Una nuova pandemia delle dimensioni del Covid-19 nei prossimi 25 anni non è affatto un’ipotesi remota: secondo gli studi richiamati dall’Ocse, la probabilità è di circa una su due. E se i Paesi arrivassero impreparati al prossimo grande focolaio, i sistemi sanitari potrebbero trovarsi nuovamente sotto una pressione insostenibile, con le terapie intensive al limite della capacità nel giro di appena uno o due mesi e conseguenze economiche che, negli scenari più estremi, potrebbero tradursi in una contrazione del Pil superiore al 16%.
È il quadro tracciato nel nuovo rapporto Ocse “The Economic Case for Pandemic Preparedness and Response: Beyond Lockdowns”, che prova a quantificare non solo le conseguenze sanitarie di una futura pandemia, ma anche il costo della mancata preparazione e quello, decisamente più contenuto, degli investimenti necessari per prevenirne gli effetti più devastanti. Il rapporto è pubblicato dall’Ocse nel 2026.
Il rischio di una nuova pandemia continua a crescere
Urbanizzazione rapida, deforestazione, allevamenti intensivi, commercio di fauna selvatica, crescita dei viaggi aerei e cambiamenti climatici stanno aumentando le possibilità che nuovi patogeni emergano e si diffondano rapidamente. L’Ocse sottolinea inoltre la crescita delle infezioni umane da virus dell’influenza aviaria altamente patogena.
Anche gli eventi climatici estremi stanno modificando la geografia delle malattie infettive. Secondo i dati citati nel rapporto, fattori legati al clima hanno aggravato il 58% delle malattie trasmissibili conosciute che colpiscono l’uomo, mentre in Europa quasi due terzi dei patogeni che interessano persone e animali domestici risultano condizionati dal clima.
Cinque scenari: terapie intensive sature in poche settimane
Per misurare cosa potrebbe accadere, l’Ocse ha utilizzato il proprio modello Strategic Public Health Planning for Pandemic Preparedness and Response simulando, su 51 Paesi Ocse, Ue/See e G20, cinque diversi tipi di epidemia: Ebola-like, influenza aviaria, influenza A, coronavirus e morbillo. L’analisi considera i primi nove mesi dell’epidemia, ipotizzando inizialmente l’assenza di vaccini o trattamenti farmacologici disponibili su larga scala.
I numeri dello stress test sono pesanti. Senza misure di contenimento, la mortalità potrebbe andare dall’1,2% della popolazione nello scenario coronavirus-like al 5,4% in quello di influenza aviaria, fino a raggiungere livelli estremi nello scenario modellato su un agente altamente contagioso come il morbillo.
Soprattutto, anche i sistemi sanitari più avanzati avrebbero poco tempo per reagire. Nei diversi scenari simulati, la capacità delle terapie intensive nei Paesi Ocse verrebbe raggiunta in un intervallo compreso tra 9 e 139 giorni. Con un’influenza aviaria i posti di terapia intensiva sarebbero saturi mediamente in poco più di un mese, con un virus simile all’influenza A in circa 42 giorni e con uno scenario coronavirus-like in circa 80 giorni. Persino aumentare del 30% la capacità delle intensive permetterebbe di guadagnare soltanto tra 5,5 e 20,6 giorni.
Senza interventi Pil giù fino al 16,2%
Al conto sanitario si aggiungerebbe quello economico. Nei primi nove mesi di un’epidemia non controllata, l’Ocse stima una riduzione media del Pil compresa tra il 2,7% nello scenario coronavirus-like e il 16,2% in quello measles-like. Trasporti e logistica sarebbero tra i settori più colpiti, con perdite di produzione comprese tra il 13,4% e il 18,9%; pesanti anche gli effetti sulla manifattura.
L’analisi parte anche dall’eredità del Covid. Tra il 2020 e il 2024, le modifiche degli stili di vita e le interruzioni delle cure per le malattie croniche avrebbero determinato nei 28 Paesi Ocse analizzati una riduzione media dell’aspettativa di vita di 2,4 mesi, un aumento dello 0,4% della spesa sanitaria annuale e una perdita dello 0,1% del Pil ogni anno. Se alcuni cambiamenti prodotti dalla pandemia dovessero diventare permanenti, nel 2050 l’aspettativa di vita potrebbe essere ancora inferiore di 1,9 mesi, con una spesa sanitaria dello 0,6% più alta.
Ocse: lockdown da soli sono la soluzione peggiore
Una delle indicazioni più nette del rapporto riguarda le strategie da adottare nelle prime fasi di una nuova epidemia, quando vaccini e farmaci possono non essere ancora disponibili.
Secondo le simulazioni, intervenire presto e in maniera progressiva con misure non farmacologiche può evitare gran parte dei decessi e ridurre contemporaneamente il danno economico. Anche il pacchetto meno restrittivo, definito “Safer contact” e basato su igiene, mascherine, ventilazione e quarantene volontarie, potrebbe evitare almeno il 40% dei decessi rispetto a un’epidemia lasciata senza controllo.
La strategia giudicata più equilibrata è quella del “Reduced contact”: alle misure di prevenzione nella comunità si aggiungono telelavoro, quarantena obbligatoria degli infetti e limitazioni agli spostamenti interni. Secondo l’Ocse consentirebbe, nella maggior parte degli scenari, di evitare la grande maggioranza delle morti limitando contemporaneamente le perdite economiche.
Al contrario, ricorrere al lockdown come unica misura e come ultima risorsa risulta la strategia meno efficace e più dannosa per l’economia: le simulazioni stimano riduzioni del Pil comprese tra l’11,7% e il 28,9%, in alcuni casi persino superiori a quelle che si registrerebbero lasciando correre l’epidemia senza interventi.
Sorveglianza delle acque reflue può anticipare la risposta
Tra gli strumenti su cui l’Ocse punta maggiormente c’è poi la sorveglianza delle acque reflue, capace di individuare la circolazione di alcuni patogeni prima che l’aumento dei casi diventi evidente nei dati clinici.
Nello scenario coronavirus-like, utilizzare questi dati per attivare il pacchetto “Safer contact” potrebbe evitare un ulteriore 41% dei decessi rispetto a una strategia basata esclusivamente sulla sorveglianza clinica. Con misure più articolate il vantaggio salirebbe al 51%.
Una sorveglianza più precoce potrebbe anche ridurre drasticamente la necessità di lockdown: negli scenari in cui restassero necessari, la loro durata potrebbe diminuire di oltre il 90%.
Prepararsi costa circa 6 dollari per abitante l’anno
La conclusione dell’Ocse è che investire prima della crisi conviene. Rafforzare la capacità di preparazione e risposta richiederebbe nei Paesi Ocse circa 7,2 miliardi di dollari PPA l’anno, pari a 5,9 dollari per abitante. Per Ue e Spazio economico europeo la stima è di circa 2,6 miliardi l’anno, pari a 6,3 dollari PPA pro capite.
La voce più costosa sarebbe la costruzione e il mantenimento delle scorte nazionali di dispositivi di protezione individuale e materiali per l’igiene, per circa 4,4 miliardi di dollari PPA l’anno nei Paesi Ocse, ovvero 3,2 dollari per abitante. Seguono gli investimenti necessari per rendere operative le misure volte a ridurre i contatti fisici; la sorveglianza delle acque reflue costerebbe invece meno di un dollaro per abitante nella quasi totalità dei Paesi.
Investimenti che, conclude l’Ocse, non servirebbero soltanto durante una pandemia: infrastrutture, sistemi di sorveglianza, scorte e meccanismi di coordinamento rafforzano anche l’assistenza ordinaria, consentono di individuare prima altre minacce sanitarie e aumentano la resilienza complessiva dei sistemi sanitari. In altre parole, prepararsi alla prossima pandemia costa molto meno che affrontarla quando è già esplosa.