Il microbioma come alleato contro il mieloma

Il microbioma come alleato contro il mieloma

Il microbioma come alleato contro il mieloma

Uno studio internazionale coordinato dall’Irccs Ospedale San Raffaele e dal Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York ha dimostrato come una dieta ricca di fibre può rallentare la progressione delle forme precoci della malattia.

Un nuovo studio internazionale, guidato dal gruppo del dottor Matteo Bellone, responsabile dell’Unità Immunologia cellulare dell’Irccs Ospedale San Raffaele, e dalla dottoressa Urvi A. Shah, ematologa-oncologa del Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, rivela che

Unaa dieta ricca di fibre e basata su alimenti vegetali può modificare alcuni dei meccanismi biologici in grado di ritardare la progressione verso il mieloma multiplo.

È quanto rileva un nuovo studio internazionale, guidato dal gruppo del dottor Matteo Bellone, responsabile dell’Unità Immunologia cellulare dell’Irccs Ospedale San Raffaele, e dalla dottoressa Urvi A. Shah, ematologa–oncologa del Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York.

I ricercatori, in un articolo appena pubblicato sulla rivista Cancer Discovery, mostrano che intervenire sull’alimentazione – un gesto quotidiano, quasi banale nella sua semplicità – può trasformarsi in un “interruttore biologico”, capace di influenzare metabolismo, immunità e flora batterica intestinale.

“Per la prima volta abbiamo dimostrato che un intervento nutrizionale strutturato può incidere sui meccanismi alla base della progressione del mieloma – spiega Matteo Bellone. Aggiunge la dott.ssa Shah – la maggior parte dei pazienti che presentano condizioni pre-mielomatose vengono semplicemente monitorati e questo può generare molta ansia. Il nostro studio è il primo a dimostrare che un’alimentazione ricca di fibre e prevalentemente vegetale può migliorare la salute dell’intestino, il metabolismo e la funzione immunitaria in questi pazienti, e potrebbe contribuire a rallentare la progressione verso il mieloma. Sapere che un semplice cambiamento alimentare, a basso rischio, può fare la differenza può essere davvero incoraggiante”.

Mieloma multiplo: una malattia che si prepara in silenzio Il mieloma multiplo è un tumore del sangue che colpisce ogni anno più di 160.000 persone nel mondo e circa 5.000 in Italia. Quasi sempre nasce da due condizioni precancerose, MGUS (Gammopatia Monoclonale di Significato Incerto) e SMM (Smoldering Multiple Myeloma – Mieloma Multiplo Asintomatico), che interessano oltre il 5% della popolazione sopra i 50 anni. Sono stati definiti “stati di attesa biologica” perché non provocano sintomi ma possono evolvere, nel corso degli anni, in un mieloma conclamato. Capire come rallentare questa evoluzione è una delle sfide più urgenti della ricerca ematologica.

Dalla flora intestinale al midollo osseo: una connessione che cambia la medicina Già nel 2018, proprio al San Raffaele, il gruppo di Bellone aveva firmato una delle prime scoperte che collegavano il microbioma intestinale alla progressione del mieloma. All’epoca, lo studio mostrò come determinati batteri fossero in grado di alimentare processi infiammatori e immunitari che accelerano la malattia. Quel lavoro ha gettato il seme per l’intero filone di ricerca: se il microbioma può spingere la malattia in avanti, forse può anche frenarla. Da questa intuizione nasce il nuovo studio, che unisce scienza clinica e biologia sperimentale come due lenti complementari su un’unica domanda: può la dieta diventare uno strumento terapeutico?

 Lo studio clinico: cosa accade quando si cambiano le abitudini alimentari La sperimentazione clinica Nutrivention, monocentrica e a braccio singolo, guidata dalla dott.ssa Shah al Memorial Sloan Kettering, ha coinvolto 23 persone con MGUS e SMM e con un indice di massa corporea elevato che, per 12 settimane, hanno seguito una dieta ricca di fibre e a prevalenza vegetale, senza alcuna restrizione calorica. L’obiettivo non era “mangiare meno”, ma mangiare diversamente, privilegiando frutta, verdura, legumi, cereali integrali.

Contrariamente a quanto ritenuto finora, lo studio ha dimostrato che una dieta ricca di fibre non solo è sostenibile, ma provoca anche fastidi limitati e ben tollerati. Un risultato che ha convinto oltre il 70% dei pazienti a proseguire il nuovo regime dietetico ben oltre le 12 settimane. I dati, ottenuti grazie anche a un diario alimentare compilato dagli stessi pazienti, hanno mostrato che, gradualmente, l’organismo sembra tirare il freno. Il peso corporeo si riduce, la sensibilità insulinica migliora, l’infiammazione si attenua e la flora batterica si arricchisce di specie capaci di produrre butirrato, una molecola nota per le sue proprietà antinfiammatorie e antitumorali. Anche se lo studio non era disegnato per fornire informazioni sull’andamento della malattia, negli otto pazienti valutabili per questo parametro, la traiettoria della componente monoclonale (M-spike), il principale indicatore di progressione da una condizione precancerosa a una di mieloma multiplo, si è stabilizzata e in due pazienti è addirittura migliorata.

“È come se la malattia, abituata a correre lentamente ma inesorabilmente, avesse trovato un ostacolo imprevisto sul percorso” commenta il dottor Bellone.

Il contributo centrale del San Raffaele: capire i meccanismi biologici Il cuore della ricerca guidata dal dottor Bellone e svolta principalmente dalla dottoressa Laura Cogrossi del Cancer Research UK Manchester Institute, è stato proprio questo: mostrare non solo che la dieta di per sé cambia i parametri clinici associati con la progressione della malattia, ma spiegare perché lo fa.

Nei laboratori del San Raffaele, i ricercatori hanno alimentato dei modelli murini con una dieta ad alto contenuto di fibre e monitorato nel tempo ciò che accadeva nel loro organismo. I risultati hanno dimostrato che la dieta ricca di fibre ha modificato la composizione del microbioma intestinale dei topi, aumentando in particolare la produzione di acidi grassi a catena corta come il butirrato. Queste molecole hanno ridotto l’aggressività della malattia nel modello animale, mentre hanno rallentato la proliferazione delle cellule tumorali in coltura, un modello in vitro della malattia.

La dieta ha inoltre rimodellato le caratteristiche delle cellule immunitarie nel midollo osseo (sede d’origine del tumore) degli animali, reindirizzandole verso un’azione potenzialmente antitumorale. Grazie a questi cambiamenti, nei topi l’evoluzione verso il mieloma conclamato veniva drammaticamente posticipata. Spiega il dottor Bellone: “È come se il microbiota, riprogrammato dalla dieta, avesse modificato l’intero microambiente tumorale, rendendolo meno favorevole alla proliferazione delle cellule di mieloma e più capace di sostenere una risposta immunitaria efficace. Una possibile spiegazione è che le molecole come il butirrato, prodotte dai batteri intestinali con la fermentazione delle fibre, abbiano raggiunto il midollo osseo, dove potrebbero aver reindirizzato il comportamento delle cellule immunitarie verso un’azione antitumorale e rallentato la proliferazione delle cellule maligne. Una sorta di effetto a cascata: dal cibo al microbioma, dal microbiota al sistema immunitario, dal sistema immunitario al tumore”.

Le prospettive: dalla tavola alla clinica Alla luce di questi risultati, la ricerca apre a nuove direzioni: studi clinici più ampi, interventi personalizzati e possibili combinazioni tra dieta e terapie già esistenti. È un approccio che non sostituisce i trattamenti oncologici, ma potrebbe affiancarli, accompagnarli e persino potenziarli, agendo su un terreno biologico spesso trascurato: lo stile di vita.

04 Dicembre 2025

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