Il bisogno di cure non può essere un’avventura

Il bisogno di cure non può essere un’avventura

Il bisogno di cure non può essere un’avventura

Gentile Direttore, in un'epoca storica e in un contesto sociale in cui l'andamento demografico evidenzia, da un lato, il progressivo incremento della popolazione anziana e, dall'altro, la diffusione di patologie croniche che, unitamente alla significativa carenza dei servizi sanitari territoriali, compromette il diritto alle cure.

Gentile Direttore,

in un’epoca storica e in un contesto sociale in cui l’andamento demografico evidenzia, da un lato, il progressivo incremento della popolazione anziana e, dall’altro, la diffusione di patologie croniche che, unitamente alla significativa carenza dei servizi sanitari territoriali, compromette il diritto alle cure. Di conseguenza, la crescente necessità di monitoraggio e assistenza si fa sempre più pressante dinanzi a pazienti con comorbilità, mentre sul territorio la presenza è limitata o assente, specialmente al sud, e in particolare in Calabria. Risulta improduttivo ricercare colpe, responsabili o responsabilità, siano esse politiche, civili, amministrative o penali, poiché tale approccio non apporta alcun beneficio, citando un noto e limpido proverbio: “il letame più lo giri più puzza“. Potrebbe essere il momento opportuno per intervenire con la sensibilità necessaria affinché le condizioni di vita siano tutelate, specialmente in quei momenti in cui la Natura o la Vita privano l’essere umano di ogni certezza, evidenziando come, dinanzi alla malattia o a eventi avversi, chiunque possa trovarsi in una condizione di estrema vulnerabilità; riflettere su tale aspetto è fondamentale per comprendere l’urgenza di una reale umanizzazione, evitando quelle classificazioni, oserei dire abissali, che sembrano emergere con crescente frequenza: chi dispone di risorse economiche o potere può accedere alle cure, mentre chi possiede poco o nulla deve purtroppo accontentarsi, se non va peggio, affidandosi esclusivamente al Buon Dio.

Garantire l’assistenza implica non soltanto la disponibilità di strutture e risorse distribuite equamente in tutte le regioni, ma soprattutto la presenza del personale necessario, elemento che attualmente risulta carente ovunque; stiamo affrontando un’emergenza di personale sanitario, con particolare riferimento alle figure mediche e infermieristiche – criticità persistenti da alcuni anni a causa di molteplici fattori. Nonostante questa carenza, si fatica ancora a capire le problematiche che affliggono queste professioni, quella medica riempita di tanti oneri burocratici, molti dei quali inutili, come la gestione delle ripetizioni delle prescrizioni farmaceutiche per le patologie croniche, dove si riscontrano passaggi superflui e attese prolungate per la prescrizione di farmaci già indicati dallo specialista. In caso di patologie croniche, nell’ottica dell’efficienza e della tecnologia attuale, basterebbe che il paziente, in riferimento alle compresse e al dosaggio prescritto, si recasse in farmacia con la tessera sanitaria un giorno prima dell’esaurimento dell’ultimo blister per ricevere una nuova confezione. Tale approccio consentirebbe di liberare tempo prezioso per il medico, permettendogli di esercitare la propria professione, visitare i pazienti e comprendere direttamente la realtà in cui essi vivono. A differenza della situazione attuale, in cui il medico assume spesso un ruolo puramente burocratico, l’80% del suo tempo viene impiegato nella lettura di messaggi whatsapp ed e-mail per richieste di prescrizioni, compromettendo così l’essenza stessa dell’atto di curare e dell’attività di presa in carico. Per quanto concerne la professione infermieristica, sussiste l’esigenza di garantire la propria sopravvivenza; in quanto persone, abbiamo diritto alla nostra esistenza e ai nostri affetti familiari, oltre al semplice dovere di fornire assistenza. È pertanto necessario riconoscere la dignità umana e professionale. L’inadeguatezza della retribuzione costituisce la causa principale della dispersione e della scarsa attrattività di questa professione; a ciò si aggiungono l’incremento dei carichi di lavoro e la mancata valorizzazione del ruolo professionale all’interno delle politiche sanitarie e delle relative decisioni, in particolare nella governance aziendale. L’esperienza sul campo evidenzia l’importanza del rapporto diretto tra l’utenza e l’operatore, un elemento fondamentale per monitorare l’evoluzione di ogni percorso e decisione; tale dinamica consente di offrire suggerimenti costruttivi, evitando l’esclusione dai processi decisionali. Di conseguenza, la disponibilità di un contratto idoneo e indipendente dal comparto permette di posizionare la professione su un piano di parità rispetto alle altre.

Tali criticità, sebbene ormai manifeste, rimangono trascurate. Parallelamente, si osserva come ancora in Italia, qualora vengano sollevate problematiche o tematiche di rilievo, le figure di potere reagiscano spesso con irritazione e, purtroppo, si scaglino contro, talvolta con modalità pesanti; per questo motivo si tende a preferire l’accettazione delle disfunzioni e delle carenze piuttosto che porre questioni che potrebbero innescare una vera e propria via crucis, culminando nel logoramento della persona o delle persone che hanno evidenziato temi e criticità di ampia rilevanza sociale. Di fronte all’attuale sistema sanitario e assistenziale, segnato da una crescente eterogeneità tra le diverse regioni e accomunato esclusivamente da criticità condivise quali la carenza di risorse e la violenza – fattori che generano disagio e sofferenza sia tra gli operatori che nei pazienti – è necessario un impegno immediato da parte di tutti, ciascuno all’interno del proprio ambito, superando le logiche di potere che non fanno altro che prolungare discussioni e sofferenza. Generalmente la memoria di un triste evento dovrebbe, anzi deve, scuotere le coscienze di TUTTI, intendo di tutti, affinché spiacevoli episodi che comportano decessi o l’aggravamento di un malessere con conseguenze spesso di entità notevoli, siano considerati un ulteriore indice di scarsa o nulla civiltà. Per questo motivo, conserviamo costantemente nella memoria le parole del grande Totò, tratte dalla sua celebre poesia A livella: “Perciò, stamme a ssentì, nun fa’ ‘o restivo, suppuorteme vicino, che te ‘mporta? ‘Sti ppagliacciate ‘e ffanno sul’e vive: nuje simme serje… appartenimmo a morte!”

Emanuele Cariati

Infermiere

04 Maggio 2026

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