Case di Comunità: la riforma dell’assistenza territoriale rischia di perdere efficacia limitando il ruolo dello psicologo

Case di Comunità: la riforma dell’assistenza territoriale rischia di perdere efficacia limitando il ruolo dello psicologo

Case di Comunità: la riforma dell’assistenza territoriale rischia di perdere efficacia limitando il ruolo dello psicologo

Gentile Direttore, la riforma dell’assistenza territoriale nasce per rispondere a un cambiamento epidemiologico ormai evidente. In Italia circa il 40% della popolazione convive con almeno una patologia cronica e la multimorbilità è in costante aumento...

Gentile Direttore,
la riforma dell’assistenza territoriale nasce per rispondere a un cambiamento epidemiologico ormai evidente. In Italia circa il 40% della popolazione convive con almeno una patologia cronica e la multimorbilità è in costante aumento. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ricorda che solo circa la metà dei pazienti cronici aderisce correttamente alle terapie e che i fattori psicologici influenzano in modo significativo l’aderenza, l’autogestione della malattia, gli stili di vita e gli esiti clinici. La qualità dell’assistenza dipende quindi sempre più dalla capacità dei servizi territoriali di integrare competenze cliniche, psicologiche e sociali.

È questo il paradigma che ha ispirato il DM 77/2022, individuando nelle Case di Comunità il fulcro della nuova assistenza territoriale. Il decreto colloca lo psicologo tra i professionisti delle équipe multiprofessionali, attribuendogli funzioni di promozione della salute, prevenzione, valutazione multidimensionale e presa in carico integrata. Un’impostazione rafforzata dall’Accordo Collettivo Nazionale della specialistica ambulatoriale, che prevede il coinvolgimento stabile degli psicologi nei Percorsi Diagnostico-Terapeutico-Assistenziali (PDTA).

Proprio per questo suscita perplessità l’impostazione delle recenti Linee guida AGENAS sulle équipe multiprofessionali delle Case di Comunità. Pur confermando il principio della multiprofessionalità, il documento limita l’équipe di base al medico di assistenza primaria, all’infermiere, all’assistente sociale e alla figura amministrativa, collocando lo psicologo esclusivamente nell’équipe allargata, attivabile in funzione di specifiche esigenze.

Questa scelta appare difficilmente conciliabile con il percorso delineato dalla normativa nazionale. Se la presenza dello psicologo diventa eventuale anziché strutturale, il rischio è quello di ricondurre il suo intervento a una funzione prevalentemente consulenziale, anziché riconoscerlo come componente ordinaria della presa in carico territoriale.

La contraddizione è ancora più evidente se si considera che le stesse Linee guida attribuiscono allo psicologo competenze fondamentali nella promozione della salute, nella prevenzione, nel supporto alle persone con patologie croniche, nella consulenza agli altri professionisti e nel raccordo con i servizi territoriali. Si tratta di funzioni che difficilmente possono essere svolte con continuità senza una presenza stabile all’interno dell’équipe.

La questione assume particolare rilievo nei PDTA. Oggi nessun percorso dedicato alla cronicità può dirsi realmente centrato sulla persona se trascura la dimensione psicologica. L’aderenza terapeutica, la gestione della malattia, la prevenzione delle riacutizzazioni e l’appropriatezza nell’utilizzo dei servizi sanitari dipendono anche da fattori psicologici. Per questo la presenza dello psicologo non rappresenta un’integrazione opzionale, ma una componente strutturale della qualità delle cure.

Rendere stabile il ruolo dello psicologo nelle Case di Comunità significa dare piena attuazione agli obiettivi della riforma, valorizzandone il contributo nella valutazione multidimensionale, nei PDTA, nella medicina di iniziativa, nella prevenzione, nella telemedicina e nella gestione della cronicità.

La questione, in definitiva, non riguarda la tutela di una singola professione, ma la qualità della riforma dell’assistenza territoriale. Se le Case di Comunità vogliono realizzare il modello delineato dal DM 77, la salute psicologica non può essere considerata un intervento accessorio. La sfida non consiste soltanto nel costruire nuove strutture, ma nel renderle realmente capaci di rispondere alla complessità dei bisogni di salute. In questa prospettiva, il ruolo dello psicologo non rappresenta un valore aggiunto, ma una componente essenziale di un’assistenza moderna, integrata e centrata sulla persona.

Alessandra Medda
Vice Segretario Generale AUPI

02 Luglio 2026

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