Case di Comunità: la medicina territoriale non si misura in muri, ma in risultati

Case di Comunità: la medicina territoriale non si misura in muri, ma in risultati

Case di Comunità: la medicina territoriale non si misura in muri, ma in risultati

Gentile Direttore, ho letto l’articolo su QS del 02.07.2026 in cui il Ministro della Salute affermava che sono già oltre 1.150 le Case della Comunità operative e che la medicina territoriale “non è più uno slogan”. È certamente un passaggio importante, soprattutto se letto alla luce del DM 77/2022...

Gentile Direttore,
ho letto l’articolo su QS del 02.07.2026 in cui il Ministro della Salute affermava che sono già oltre 1.150 le Case della Comunità operative e che la medicina territoriale “non è più uno slogan”. È certamente un passaggio importante, soprattutto se letto alla luce del DM 77/2022, che ha definito modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel Servizio Sanitario Nazionale.

Tuttavia, dal punto di vista di un medico ospedaliero, credo che la vera sfida non sia soltanto aprire nuove strutture, ma anche attribuire loro una funzione chiara, concreta e misurabile. Le Case della Comunità non dovrebbero essere considerate semplicemente nuovi contenitori organizzativi, ma strumenti capaci di rispondere alle esigenze di una popolazione in profonda trasformazione.

In Italia si vive più a lungo, ma non sempre in buona salute. La struttura demografica del Paese lo dimostra con chiarezza: i giovanissimi tra 0 e 14 anni rappresentano solo il 12,2% dei residenti, mentre gli over 65 rappresentano il 24,3%, una quota ormai doppia rispetto a quella dei più giovani. La popolazione in età lavorativa, tra 15 e 64 anni, rappresenta il 63,5% dei residenti e sostiene, di fatto, il peso sociale ed economico delle fasce non attive.

Questo progressivo invecchiamento della popolazione italiana non è soltanto un dato demografico, ma anche una questione sanitaria centrale. Nei prossimi decenni è prevedibile un aumento significativo delle patologie croniche e delle comorbidità cardiometaboliche, respiratorie, osteoarticolari e oncologiche. Già oggi gli over 75 sono oltre 7 milioni, pari a circa l’11% della popolazione totale, e il 42% convive con tre o più malattie croniche. Si stima inoltre che nel 2050 le persone over 65 non autosufficienti saranno oltre 5 milioni.

Questi numeri spiegano perché le Case della Comunità non possano essere pensate solo come nuove sedi territoriali, ma debbano diventare strumenti di presa in carico anticipata, di prevenzione e di continuità assistenziale. Se non intercettiamo prima le fragilità, la cronicità e i fattori di rischio, il sistema ospedaliero sarà inevitabilmente chiamato a rispondere a una domanda crescente, complessa e spesso evitabile.

A questo scenario si aggiungono nuove sfide. Il cambiamento climatico non è più soltanto un tema ambientale, ma anche sanitario. L’aumento delle temperature è associato a un incremento del rischio cardiovascolare e cerebrovascolare, soprattutto nei soggetti più fragili, negli anziani e nei pazienti con patologie croniche. Anche per questo, la medicina territoriale dovrà essere in grado di identificare precocemente le persone a rischio, monitorarle nei periodi critici e attivare interventi preventivi.

Un’altra sfida riguarda gli stili di vita. La popolazione si muove meno, la sedentarietà cresce e l’obesità aumenta, anche in età infantile. Questo significa che molti bambini e adolescenti di oggi saranno esposti, nei prossimi decenni, a un rischio più elevato di sviluppare diabete, ipertensione, infarto e ictus. La prevenzione cardiovascolare e cerebrovascolare non può iniziare quando il paziente arriva in ospedale: deve iniziare molto prima, nella comunità.

Per questo la persona deve essere protetta prima che diventi paziente. L’ospedale interviene spesso quando la malattia si è già manifestata, quando l’evento acuto è già avvenuto o quando la cronicità è ormai scompensata. Il territorio, invece, ha la possibilità di agire prima: nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nei quartieri, negli ambulatori, nei percorsi di screening e nelle attività di educazione sanitaria.

Le Case della Comunità potrebbero diventare il punto di partenza di questa nuova medicina di prossimità. Dovrebbero essere luoghi di prevenzione attiva, non soltanto di risposta alla domanda sanitaria. Non basta aspettare che il cittadino si presenti con un problema: bisogna andare a cercare il rischio, identificarlo, misurarlo e seguirlo nel tempo.

Siamo già in ritardo. Le generazioni dei baby boomer e della Generation X, che rappresentano una quota molto ampia della popolazione, stanno invecchiando contemporaneamente. Questo comporterà, nei prossimi anni, una pressione enorme sul Servizio Sanitario Nazionale. Probabilmente ci attendono almeno dieci anni di forte incremento della domanda assistenziale, legata soprattutto a cronicità, fragilità, malattie cardiovascolari, cerebrovascolari, respiratorie e degenerative.

Per questo bisogna agire adesso, con percorsi semplici, codificati e misurabili. Si potrebbero contattare attivamente le persone di età superiore ai 45 anni per effettuare misurazioni periodiche della pressione arteriosa. Si potrebbero invitare gli over 65 a effettuare controlli regolari della frequenza cardiaca e del polso. Anche un gesto semplice, come mettere due dita sul polso, può aiutare a rilevare una fibrillazione atriale silenziosa, uno dei principali fattori di rischio per l’ictus ischemico.

Allo stesso modo, le Case della Comunità potrebbero diventare sedi per programmi strutturati di prevenzione dell’obesità, del diabete, dell’ipertensione, della sedentarietà e del rischio cardiovascolare globale. Potrebbero promuovere percorsi di educazione alimentare, attività fisica adattata, controllo dei fattori di rischio, aderenza terapeutica e identificazione precoce della fragilità.

Il DM 77/2022 ha indicato una direzione chiara: una sanità territoriale più integrata, multiprofessionale e vicina ai cittadini. Ma perché questo modello funzioni davvero, le Case della Comunità devono essere riempite di contenuti, professionisti, responsabilità e obiettivi verificabili. Devono diventare il luogo in cui medici di medicina generale, infermieri di famiglia e comunità, specialisti, assistenti sociali e altri professionisti lavorano insieme attorno ai bisogni reali della popolazione.

L’ospedale deve restare il luogo dell’urgenza, dell’alta intensità di cura e delle terapie a tempo dipendente. Negli ultimi anni il trattamento dell’ictus, dell’infarto miocardico e di molte altre emergenze è migliorato in modo significativo. Abbiamo terapie più efficaci, percorsi più rapidi, reti tempo-dipendenti più strutturate. Ma non possiamo permetterci che le risorse ospedaliere vengano assorbite principalmente dalla cronicità non gestita.

Se il territorio non funziona, l’ospedale diventa il contenitore finale di tutti i problemi irrisolti. Diventa il luogo in cui arrivano pazienti che avrebbero potuto essere intercettati prima, seguiti meglio, educati, monitorati o stabilizzati. Questo non è sostenibile, né per i pazienti né per gli operatori sanitari.

Per questo, le Case della Comunità rappresentano una grande opportunità. Ma il loro successo non dovrà essere misurato solo dal numero di sedi operative. Dovrà essere misurato in base alla loro capacità di ridurre gli accessi impropri al Pronto soccorso, i ricoveri evitabili, le complicanze cardiovascolari e cerebrovascolari, la disabilità, la perdita di autonomia e la solitudine assistenziale dei pazienti fragili.

È questa la sfida delle Case della Comunità: non aggiungere un altro livello organizzativo, ma costruire una risposta sanitaria capace di anticipare il bisogno prima che diventi emergenza.

Valeria Caso
Neurologa Vascolare
Responsabile UOC Neurologia-Stroke Unit
Ospedale di Saronno
ASST Valle Olona

09 Luglio 2026

© Riproduzione riservata

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