Si moltiplicano i confronti televisivi, i convegni e le tavole rotonde sulla sanità. Si discute di liste d’attesa, di carenza di personale, di autonomia differenziata, di bilanci regionali, di modelli organizzativi e di governance. Temi certamente importanti, ma che troppo spesso finiscono per oscurare la questione essenziale: il progressivo abbandono dei principi fondativi del Servizio sanitario nazionale.
La politica sembra aver trovato un rifugio comodo nel dibattito tecnico e organizzativo. È più semplice discutere di assetti amministrativi che assumersi la responsabilità di spiegare perché milioni di cittadini incontrano crescenti difficoltà nell’accedere alle cure o perché il luogo di residenza sia divenuto un fattore determinante nella tutela del diritto alla salute.
Così facendo, la politica finisce per giustificare indirettamente la propria inerzia. L’assenza di idee riformatrici viene mascherata da un incessante confronto sulle procedure, mentre si evita accuratamente di affrontare la questione centrale: la progressiva erosione dell’universalismo e dell’uniformità, i due pilastri sui quali è stato edificato il sistema sanitario italiano.
L’universalismo non riguarda l’offerta sanitaria, come spesso si lascia gravemente intendere. Esso riguarda il diritto fondamentale della domanda, cioè la pretesa giuridicamente tutelata di ogni persona a ricevere le cure necessarie indipendentemente dalla condizione economica, sociale o territoriale. Quando un cittadino rinuncia a curarsi perché non trova una prestazione nei tempi necessari o perché è costretto a rivolgersi al privato sostenendo costi insostenibili, l’universalismo non è semplicemente indebolito: è negato.
Ed è proprio qui che si consuma uno degli equivoci più gravi del dibattito pubblico. Confondere l’universalismo con l’assetto dell’offerta significa spostare l’attenzione dalle responsabilità della politica ai limiti dell’organizzazione. Una confusione che finisce per assolvere tutti (chi ha governato e chi governa) e per occultare il vero problema: l’incapacità di garantire il soddisfacimento del fabbisogno epidemiologico della popolazione, che la Costituzione ha riconosciuto come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività.
L’articolo 32 non si limita infatti a proclamare un diritto; impone alle istituzioni di renderlo concretamente esigibile, assicurando le cure necessarie e garantendo gratuitamente l’assistenza agli indigenti. Una categoria, quest’ultima, che la politica ha il dovere di individuare e aggiornare costantemente, soprattutto in una fase storica caratterizzata dall’ampliamento delle fragilità economiche e sociali.
I numeri, del resto, raccontano una realtà ben diversa da quella spesso rappresentata nei resoconti ufficiali. Secondo i dati europei di qualche giorno fa il 9,9 per cento della popolazione italiana rinuncia alle cure di cui avrebbe bisogno, mentre il 23,7 per cento sostiene direttamente spese sanitarie a proprio carico, contro una media europea del 14,9 per cento. Sono dati che descrivono una crisi di accessibilità ben più profonda di quanto non emergano dalle statistiche che enfatizzano il miglioramento delle liste d’attesa. Per chi rinuncia a curarsi o si impoverisce per ricevere assistenza, la prestazione non è in ritardo: semplicemente non esiste.
Lo stesso vale per l’uniformità. Essa non coincide con l’uniformità delle strutture o delle procedure amministrative. Si misura, piuttosto, nell’effettivo godimento dei Livelli Essenziali di Assistenza. Se i LEA sono garantiti in alcune regioni e risultano parzialmente compromessi in altre, non siamo di fronte a una semplice differenza organizzativa, ma a una frattura costituzionale che colpisce il principio di uguaglianza sostanziale.
Da anni si accetta questa deriva come se fosse inevitabile. Si descrivono le disuguaglianze territoriali, si commentano i dati, si stilano classifiche tra regioni virtuose e regioni in ritardo, ma raramente si pone la domanda fondamentale: può una Repubblica che si definisce una e indivisibile tollerare che il diritto alla salute assuma contenuti diversi a seconda del territorio in cui il cittadino vive?
La risposta dovrebbe essere scontata. Eppure è proprio su questo interrogativo che la politica appare reticente. Forse perché riconoscere il problema significherebbe ammettere che il sistema non soffre soltanto di carenze finanziarie o organizzative, ma di un progressivo allontanamento dai principi che ne legittimano l’esistenza.
L’articolo 32 della Costituzione tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. L’articolo 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani riconosce a ogni persona il diritto a un livello di vita adeguato anche sotto il profilo sanitario. I LEA, divenuti parametro costituzionale di garanzia, rappresentano la traduzione concreta di questi principi. Eppure proprio tali riferimenti sembrano essere usciti dall’orizzonte del dibattito pubblico.
È tempo di invertire la rotta. Prima di discutere di modelli, competenze e assetti istituzionali, occorre tornare a misurare ogni scelta sulla capacità di garantire l’effettiva esigibilità universale ed egualitaria del diritto alla salute da parte dell’intera Nazione. Tutto il resto viene dopo.
Perché una sanità che smarrisce universalismo e uniformità non è una sanità da riformare. È una sanità che rischia di perdere la propria ragion d’essere. E una politica che continua a rifugiarsi nelle alchimie organizzative, evitando di misurarsi con i diritti negati, finisce per essere parte del problema e non della soluzione.
Quando l’universalismo diventa un principio declamato e non praticato, e l’uniformità un obiettivo evocato ma non garantito, il Servizio sanitario nazionale smette di essere il presidio dell’eguaglianza e diventa il luogo nel quale si certificano le diseguaglianze. Ed è allora che la politica non può più invocare l’insufficienza delle risorse o la complessità dei modelli organizzativi: deve rispondere della distanza che separa i diritti proclamati dai diritti realmente esercitati dai cittadini.
Ettore Jorio