidenziato “un segnale incoraggiante”: nel 2023 si è “osservata una modesta ripresa, con il numero di laureati in infermieristica che ha nuovamente superato quello dei laureati in medicina”.
Spesa sanitaria: 3.086 euro pro capite, il 19% sotto la media Ue
“Nel 2023, la spesa sanitaria corrente in Italia ha rappresentato l’8,4% del Pil”, una quota di “1,6 punti percentuali in meno rispetto alla media dell’Ue”. Dopo l’adeguamento al potere d’acquisto, “la spesa sanitaria pro capite ha raggiunto i 3.086 euro, circa il 19% in meno rispetto alla media Ue di 3.832 euro”. Questo divario, si legge, “riflette una spesa pubblica inferiore del 27% rispetto alla media Ue pro capite, parzialmente compensata da una spesa privata superiore dell’8%”.
Dopo i forti aumenti legati alla pandemia, “la spesa reale pro capite è successivamente diminuita, ma nel 2023 è rimasta quasi il 3% superiore al livello del 2019 e le stime preliminari indicano un ulteriore aumento reale di circa l’1,5% nel 2024”. Le fonti pubbliche hanno coperto poco più del 73% della spesa totale, al di sotto della media Ue dell’80%. Il restante 27% è stato finanziato da fonti private, di cui quasi il 90% da pagamenti diretti a carico degli utenti.
Schillaci: “Il nostro Ssn ha risultati tra i migliori in Europa”
Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, intervenuto alla presentazione, ha rivendicato i risultati del Servizio sanitario nazionale: “Oggi vengono presentati due rapporti che ci danno una fotografia chiara: il nostro Servizio Sanitario Nazionale ha risultati tra i migliori in Europa. La nostra Nazione eccelle in longevità, tassi di mortalità evitabile e gestione delle cronicità”.
Schillaci ha ricordato che “nel 2024 abbiamo raggiunto con la Svezia l’aspettativa di vita più alta dell’Unione Europea, 84,1 anni. Non solo i cittadini italiani vivono di più, ma le persone più avanti con gli anni godono di una salute migliore rispetto alla media europea. Abbiamo il tasso più basso di mortalità prevenibile e tra i più bassi i ricoveri evitabili per le malattie croniche in Europa”.
Il ministro ha sottolineato che “il nostro welfare sanitario è veramente un punto di riferimento sul piano globale”, citando Brasile e Inghilterra tra i Paesi che guardano con attenzione al modello italiano. “Questo – ha detto – dovrebbe farci sentire un po’ più fieri del Servizio Sanitario Nazionale italiano e fare meno polemica politica sulla salute, che è un bene di tutti”.
Sulle criticità, Schillaci ha confermato i dati Ocse: “In Italia non mancano i medici. Quello che manca sono gli infermieri, e su questo ci stiamo concentrando”. Ha ricordato gli interventi del governo: aumento dell’indennità di specificità, detassazione degli straordinari, proroga per l’attività libero professionale degli infermieri. “Valorizzare una professione sanitaria vuol dire anche assicurare un rafforzamento delle competenze e offrire prospettive di carriera”, ha detto.
Sulle liste d’attesa, il ministro ha rivendicato l’introduzione della legge del 2024: “Oggi finalmente abbiamo una legge con misure mirate e concrete, e grazie alla piattaforma di Agenas una conoscenza precisa del fenomeno. I dati ci dimostrano che l’81% delle visite specialistiche viene erogato nei tempi. Dove la legge si applica, le cose funzionano”.
Sulle disparità territoriali, Schillaci è stato netto: “In una Nazione moderna come l’Italia i tempi di attesa non possono dipendere dal Cap, da dove uno risiede, dal titolo di studio. Questo è inaccettabile”. Ha infine ribadito l’impegno del governo su un nuovo modello di governance condivisa tra Stato e Regioni: “Dobbiamo definire cosa fa lo Stato e cosa fanno le Regioni, e poi ognuno si prende le proprie responsabilità”.
Brunetta: “Ocse conferma eccellenza del sistema italiano”
Il presidente del Cnel, Renato Brunetta, ha aperto i lavori sottolineando il valore del Servizio sanitario nazionale: “Si parla tanto dello stato di salute del sistema sanitario, spesso in modo troppo orientato alla polemica. Il quadro complessivo è positivo. L’Ocse conferma che il servizio sanitario nazionale garantisce copertura universale e i risultati di salute tra i migliori a livello internazionale, il tutto con una spesa sanitaria contenuta. È un patrimonio che va riconosciuto, prima di discutere di ciò che possiamo migliorare”.
Brunetta ha ricordato che “nel 2024 l’aspettativa di vita ha toccato il livello record di 84,1 anni, la più alta dell’Unione europea assieme alla Svezia, il risultato di decenni di investimenti. Allo stesso tempo, la longevità è la grande questione politica del nostro tempo e la sua sostenibilità, anche economica, sarà la vera misura del Paese”.