Depressione post partum per il 10-15% delle neomamme. Si può curare, basta stigma

Depressione post partum per il 10-15% delle neomamme. Si può curare, basta stigma

Depressione post partum per il 10-15% delle neomamme. Si può curare, basta stigma

La drammatica vicenda di Catanzaro, dove una donna si è suicidata gettandosi dal balcone con i suoi tre figli (6 anni, 4 anni e 4 mesi di vita) ,riaccende i riflettori sul dolore silenzioso e senso di smarrimento che molte donne provano dopo il parto e che a volte persiste trasformandosi in vera e propria depressione.

La nascita di un figlio è spesso descritta come un momento di gioia, ma per molte donne rappresenta anche una fase di grande vulnerabilità psicologica. Il periodo del post partum è infatti uno dei momenti a maggior rischio per lo sviluppo di disturbi dell’umore, che possono andare da forme lievi e transitorie fino a quadri clinici più complessi e persistenti.

Il ministero della Salute, sulla pagina del sito web dedicata alla depressione post partum (aggiornata a maggio 2024), riferisce come il 70-80% delle puerpere sperimenti il cosiddetto “baby blues”, che consiste in una certa instabilità emotiva che colpisce la donna immediatamente dopo il parto e nei giorni ad esso successivi. “Non si tratta di uno stato patologico e non vi è necessità di uno strutturato intervento terapeutico (farmacologico o psicoterapeutico), perché questo stato di disagio tende a rientrare spontaneamente in tempi brevi (circa due settimane)”, dice il ministero. Ma il 10-15% delle puerpere va invece incontro ad un vero e proprio stato depressivo che non tende a scomparire spontaneamente come il “baby blues”; delle madri non trattate il 50% risultano ancora depresse dopo 6 mesi e il 25% ancora dopo 1 anno.

Baby blues e depressione post partum. Cosa sono e compre distinguerli
Il baby blues o maternity blues (dove ‘blues’ sta per malinconia) è una condizione para fisiologica transitoria e reversibile cui la donna va incontro nella settimana successiva al parto in circa il 70/80% dei casi, determinata principalmente dai cambiamenti ormonali tipici del post-partum. Lo spiega l’Irccs San Raffaele di Milano sul suo sito web, elencando i principali sintomi del baby blues: reazioni emotive molto vistose da parte della mamma, quali pianto improvviso e immotivato; umore instabile; sensazione di inadeguatezza; tristezza non giustificata; irritabilità.

“È importante sottolineare – spiega il San Raffaele – che questi disturbi hanno 2 caratteristiche ben precise: insorgono appena dopo l’evento del parto (tendenzialmente nei 3/4 giorni successivi) e sono transitori, cioè durano da pochi giorni fino ad un massimo di 1 o 2 settimane. Il baby blues infatti è assolutamente reversibile, scomparendo una volta che l’equilibrio ormonale della donna si è riassestato”.

Ai cambiamenti ormonali possono, però, aggiungersi altri fattori: privazione del sonno, stress fisico e psicologico, precedenti episodi depressivi, mancanza di supporto sociale o familiare, solitudine.

Se quindi il baby blues, non essendo una malattia, non richiede terapie specifiche, questo non vuole dire, sottolinea l’Irccs San Raffaele, che le neo mamme non debbano essere aiutate e sostenute: “Il partner e gli affetti della neomamma possono in questo senso darle una mano, fornendole rassicurazione, ascolto e supporto e perché no, aiuto nella gestione quotidiana del piccolo e della casa. Anche se il piccolo monopolizza a tutti gli effetti l’attenzione, prendersi cura di sé ritagliandosi momenti di tranquillità e riposo può contribuire ad alleviare la malinconia e alleggerire la pesantezza delle difficoltà iniziali”.

È però fondamentale prestare attenzione a tutti i segnali di disagio che si percepiscono nella donna, cercando di individuare l’eventuale rischio di depressione post partum, che richiede un aiuto specifico. In particolare, spiega il San Raffaele, è il caso di cercare aiuto se il malessere insorge circa 1 mese dopo il parto, a volte coincidente con il ritorno del ciclo mestruale; interferisce con le attività quotidiane, comprese quelle di cura di sé e del bambino; è persistente e dura oltre 2 settimane; non sembra migliorare, anzi, peggiora.

Eppure, riconosce lo stesso ministero della Salute, “nonostante l’elevata frequenza dei contatti con operatori sanitari (ostetriche, infermieri, puericultrici, pediatri) sia prima che dopo il parto, raramente il disturbo è riconosciuto né viene offerto un trattamento”. Forse perché, ancora oggi, la depressione non viene compresa e percepita da tutti come una vera e propria malattia e persistente, mentre resta alto lo stigma verso chi chiede aiuto.

23 Aprile 2026

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