Terapie, il medico decide ma il paziente vuole contare di più: per i professionisti il dialogo migliora aderenza e gestione della cura

Terapie, il medico decide ma il paziente vuole contare di più: per i professionisti il dialogo migliora aderenza e gestione della cura

Terapie, il medico decide ma il paziente vuole contare di più: per i professionisti il dialogo migliora aderenza e gestione della cura

Nuova Quick Survey di Quotidiano Sanità. Per il 47% dei professionisti la decisione terapeutica resta orientata soprattutto dal medico, ma nel 43% dei casi la scelta avviene insieme al paziente. Il coinvolgimento del paziente viene associato soprattutto a una migliore aderenza alla terapia, indicata dal 42%, e a una maggiore coerenza con lo stile di vita, al 21%.

La decisione terapeutica resta saldamente ancorata alla valutazione clinica del medico. Ma il paziente non è più un semplice destinatario passivo della prescrizione. Il suo coinvolgimento viene percepito dai professionisti come una leva concreta per migliorare l’aderenza, rendere la terapia più compatibile con la vita quotidiana e ridurre il rischio che la cura resti corretta sulla carta ma fragile nella pratica.

È quanto emerge dalla nuova Quick Survey di Quotidiano Sanità, dedicata al ruolo del paziente nella scelta terapeutica e al peso della decisione condivisa nella pratica clinica.

Il primo dato fotografa bene l’equilibrio attuale. Per il 47% dei professionisti, la decisione finale resta orientata soprattutto dal medico. Nel 43% dei casi, però, la scelta avviene insieme al paziente. Solo l’1% segnala un paziente già determinante nella scelta terapeutica.

Il quadro è chiaro: non siamo davanti a un ribaltamento dei ruoli. Il medico resta il punto di riferimento clinico della decisione. Ma cresce lo spazio di una medicina in cui la scelta non è solo prescrizione, bensì confronto, spiegazione, adattamento alla quotidianità del paziente.

“Il dato non racconta una perdita di centralità del medico”, osserva Gadi Schoenheit, Business Unit Director Market Research di Homnya. “Racconta piuttosto un modello più maturo: la decisione resta clinicamente guidata, ma diventa più efficace quando il paziente comprende, partecipa e riesce a portare quella terapia dentro la propria vita quotidiana”.

Anche il livello di orientamento preesistente del paziente conferma che la decisione condivisa non nasce da un paziente già sempre informato o determinante. Il 74% dei professionisti ritiene infatti che il paziente arrivi con un orientamento preciso in meno di un quarto dei casi. Solo l’11% osserva questa situazione in almeno metà dei casi.

In altre parole, la maggioranza dei pazienti non arriva alla visita con una scelta già definita. Arriva piuttosto con dubbi, aspettative, informazioni parziali, timori, esperienze pregresse o richieste da chiarire. Ed è qui che il ruolo del professionista diventa decisivo: non solo scegliere la terapia, ma aiutare il paziente a comprenderla.

“Il paziente non sempre arriva con una posizione strutturata”, sottolinea Giada Bassani, Senior Research Manager di Homnya. “Spesso arriva con domande, preoccupazioni o informazioni non sempre ordinate. La qualità del confronto serve proprio a trasformare questi elementi in una decisione più consapevole e sostenibile”.

Quando si guarda ai fattori che pesano nella decisione terapeutica, la dimensione clinica resta dominante. L’efficacia attesa raccoglie il 30% delle risposte, seguita da tollerabilità e sicurezza, al 26%. Al terzo posto compare però un elemento più pratico, ma decisivo: la facilità di gestione e aderenza, indicata dal 20%. Nel complesso, questi tre fattori raccolgono il 76% delle risposte espresse.

Il messaggio è netto: la scelta terapeutica non si fonda solo sull’efficacia teorica. Conta anche la possibilità che quella terapia venga davvero seguita, tollerata e gestita nel tempo. La sostenibilità pratica entra quindi nel ragionamento clinico.

È un passaggio importante. Una terapia efficace, se troppo complessa, poco spiegata o difficilmente compatibile con la vita del paziente, rischia di produrre meno valore di quanto potrebbe. L’appropriatezza non si gioca solo nella scelta del trattamento, ma anche nella sua capacità di diventare cura reale.

“Efficacia e sicurezza restano centrali”, spiega Schoenheit. “Ma il dato sulla facilità di gestione dice che i professionisti stanno guardando sempre di più alla terapia come esperienza concreta del paziente. Non basta individuare l’opzione clinicamente corretta: bisogna chiedersi se il paziente riuscirà davvero a seguirla”.

La survey indaga anche cosa accade quando medico e paziente non concordano. Nel 47% dei casi si cerca un compromesso. Nel 28% prevale la scelta clinica del professionista. Nel 13% prevale invece ciò che è concretamente accessibile.

Anche qui emerge una fotografia realistica. La decisione condivisa non significa che tutte le preferenze abbiano lo stesso peso o che il medico rinunci al proprio ruolo. Significa costruire un equilibrio tra evidenza clinica, sicurezza, preferenze del paziente, accessibilità reale e sostenibilità del percorso.

Il dato sull’accessibilità non va sottovalutato. Se nel 13% dei casi pesa ciò che è concretamente disponibile, vuol dire che la scelta terapeutica non dipende solo da valutazioni cliniche e preferenze individuali, ma anche dai vincoli del sistema: tempi, percorsi, rimborsabilità, disponibilità, accesso ai servizi.

“Il compromesso non va letto come una soluzione al ribasso”, osserva Bassani. “Può essere il punto in cui la decisione clinica incontra la realtà del paziente: abitudini, possibilità, timori, capacità di gestione e accessibilità concreta della terapia”.

Il coinvolgimento del paziente, secondo i professionisti, produce benefici molto chiari. Il principale è la migliore aderenza, indicata dal 42%. Segue una scelta più coerente con lo stile di vita, al 21%. Il 23% evidenzia però anche un effetto collaterale organizzativo: maggiori richieste di chiarimento e confronto.

Il dato va letto con attenzione. Coinvolgere il paziente non semplifica automaticamente il lavoro del professionista. Anzi, può aumentare il bisogno di spiegazioni, domande, chiarimenti e tempo dedicato alla relazione. Ma proprio questo investimento può tradursi in una terapia più compresa, più accettata e più seguita.

“La decisione condivisa non è una scorciatoia”, afferma Schoenheit. “Richiede tempo, ascolto e capacità di spiegare. Però i professionisti ne vedono il valore: quando il paziente partecipa, aumenta la probabilità che la terapia venga seguita meglio e sia più compatibile con la sua quotidianità”.

Il legame con l’aderenza terapeutica è uno dei punti più forti della survey. Se il paziente comprende il perché di una terapia, ne discute benefici e rischi, ne valuta la gestione nella propria vita quotidiana, è più probabile che non la abbandoni, non la modifichi autonomamente e non la viva come un’imposizione esterna.

Le priorità indicate dai professionisti confermano questa direzione. Al primo posto c’è la richiesta di più tempo di confronto durante la visita, indicata dal 31%. Seguono informazioni più semplici su benefici e rischi, al 23%, e terapie più facili da gestire nella quotidianità, al 19%.

Sono tre risposte che raccontano la stessa esigenza: rendere la decisione terapeutica più comprensibile, più praticabile, più agganciata alla vita reale del paziente.

“Il bisogno che emerge è molto concreto”, spiega Bassani. “Più tempo di confronto, informazioni semplici, terapie gestibili. Non sono elementi accessori. Sono condizioni che possono fare la differenza tra una terapia prescritta e una terapia realmente seguita”.

Il quadro complessivo mostra quindi un modello di decisione condivisa, ma non indistinta. Il medico continua a guidare la scelta sulla base di efficacia, sicurezza e appropriatezza. Il paziente contribuisce portando dentro la decisione il proprio vissuto, le proprie preferenze, le proprie difficoltà, la propria capacità di gestire la terapia nel tempo.

La sfida è costruire un equilibrio. Da un lato evitare che la decisione terapeutica diventi una scelta puramente soggettiva o condizionata da informazioni non sempre affidabili. Dall’altro evitare che resti un atto unidirezionale, clinicamente corretto ma poco compreso, poco accettato o difficilmente sostenibile nella quotidianità.

Per il sistema sanitario, il messaggio è chiaro: il coinvolgimento del paziente non è solo un principio di buona comunicazione. È una leva di qualità della cura. Incide sull’aderenza, sulla personalizzazione, sulla continuità e sulla capacità della terapia di funzionare nella vita reale.

Il tema, però, richiede condizioni organizzative. La decisione condivisa non si costruisce con uno slogan. Servono tempo in visita, materiali chiari, informazioni semplici, percorsi accessibili e terapie il più possibile gestibili. Altrimenti il coinvolgimento rischia di restare dichiarato, ma non praticato.

“Il punto non è spostare la decisione dal medico al paziente”, conclude Schoenheit. “Il punto è migliorare la qualità della decisione. Una scelta terapeutica è più forte quando tiene insieme evidenza clinica, sicurezza, preferenze del paziente e sostenibilità nella vita quotidiana”.

In definitiva, la survey fotografa una trasformazione già in corso. La terapia non è più soltanto ciò che il medico prescrive. È ciò che il paziente capisce, accetta, riesce a gestire e continua a seguire nel tempo. E se la decisione resta clinicamente guidata, il suo successo dipende sempre più dalla capacità di renderla condivisa.

Se desideri approfondire un tema specifico attraverso una quick survey scrivici a: [email protected]

31 Luglio 2026

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