Degenza ospedaliera, l’Italia a 7,2 giorni: siamo tra i Paesi con le permanenze più lunghe. I dati Ocse
Il confronto internazionale dell’OCSE mostra una forte variabilità: dai 16,1 giorni del Giappone ai 4,2 della Turchia. L’Italia si colloca a 7,2 giorni, sopra la maggior parte dei Paesi europei. Il dato riaccende il tema dell’appropriatezza, dell’organizzazione degli ospedali e soprattutto della capacità del territorio di prendere in carico i pazienti dopo la fase acuta.
Quanto tempo trascorre mediamente un paziente ricoverato in ospedale?
È una domanda apparentemente semplice, ma dietro questo indicatore si nasconde una delle questioni più rilevanti per la sostenibilità dei sistemi sanitari: quanto è efficiente il percorso di cura e quanto il sistema è capace di trasferire l’assistenza dall’ospedale ai setting territoriali quando il ricovero non è più necessario?
I dati riportati nel file dell’OECD sulla Length of hospital stay, riferiti al 2022, restituiscono un quadro caratterizzato da differenze molto significative tra i Paesi.
E l’Italia occupa una posizione che merita attenzione.
Italia: 7,2 giorni di degenza media
Nel 2022 la durata media della degenza ospedaliera in Italia è stata di 7,2 giorni.
Un valore che colloca il nostro Paese nella parte alta della graduatoria.
Davanti all’Italia troviamo soltanto sei Paesi: Giappone (16,1 giorni), Portogallo (9,3), Canada (8,0), Regno Unito (7,9), Germania (7,5) e Lussemburgo (7,3).
L’Italia è quindi a 7,2 giorni, alla pari con la Corea.
Il confronto diventa ancora più significativo guardando alla parte inferiore della classifica. La durata media scende infatti a 6,9 giorni in Svizzera, 6,6 in Finlandia e Costa Rica, 6,5 nella Repubblica Slovacca, 6,4 in Polonia e Slovenia, fino ai 5,6 giorni della Francia, 5,4 della Svezia, 4,9 di Australia e Nuova Zelanda, 4,6 di Israele e 4,2 della Turchia.
Il dato italiano, dunque, non rappresenta un’eccezione assoluta, ma evidenzia comunque una permanenza ospedaliera superiore a quella registrata in numerosi sistemi sanitari comparabili.
Ma una degenza più lunga significa necessariamente inefficienza?
La risposta è no.
La stessa natura dell’indicatore impone cautela nell’interpretazione.
La durata media della degenza è il numero medio di giorni trascorsi in ospedale dai pazienti ricoverati. L’indicatore viene generalmente utilizzato anche come misura dell’efficienza: a parità delle altre condizioni, una permanenza più breve consente di ridurre il costo associato a ciascuna dimissione e di spostare una parte dell’assistenza verso setting post-acuti meno costosi.
Ma il “a parità delle altre condizioni” è fondamentale.
Non tutti i sistemi sanitari hanno la stessa organizzazione, lo stesso case mix, la stessa disponibilità di strutture intermedie, la stessa rete di assistenza domiciliare e la stessa capacità di presa in carico territoriale.
Per questo motivo sarebbe sbagliato trasformare la classifica in una semplice gara a chi dimette prima.
L’obiettivo non può essere ridurre i giorni di ricovero. L’obiettivo deve essere ridurre i giorni di ricovero non necessari.
È una differenza sostanziale.
Il vero problema sono i giorni clinicamente non necessari
Un paziente dovrebbe rimanere in ospedale per tutto il tempo necessario alla diagnosi, al trattamento e alla stabilizzazione della propria condizione.
Quando però la fase acuta è terminata, la permanenza può dipendere da fattori diversi dalla necessità clinica.
Può mancare un posto in una struttura riabilitativa. Può non essere disponibile un percorso di assistenza domiciliare. Può essere necessario organizzare una dimissione protetta. Può non esserci una struttura intermedia in grado di accogliere il paziente. Oppure può mancare un’effettiva integrazione tra ospedale e servizi territoriali.
In questi casi il letto ospedaliero rischia di diventare il luogo nel quale vengono assorbite le inefficienze degli altri segmenti del sistema.
E questo ha un costo.
Non soltanto economico.
Un paziente che occupa un letto per acuti quando non ne ha più bisogno sottrae quella risorsa a un altro paziente che invece necessita realmente di un ricovero ospedaliero.
Il dato italiano va quindi letto insieme a quello del territorio
I 7,2 giorni dell’Italia pongono una questione che va oltre l’organizzazione interna dei reparti ospedalieri.
La domanda da porsi è infatti: quanto della durata della degenza dipende dall’ospedale e quanto dalla capacità del territorio di prendere in carico il paziente?
È qui che il tema della durata della degenza incontra quello della riorganizzazione dell’assistenza territoriale.
Case della Comunità, assistenza domiciliare, Ospedali di Comunità, servizi di riabilitazione, cure intermedie e presa in carico della cronicità non sono elementi separati dalla performance dell’ospedale.
Sono, al contrario, una delle condizioni che permettono all’ospedale di funzionare meglio.
Un ospedale efficiente non è necessariamente quello che dimette più rapidamente.
È quello che riesce a garantire il setting assistenziale appropriato in ogni fase della malattia.
Il paradosso: ospedali pieni e territorio debole
È uno dei paradossi sui quali dovrebbe concentrarsi maggiormente il dibattito sulla sanità italiana.
Da un lato si chiede agli ospedali di ridurre i tempi di permanenza, aumentare la produttività e liberare posti letto.
Dall’altro, però, il territorio deve essere realmente in grado di accogliere i pazienti dimessi.
Se questa seconda condizione non si verifica, la riduzione della degenza rischia di diventare soltanto uno spostamento del problema.
Il paziente potrebbe essere dimesso prima, ma con un carico assistenziale che ricade sulla famiglia, sul medico di medicina generale, sui servizi sociali o sul pronto soccorso.
Non è efficienza: è trasferimento dell’inefficienza.
Il confronto con la Francia e la Svezia
Il confronto internazionale offre alcuni elementi interessanti.
La Francia registra nel dataset una durata media di 5,6 giorni, la Svezia di 5,4, mentre la Norvegia si attesta a 5,9.
Non significa automaticamente che questi sistemi siano “migliori” dell’Italia.
Ma significa che esistono modelli organizzativi nei quali la permanenza media per le cure curative è sensibilmente più breve.
La domanda da porsi dovrebbe quindi essere: quali caratteristiche organizzative consentono a questi sistemi di garantire la presa in carico senza mantenere il paziente in ospedale più del necessario?
È questa la comparazione che sarebbe realmente utile per il nostro Servizio sanitario nazionale.
Dal posto letto al percorso di cura
Il tema della durata della degenza porta quindi a una riflessione più ampia sul modello di sanità che vogliamo costruire.
Per molto tempo abbiamo ragionato in termini di posti letto, ricoveri e dimissioni.
Oggi dovremmo ragionare sempre più in termini di percorsi.
Il paziente non è soltanto un ricovero.
È una persona che attraversa diversi setting assistenziali: domicilio, medicina generale, servizi territoriali, pronto soccorso, ospedale, riabilitazione, assistenza domiciliare e nuovamente territorio.
La qualità del sistema si misura nella capacità di garantire continuità tra queste fasi.
E proprio per questo la durata media della degenza ospedaliera è anche un indicatore della qualità dell’integrazione tra ospedale e territorio.
La sfida per l’Italia
Il dato del 2022 dice una cosa molto chiara: con 7,2 giorni, l’Italia si trova ancora nella fascia alta della graduatoria internazionale.
Non significa che i nostri pazienti siano ricoverati “troppo a lungo” in senso assoluto.
Significa piuttosto che abbiamo davanti un’opportunità per capire dove esistano margini di miglioramento nell’organizzazione dei percorsi di cura.
La sfida non dovrebbe essere quindi una semplice riduzione della durata media della degenza.
Dovrebbe essere la capacità di rispondere a tre domande:
Il paziente è ricoverato perché ne ha realmente bisogno?
Quando non ne ha più bisogno, esiste un setting alternativo appropriato?
La dimissione è realmente accompagnata da una presa in carico territoriale?
Se la risposta è sì a tutte e tre, allora una riduzione della degenza può rappresentare vera efficienza.
Se invece manca la terza condizione, il rischio è quello di confondere la riduzione dei giorni di ricovero con il miglioramento dell’assistenza.
7,2 giorni: un numero che parla di tutto il sistema
In definitiva, il dato italiano di 7,2 giorni non dovrebbe essere letto soltanto come una statistica ospedaliera.
È un indicatore che chiama in causa ospedale, territorio e integrazione sociosanitaria.
Perché il vero obiettivo non è avere ospedali con degenze sempre più brevi.
È avere un sistema nel quale ogni paziente riceva la cura giusta, nel luogo giusto e per il tempo giusto.
E forse è proprio questa la vera sfida della sanità italiana dei prossimi anni: non semplicemente svuotare i letti, ma costruire una rete assistenziale capace di evitare che quei letti vengano utilizzati quando non sono più necessari.
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