La solitudine dei giovani, serve un approccio integrato e sociale
È un fenomeno crescente di isolamento sociale ed emotivo, in cui adolescenti e giovani adulti si ritirano volontariamente dalle interazioni sociali, scolastiche o lavorative, chiudendosi spesso nel proprio ambiente domestico. Spesso nasce da una scelta, seppur dettata da ansia, da paura del giudizio o bassa autostima.
La “solitudine giovanile” viene definita come la differenza soggettiva e dolorosa tra le relazioni sociali desiderate da un giovane e quelle effettive che riesce a costruire. Non si tratta necessariamente di stare soli fisicamente, ma di un sentimento di “disconnessione emotiva” e mancanza di appartenenza, particolarmente acuto durante l’adolescenza e la prima età adulta. La solitudine in questa fascia d’età presenta sfumature specifiche che la distinguono da quella adulta. È fondamentale distinguere tra “solitudine” (sentimento interiore di vuoto) e “isolamento sociale” (mancanza oggettiva di contatti). Un giovane può sentirsi profondamente solo anche se circondato da coetanei o costantemente connesso online. Durante l’adolescenza, la solitudine è legata ai cambiamenti del corpo e della mente. Il giovane può sentirsi inadeguato o provare vergogna, ritirandosi per proteggersi dal giudizio altrui. Nonostante l’iper-connessione sui social media, molti giovani sperimentano una “solitudine digitale” dovuta alla mancanza di contatti autentici e alla sostituzione delle relazioni reali con interazioni superficiali. La ricerca scientifica evidenzia che la solitudine persistente non è solo un disagio emotivo, ma ha effetti biologici in quanto può rimodellare la struttura cerebrale, alterando la connettività nelle aree deputate ai comportamenti sociali e ai processi decisionali. Chi soffre di solitudine tende a mostrare una maggiore vulnerabilità agli eventi stressanti e una ridotta capacità di provare emozioni positive. È utile distinguere tra la “solitudine subita” (malessere) e la “solitudine scelta”, che può invece essere un momento fondamentale di maturazione e riflessione interiore.
Quanti sono i giovani nel nostro Paese
In Italia, le classi di età giovanili sono definite dall’ISTAT attraverso alcune “macro-fasce”, ovvero, infanzia e adolescenza (0-14 anni) e giovani adulti (15-34 anni, spesso inclusi nella fascia 15-64). Nelle analisi specifiche, il target giovanile copre solitamente l’arco 11-19 anni (giovanissimi) o 18-34 anni, con un focus crescente sulle fasce 12-17 e 18-24 anni. Il contesto demografico evidenzia un calo nei giovanissimi (0-9 anni), in linea con il processo di invecchiamento della popolazione, che ha portato l’età media a 46,9 anni a fine 2024. Secondo le statistiche demografiche ISTAT, la popolazione giovane è suddivisa (dati aggiornati al 2024-2025): 0-14 anni (Infanzia e Adolescenza): Rappresentano solo l’11,9% della popolazione totale. Al 2023, questa fascia contava circa 940.000 unità in meno rispetto al 2016; 18-24 anni: Questa classe comprende circa 4.127.409 persone; 25-34 anni: Questa fascia conta circa 6.225.548 individui. Tuttavia, l’incidenza degli occupati “under 35″ in Italia è tra le più basse d’Europa, con circa un milione di lavoratori in meno nella fascia 25-34 rispetto a quella 55-64. Negli ultimi dieci anni, il numero di giovani in Italia è diminuito di circa 750.000 unità. Quasi un quarto della popolazione (circa il 24%) ha più di 65 anni, evidenziando uno squilibrio crescente rispetto alle fasce più giovani. In dati assoluti i diciottenni che erano per classe di età circa 850.000 dieci anni fa, ora sono poco più della metà, ovvero, circa 450.000, che dovrebbero garantire il ricambio generazionale del Paese. Ovviamente non bastano …
Aumenta il disagio psicologico, diminuiscono le relazioni
Per più di un italiano su due, i soldi sono motivo di insoddisfazione, preoccupazione verso il futuro e, di conseguenza, mancanza di felicità (52%). Un dato in linea con quanto espresso dal campione globale e che vale per ogni fascia di reddito. Non solo si dice infelice a causa degli scarsi guadagni il 38% di chi ha redditi bassi, ma anche il 29% di chi ha redditi medi e il 25% di chi ha redditi alti.
Tra gli altri fattori che contribuiscono all’infelicità degli italiani, vi sono: il non sentirsi amati (27%), i problemi di salute mentale (26%), la situazione sociale e politica del Paese (24%) e la mancanza di senso nella propria vita (21%). Ma ribaltando la prospettiva, sono proprio questi fattori a rendere le persone più felici. In particolare, la felicità deriva dalle relazioni familiari per il 42% degli italiani, dal sentirsi amati per il 32%, dal benessere mentale per il 26% e dalle amicizie per il 25%. Come conferma anche lo studio Global Flourishing Study condotto dall’Università di Harvard e pubblicato su Nature Mental Health, basandosi su oltre 200.000 individui in 22 paesi, la felicità è una condizione influenzata da molteplici fattori e la dimensione relazionale è forse la più importante quando parliamo di benessere. Ma è un aspetto che soprattutto le società più ricche e industrializzate sembrano coltivare con maggiore difficoltà. Una condizione che pesa soprattutto sui più giovani: come spiega Arthur Brooks su The Atlantic, il disagio emotivo e psicologico delle nuove generazioni è più pronunciato nelle nazioni benestanti, come gli Stati Uniti, perché si è perso il valore delle relazioni e il significato più profondo della vita. Dalla ricerca emerge che la metà degli italiani (18% “spesso” e 37% “a volte”) soffre di solitudine, più le donne degli uomini, più al Sud che al Nord. L’epidemia di SARS-COV-2 ha peggiorato questo stato d’animo, in particolare tra i più giovani (70% nella fascia 18-34 anni), che sono ostacolati nel loro percorso di studio e obbligati a rinunciare alle consuete relazioni sociali, le uscite con gli amici, i viaggi e lo sport preferito.
I giovani sono i meno felici
L’Happiness Index Report 2025 stilato da IPSOS intervistando oltre 23 mila persone in 30 Paesi al mondo, vede il nostro Paese in ventitreesima posizione, con appena il 6% delle persone che si definisce “molto
OMS e Unicef hanno denunciato che i disturbi di salute mentale sono sempre più diffusi e spesso si sviluppano in età precoce. Stimano che un bambino e adolescente su sette, tra i 10 e i 19 anni soffra di ansia, depressione e disturbi comportamentali. Un terzo di questi disturbi si manifestano prima dei 14 anni, dettati dalla paura del futuro da un punto di vista lavorativo e da fenomeni globali, ma solo pochissimi vengono identificati e trattati per tempo. La maggior parte dei giovani, infatti, non accede alle cure perché i segnali di allarme non vengono riconosciuti, per via dello stigma ancora connesso al disagio mentale, per la scarsa disponibilità dei servizi o per i costi troppo alti. Anche il rapporto con il web ed i social cambia radicalmente, infatti, il 53% di chi soffre la solitudine, pur utilizzandoli, avverte disagio nel doversene servire come canale di contatto con le altre persone, una percentuale che crolla all’11% se si considera il campione di tutti gli italiani. Appena il 26% di chi si sente “in solitudine” considera i social un buon veicolo per mantenere le relazioni esistenti. Questo stato fa la differenza anche nel grado di soddisfazione per alcuni aspetti della quotidianità. Solo il 32% di chi patisce una condizione di solitudine è contento della propria vita di relazione, il 34% della propria situazione finanziaria, il 38% del lavoro e il 44% della realizzazione personale.
La solitudine tra gli adolescenti in Italia
Secondo l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza (AGIA), circa il 51,4% degli studenti italiani soffre in modo ricorrente di stati di ansia o tristezza prolungata. Studi del CNR pubblicati nel 2025 indicano che il 10% degli adolescenti italiani vive in una condizione di estremo ritiro sociale. Le stime più recenti di febbraio 2026 parlano di circa 200.000 giovani che vivono quasi totalmente isolati nelle proprie stanze.
Almeno 100.000 ragazzi tra gli 11 e i 17 anni mostrano un uso compulsivo e incontrollato di social media e piattaforme streaming, perdendo spesso il contatto con la realtà. Le ragioni dietro questo fenomeno sono molteplici e spesso interconnesse. Il timore del giudizio altrui e l’ansia da prestazione (scolastica o estetica) spingono molti giovani a chiudersi in un “bunker domestico” per evitare il confronto con i coetanei. Nella fase post-pandemia gli adolescenti italiani hanno sofferto la mancanza di interazione fisica più degli altri coetanei europei, riportando sintomi depressivi e difficoltà cognitive come la “nebbia mentale“. Per altro la ricerca di un’identità personale in un contesto iper-connesso, ma emotivamente povero, genera insicurezze che favoriscono il ritiro.
In Italia, i NEET (giovani 15-29 anni che non studiano, non lavorano e non fanno formazione)
In Italia, la presenza di NEET (Not in Education, Employment or Training) sta registrando un progressivo calo, pur rimanendo tra le più alte in Europa. Nel 2024, la quota di giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano è scesa al 15,2% (circa 1,3 milioni di persone), un netto miglioramento rispetto al 23,1% del 2018. Nel secondo trimestre del 2025, il dato per la fascia 15-34 anni è calato ulteriormente al 14,5%. Nonostante il trend positivo, l’Italia resta il secondo Paese nell’Unione Europea per numero di NEET, superata solo dalla Romania (19,4%) e con un distacco significativo dalla media UE dell’11%. Persistono forti differenze regionali. Nel Mezzogiorno, l’incidenza supera spesso il 20-25% (con picchi in Calabria e Sicilia), mentre nel Nord-Est la percentuale è scesa all’8,3% nel 2025. Il fenomeno colpisce maggiormente le donne (16,6%) rispetto agli uomini (13,8%). Il problema colpisce anche i diplomati (rischio del 18% circa), segnalando una difficile transizione scuola-lavoro. Si tratta di un’emergenza che alimenta la povertà educativa, la disoccupazione e l’immobilità sociale. Il fenomeno è in calo grazie ad alcune politiche attive, ma rimane una criticità significativa nel contesto economico italiano.
Due sono le concause di questa situazione: la crisi della scuola e delle famiglie.
La crisi della scuola italiana.
La scuola italiana registratassi di abbandono tra i più alti in Europa (vicini al 10%) e forti disparità regionali. La crisi della scuola si intreccia drammaticamente con la crescente solitudine giovanile. Oltre la metà degli studenti si sente solo, subisce pressioni psicologiche e vive la scuola come ambiente ostile, aggravando il disagio post-pandemico e il rischio di isolamento. L’Italia è quarta in Europa per abbandono, con picchi del 20% in Campania e situazioni critiche in Sardegna e Sicilia. La dispersione non è solo legata al disinteresse, ma spesso a situazioni familiari difficili e necessità economiche. Il 54% degli adolescenti dichiara di sentirsi solo. La scuola è talvolta percepita come luogo di insicurezza, cyberbullismo (32%) e scarsa empatia La crisi è legata a una combinazione di scarso coinvolgimento, difficoltà relazionali, mancanza di figure di riferimento e una struttura formativa che non è sempre inclusiva.
Sono stati stanziati 500 milioni di euro per contrastare la dispersione, con l’obiettivo di ridurre l’abbandono entro il 2026. La scuola è chiamata a passare da un approccio puramente nozionistico a uno di accoglienza, investendo sull’ascolto attivo e sulle relazioni per contrastare il disinteresse e l’abbandono.
La crisi del sistema scolastico e la solitudine dei giovani sono fenomeni strettamente intrecciati, dove la scuola spesso fatica a rispondere ai bisogni emotivi degli studenti, trasformandosi talvolta in un fattore di stress anziché in un luogo di inclusione.
I Numeri del Disagio e le sue cause
Al 2025-2026, la situazione riflette una profonda fragilità sociale e psicologica. In Italia, oltre 216.000 giovani tra i 18 e i 24 anni abbandonano precocemente gli studi. La “dispersione implicita” (studenti che finiscono la scuola senza competenze di base) è salita all’8,7% nel 2025. Si stima la presenza di circa 200.000 hikikomori, giovani che scelgono l’isolamento sociale totale chiudendosi in casa.
All’inizio del 2025, oltre 1,3 milioni di giovani (15-29 anni) non studiano, non lavorano e non seguono percorsi formativi. La scuola italiana è percepita come una delle più stressanti al mondo. Oltre la metà degli studenti soffre di nervosismo legato allo studio, con carichi settimanali che possono raggiungere le 50 ore. Spesso mancano punti di riferimento che permettano ai ragazzi di non sentirsi soli di fronte alle difficoltà relazionali e ai cambiamenti ormonali tipici dell’adolescenza. Le disuguaglianze socioeconomiche e la povertà educativa influenzano pesantemente il successo formativo, specialmente nelle regioni del Sud.
La solitudine e il fallimento scolastico alimentano un circolo vizioso che porta ad aumento di ansia, depressione, attacchi di panico e comportamenti autolesionistici, spesso aggravati dal rientro in classe dopo la pandemia. Insorgenza di “fobia scolare”, comedisturbo in cui l’ansia di andare a scuola è tale da compromettere la frequenza regolare. Il disinvestimento nel percorso scolastico porta a un senso di vuoto e alla difficoltà di progettare il proprio domani.
Il tasso di abbandono scolastico in Italia
Nel 2024 è sceso al 9,8%, avvicinandosi all’obiettivo europeo del 9% per il 2030, in calo rispetto al 12,7% del 2022. Nonostante il miglioramento, il fenomeno resta alto, specialmente al Sud e tra i giovani maschi, posizionando l’Italia tra i Paesi europei con maggiori criticità. Il Mezzogiorno presenta tassi più alti (es. Sicilia, Campania, Sardegna) rispetto al Nord, con divari marcati che persistono.
La dispersione colpisce maggiormente i ragazzi (13,6-15,6%) rispetto alle ragazze (9,1-10,4%).
La condizione socioeconomica familiare è determinante; i figli di genitori con licenza media hanno un rischio di abbandono del 24%. Sicilia, Campania, Sardegna e Puglia registrano i tassi più elevati, in alcuni casi sopra il 15-17%. L’abbandono spesso segue bocciature (13,7% degli studenti in ritardo abbandona) o difficoltà di inserimento per studenti stranieri. Nonostante i miglioramenti, il divario col Nord Europa resta significativo.
In Italia, il tasso di abbandono scolastico ha registrato un calo storico, scendendo per la prima volta sotto la soglia psicologica del 10% nel 2024. Nonostante il calo percentuale, ISTAT stima che circa 408.000 giovani tra i 18 e i 24 anni abbiano abbandonato precocemente gli studi.
La crisi delle famiglie
La famiglia in Italia attraversa una profonda crisi strutturale ed economica, caratterizzata da un calo dell’8,5% della ricchezza in 15 anni. Le famiglie sono sempre più piccole (le unipersonali sono il 37,4%), con circa 51 mila nuclei a rischio povertà e oltre 4,5 milioni di persone che rinunciano a cure sanitarie per motivi economici. La ricchezza delle famiglie povere è crollata del 23,2%. Le più vulnerabili sono le monoreddito, le numerose, quelle con capo famiglia donna o straniere, e chi risiede al Sud. Il 24% ha subito cali di reddito o disoccupazione. Si registra un nuovo record negativo di nascite (393.133 nel 2022). Nel 2020-2021 si sono contati solo 7 nati ogni 12 decessi. Il 79% dei giovani tra 20 e 29 anni vive ancora con i genitori, una delle percentuali più alte tra i Paesi sviluppati. Aumentano le separazioni e i divorzi, con un incremento dell’85% dei padri soli negli ultimi dieci anni. La gestione della crisi tocca anche la sfera emotiva, con un aumento di stress e ansia nel 60% della popolazione. Le madri faticano a conciliare carriera e maternità a causa di carenza di servizi e congedi inadeguati, spesso costrette a scegliere tra i due. Le cause includono la riduzione del reddito reale, l’aumento dei costi dei servizi e una carente infrastruttura di supporto alla famiglia, specialmente per le coppie giovani. La situazione finanziaria dei nuclei familiari è segnata da una stagnazione del potere d’acquisto e da un aumento dei costi fissi. Al 2024, si stima che 2,2 milioni di famiglie (circa 5,7-5,8 milioni di persone) vivano in povertà assoluta. Particolarmente colpite sono le famiglie con minori e quelle numerose. Per il 2026 sono previsti ulteriori aumenti della spesa per le famiglie, stimati in circa 672 euro annui a causa dell’inflazione residua e del carovita. Circa 2,5 milioni di nuclei familiari hanno rinunciato a visite o esami medici per motivi economici. Sebbene la ricchezza finanziaria complessiva sia alta, quella reale è calata dell’8,5% in 15 anni. Il debito delle famiglie si attesta intorno al 35,9% del PIL. L’Italia sta diventando un Paese di persone sole e con pochi figli. Il tasso di natalità è sceso al minimo storico di 1,13 figli per donna nel 2025. Le famiglie unipersonali (persone che vivono sole) rappresentano ormai il 37,4% del totale, superando i nuclei tradizionali. Entro 25 anni l’Italia potrebbero perdere 4 milioni di residenti, con una proiezione di 4 famiglie su 10 senza figli.
Oltre ai fattori economici, emergono nuove criticità nel tessuto relazionale. Crescono le difficoltà legate a separazioni, divorzi e gestione dei conflitti tra generazioni.
| Indicatore | Dato / Previsione | Fonte |
| Famiglie in povertà assoluta | 2,2 milioni | Istat |
| Spesa media mensile | ~2.755 € | Istat |
| Tasso di fecondità (2025) | 1,13 figli per donna | Adnkronos/Istat |
| Previsione inflazione 2026 | 1,6% – 1,9% | Unimpresa / Banca d’Italia |
Due pandemie “giovanili”
Nel frattempo a cavallo del cambio di secolo si sono sviluppate due pandemie con insorgenza “giovanile” sempre più accentuati: i Disturbi dei Comportamenti Alimentari (DCA) e i Disturbi dello Spettro Autistico (ASD). Sono patologie ad alto impatto sociale che speso mettono in crisi le famiglie, che scoppiano …
Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA).
In Italia, oltre 3 milioni di giovani soffrono di Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA). L’incidenza è dell’8-10% tra le ragazze e dello 0,5-1% tra i ragazzi. L’età di esordio si è abbassata. Il 30% dei casi coinvolge minori di 14 anni, con un aumento dopo la pandemia. I DCA sono la seconda causa di morte giovanile.
Circa 3 milioni di giovani italiani. Le forme sub-cliniche raggiungono il 10-15%. Il 58% dei pazienti ha tra i 13 e i 25 anni. L’esordio può avvenire anche a 8-9 anni. Il 95% dei casi riguarda il sesso femminile. I casi tra i maschi sono in aumento. Dopo la pandemia, i casi sono aumentati di circa il 30-35%. I disturbi principali sono anoressia nervosa, bulimia nervosa e disturbo da alimentazione incontrollata (BED). Le cause sono dovute a fattori biologici, psicologici e socio-ambientali. Questi includono la pressione sociale, gli ideali di bellezza dei media e l’uso dei social. Il 30% dei casi riguarda minori sotto i 14 anni. L’esordio è sempre più precoce. La diagnosi precoce è fondamentale. I disturbi alimentari sono patologie psichiatriche gravi, non semplici mode o comportamenti passeggeri. In Italia, la prevalenza dei disturbi del comportamento alimentare (DCA) tra i giovani è in netto e preoccupante aumento. Circa il 17% degli studenti mostra un rischio clinico di sviluppare un DCA. Il disturbo colpisce prevalentemente le femmine (circa il 32% delle studentesse contro il 5% dei maschi). Tuttavia, il numero di ragazzi che manifestano sintomi è in crescita, rappresentando circa il 20% dei casi nella fascia 12-17 anni. Dopo l’emergenza COVID-19, si è registrato un incremento dei nuovi casi stimato tra il 40% e il 60% rispetto al periodo precedente. In Italia, si stima che l’anoressia nervosa colpisca lo 0,2-0,8% della popolazione, mentre la bulimia circa il 3%. A settembre 2025, in Italia sono presenti 225 strutture dedicate, di cui 171 centri di cura specializzati.
Analisi per Fasce d’Età
| Fascia d’Età | Prevalenza / Caratteristiche |
| Sotto i 12 anni | Rappresentano circa il 6% del totale dei casi diagnosticati. |
| 12 – 17 anni | Incremento significativo dei casi maschili (20% della quota totale). |
| 15 – 25 anni | Finestra temporale di massima insorgenza dei disturbi. |
I Disturbi dello Spettro Autistico (ASD)
In Italiasono in aumento, con una prevalenza stimata di 1 bambino su 77 nella fascia d’età 7-9 anni, secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità. Si osserva una maggiore incidenza nei maschi (rapporto 4:1 rispetto alle femmine) e una crescita significativa delle diagnosi, grazie a una maggiore consapevolezza, screening precoci e migliori criteri diagnostici. Oltre 500.000 under20 sono coinvolti, con circa 4.330 nuovi casi segnalati ogni anno. L’aumento dei casi è confermato, con un raddoppio in 30 anni, in particolare nella fascia d’età 15-39 anni. La rete sanitaria per la diagnosi e il trattamento è in espansione, con oltre 1.155 centri pubblici e privati convenzionati. Il network NIDA (Network Italiano per il riconoscimento precoce) lavora per implementare la diagnosi precoce e la presa in carico tempestiva. L’autismo rappresenta il 31,8% del totale degli alunni con disabilità nelle scuole, con circa 107.000 studenti. Nonostante il miglioramento diagnostico, resta critico il passaggio all’età adulta, dove si osserva un “secondo picco” di difficoltà con un alto rischio di esclusione sociale e lavorativa (solo il 10% ha un’occupazione). Le cause principali dell’aumento delle diagnosi sembrano essere legate al miglioramento degli strumenti diagnostici, una maggiore consapevolezza e cambiamenti nei criteri, oltre al possibile coinvolgimento di fattori ambientali. In Italia, i dati più recenti dell’Osservatorio Nazionale Autismo dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) indicano che circa 1 bambino su 77 (nella fascia d’età 7-9 anni) presenta un disturbo dello spettro autistico (ASD). Il fenomeno è in costante crescita, con una prevalenza stimata di circa 500.000 persone under 20 affette dal disturbo nel 2025. Il disturbo colpisce i maschi con una frequenza 4,4 volte superiore rispetto alle femmine. Si stima la registrazione di circa 14 nuovi casi al giorno, pari a circa 5.000 nuovi casi ogni anno. Gli alunni con ASD rappresentano circa il 32% del totale degli studenti con disabilità, per un totale di circa 107.000 ragazzi. Le diagnosi nella fascia 15-39 anni sono raddoppiate negli ultimi dieci anni, evidenziando una crescente necessità di servizi specifici per l’età adulta. A marzo 2024, la mappa dei servizi regionali censiva 1.214 centri dedicati alla diagnosi e alla presa in carico. Tra i principali poli di eccellenza figurano l’IRCCS Ospedale Pediatrico Bambino Gesù (Roma), il Policlinico Sant’Orsola-Malpighi (Bologna), l’IRCCS San Raffaele (Roma). L’aumento dei casi registrati è attribuibile non solo a un incremento reale, ma anche a una maggiore consapevolezza e all’affinamento dei criteri diagnostici del DSM-5. Il Ministero della Salute e l’ISS hanno aggiornato tra il 2023 e il 2025 le Linee Guida per la diagnosi e il trattamento sia per l’età evolutiva che per gli adulti.
Possibili strumenti di contrasto
La necessità di supporto psicologico è ormai una realtà diffusa tra le nuove generazioni. 3 giovani su 4 dichiarano di avvertire il bisogno di un sostegno psicologico. Il disagio è particolarmente marcato tra le ragazze (87,3%) rispetto ai coetanei maschi (61,8%). Si stima, ormai, che circa l’8% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni soffra di ansia e il 4% di depressione. In Italia abbiamo già, anche se per alcuni sono di recente normazione, strumenti e professionisti dedicati Alcuni con valenza “storica” (PLS e i Consultori Familiari), altri di recente istituzione e quindi ancora in implementazione nella rete dei servizi dedicati.
I pediatri di libera scelta.
È un medico convenzionato con il Servizio Sanitario Nazionale che assiste gratuitamente i bambini da 0 a 14 anni, garantendo assistenza primaria, bilanci di salute e prevenzione. È obbligatorio fino a 6 anni, mentre tra i 6 e i 14 anni si può optare per il medico di medicina generale. Il PLS cura il bambino, prescrive farmaci, esami e visite specialistiche, e monitora la crescita tramite “bilanci di salute”.
La scelta è obbligatoria per i nuovi nati (entro il primo mese) fino ai 6 anni. Dai 6 ai 14 anni la scelta è facoltativa. La revoca è automatica a 14 anni, ma può essere estesa fino a 16 anni in casi particolari (es. portatori di handicap o patologie croniche). Il pediatra di libera scelta è una figura fondamentale, in diminuzione negli ultimi anni, che opera in stretta collaborazione con le strutture sanitarie territoriali.
In Italia, i pediatri di libera scelta (PLS) in attività sono circa 6.700 (dato 2023), in calo rispetto ai 7.700 di dieci anni fa. Le stime segnalano una carenza nazionale di827 PLS, con un forte invecchiamento della categoria: si prevede che circa 2.600 pediatri andranno in pensione entro il 2028, rendendo difficile il ricambio generazionale. Nonostante il calo demografico, la media nazionale è di circa 900 assistiti per pediatra, con punte che superano i 1.000, specialmente in Piemonte, Veneto e Bolzano. La percentuale di pediatri con oltre 23 anni di specializzazione è passata dal 39% nel 2009 al 77% nel 2023. Tra il 2024 e il 2028, circa 2.598 pediatri raggiungeranno l’età pensionabile. Rischiamo di portare in estinzione una rete di cure primarie dedicate anche alla prima adolescenza …
Lo psicologo scolastico
Esistono tuttavia strategie di contrasto, come l’introduzione di supporto psicologico nelle scuole e una didattica personalizzata per monitorare precocemente gli studenti a rischio.
In Italia, la figura dello psicologo scolastico sta evolvendo da consulente esterno a risorsa fondamentale per il benessere di studenti, docenti e famiglie, specialmente dopo l’aumento del disagio giovanile post-pandemia. Nonostante la crescente richiesta (94% tra i 15-18 anni) e il supporto di Cnop-Ministero, il servizio è spesso frammentato, basato su progetti a tempo e non ancora stabilizzato nel sistema scolastico nazionale come nel resto d’Europa. La presenza dello psicologo ha raggiunto circa il 70% delle scuole, sebbene spesso con contratti a tempo determinato. Sono stati organizzati “sportelli di ascolto” per difficoltà relazionali ed emotive, interventi nelle classi e supporto alla prevenzione. Questi servizi si rivolgono non solo a studenti, ma anche a supporto di docenti e di genitori, con l’obiettivo di creare un ambiente scolastico inclusivo. Tra il 2020 e il 2023, oltre il 60% delle scuole ha segnalato un incremento di ansia e difficoltà relazionali, con un rischio di disturbi psico-comportamentali triplicato rispetto al periodo precedente alla pandemia. Vi è una forte domanda dai giovani (soprattutto nella fascia 15-18 anni) per uno spazio di ascolto garantito. Si lavora per una presenza stabile dello psicologo all’interno degli istituti, superando la logica dei soli sportelli emergenziali.
Sebbene la figura dello psicologo scolastico non sia ancora strutturalmente presente in ogni istituto, sono stati fatti passi avanti significativi. La Legge di Bilancio ha stanziato 10 milioni di euro per il 2025 e 18,5 milioni a decorrere dal 2026 specificamente per il servizio di supporto psicologico nelle scuole.
Nonostante i fondi, la copertura resta parziale; a settembre 2025 risultavano finanziati circa 300 professionisti per oltre 8.000 istituti.
Per i giovani che non trovano supporto immediato a scuola, rimangono attive altre misure nazionali:
Bonus Psicologo 2025: È stato possibile presentare domanda tramite il portale INPS fino al 14 novembre 2025 per ottenere contributi per sessioni di psicoterapia privata.
Consultori e ASL: Restano i punti di riferimento territoriali per l’assistenza psicologica gratuita o con ticket per i minori e le loro famiglie.
I Consultori Familiari
I consultori familiari in Italia sono servizi socio-sanitari pubblici (ASL/Aziende Sanitarie) o privati accreditati, nati con la Legge 405/1975, che offrono supporto gratuito e diretto a donne, coppie, adolescenti e famiglie. Operano per la prevenzione e la salute, coprendo aree come gravidanza, contraccezione, menopausa, salute sessuale e psicologica. Garantiscono accesso a tutti i cittadini, inclusi minori (dai 14 anni) e, per le urgenze, anche a stranieri non iscritti al SSN. Esistono circa 1.800 consultori, un numero inferiore rispetto allo standard previsto di 1 ogni 20.000 abitanti (ne servirebbero circa 2.900). Sebbene fondamentali, la loro presenza varia sul territorio, con carenze di personale, specialmente assistenti sociali. I consultori garantiscono prestazioni in diverse aree tra cui consulenza per crisi di coppia, genitorialità, separazioni e mediazione familiare. Servizi dedicati ad adolescenti (spesso dai 14 ai 24 anni) per sessualità eprevenzione.
Lo psicologo sociale e di comunità
È una nuova figura di recente normazione. Opera all’intersezione tra l’individuo e il contesto sociale, promuovendo il benessere collettivo, l’empowerment e la prevenzione del disagio. Lavora in comunità, scuole e servizi territoriali, come le Case della Comunità, per migliorare le relazioni sociali, facilitare l’adattamento, gestire conflitti e sostenere le risorse locali. Inoltre dovrebbe promuovere il benessere, prevenire situazioni di rischio e disagio sociale, favorire l’inclusione, gestire conflitti e sviluppare le risorse della comunità. Utilizza la “ricerca-azione“, un metodo che coinvolge i membri della comunità nell’analisi dei problemi e nella ricerca di soluzioni, oltre a “profili di comunità” e focus group. Gli ambiti di intervento sono le scuole, enti locali, associazioni, servizi sociali, Case della Comunità, contesti di prevenzione della violenza di genere e sport. Le sue attività specifiche sono la prevenzione e la promozione tramite interventi per la salute, potenziamento delle competenze sociali e progetti educativi. Fornisce consulenza e formazione per supportare gruppi, educatori, operatori sociali (prevenzione del burn-out) e consulenza agli amministratori per politiche pubbliche. Inoltre fornisce supporto all’individuo tramite counseling per la gestione dello stress, supporto alla genitorialità e ai processi di inclusione sociale. A differenza dello psicologo clinico tradizionale, il suo approccio è orientato al contesto collettivo, considerando la sofferenza psicologica come spesso legata a fattori ambientali, relazionali ed economici
Tutti i servizi suddetti e altri ancora, quale l’Infermiere di Famiglia e di Comunità, previsto nel PNRR, rischiano di giustapporsi, ma non di integrarsi. Esaurendo per “estinzione” il loro ruolo (PLS) o restando prigionieri di una logica a silos ancora perdurante in molte reti territoriali sia sanitarie, che sociosanitarie e sociali. Tutti i bisogni suddetti non possono essere visti e affrontati separatamente, ma vanno inseriti in un approccio integrato. Molti bisogni nel loro insorgere non sono immediatamente sanitari e, quindi, non dovrebbero essere medicalizzati, anzi approcci di inclusione sociale, comunitaria e scolastica sono molto più efficaci, utili e sostenibili. L’integrazione tra sanità e sociale si gioca tutta o prevalentemente nella prevenzione, nelle politiche di inclusione e di promozione degli stili di vita, nella proattività delle comunità e nelle politiche con visione “one health”.
Policy possibili
Alla luce del lavoro in corso per definire le prime Raccomandazioni Italiane sulle “Comunità proattive e la prescrizione sociale” è già possibile individuare alcune policy e alcuni strumenti a loro supporto da proporre, come segue:
Inserire la solitudine e l’isolamento sociale come determinanti di salute nella programmazione sanitaria nazionale e regionale, e interventi di salute di comunità e contrasto all’isolamento sociale nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e nei Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali (LEPS)
Attivare screening sulla solitudine e sull’isolamento socialesviluppando conseguenti progetti integrati di prevenzione attiva, di medicina di iniziativa, di “prescrizione sociale”, di attivazione di sportelli di prossimità.
Implementare un approccio condiviso tra professionisti già operanti nella salute di comunità (MMG, psicologi, assistenti sociali, educatori, comunicatori sociali e altri) e altre figure volontarie (facilitatori, connettori social, animatori di punti di comunità e di reti di prossimità).
Mappare sistematicamente le risorse delle comunità (associazioni, gruppi, spazi sociali) per costruire repertori territoriali aggiornati e accessibili agli operatori e ai cittadini, da usare a supporto della co-progettazione e co-gestione dei servizi.
Predisporre un nomenclatore sulla “prescrizione sociale”, sulla falsariga di quanto fatto in Scozia, Slovenia, Spagna e Belgio, definendo modelli operativi, standard di qualità e percorsi formativi per gli operatori.
Promuovere attività tra pari nelle microaree (2.000-10.000 residenti) e gruppi di auto-mutuo aiuto anche per giovani, orientate come prescrizioni sociali efficaci per il contrasto all’isolamento.
Attivare progetti di promozione della salute concordati tra scuole e servizi di comunità, coinvolgendo le giovani generazioni nella vita delle microaree attraverso iniziative intergenerazionali e forme di prevenzione attiva.
Considerazioni finali
Quanto sopra se si vuole intervenire in un approccio integrato e sociale. Occorre assolutamente superare la logica dei silos che isolano i servizi e li richiudono in sé stessi perdendo qualsiasi approccio di prevenzione, medicina di comunità, di prossimità e di popolazione e tanto più una visione “one health”.
Certo che se alla fine di giugno il PNRR non dovesse essere implementato con gli obiettivi condivisi con la Commissione UE si aprirebbe una fase difficile e caotica nella governance del SSN e delle Politiche sociali nel nostro Paese. La sostenibilità del welfare è legata non solo al recupero di appropriatezza e alla riduzione degli sprechi, da non sottovalutare, ma soprattutto nella affermazione di politiche attive di integrazione, di promozione di comunità proattive, di prescrizione sociale. Se invece si medicalizzeranno tutte le fragilità e le solitudini, avremo una mercificazione dei bisogni e una selezione maltusiana della salute. Chi ha risorse si cura, chi non le ha no. È la logica calvinista del “merito” nella vita reale. Condanna moltitudini alla povertà, alle diseguaglianze e alla paura. Non centra nulla con la cultura della solidarietà, della inclusione e dell’aiuto.
Nella caotica situazione in cui viviamo c’è anche un problema di conferma/scelta di valori da praticare.
Quando non si parte tutti con le stesse opportunità il “merito” è la fotografia delle diseguaglianze sociali ed economiche. Papa Francesco e Papa Leone su questi temi sono in continuità. Un approccio solidale e inclusivo ha un enorme valore pedagogico e valoriale per i nostri ragazzi. Gli adolescenti sono il nostro futuro e non possiamo penalizzarli con scelte opportunistiche e di convenienza a breve … Bisogna tornare a fare educazione civica nelle scuole basandosi sulla nostra Carta Costituzionale. E occorre promuovere comunità proattive, inclusive, partecipate e solidali. Tutte questo crea salute e rende sostenibile il nostro Ssn e il nostro welfare.
Giorgio Banchieri,
Segretario Nazionale ASIQUAS, Docente DiSSE, Università “Sapienza”, Roma
Riferimenti:
M. Lancini (a cura di), Il ritiro sociale negli adolescenti. La solitudine di una generazione iperconnessa, Raffaello Cortina Editore, 2019.
A. De Filippo, Z. Formella (a cura di), La solitudine di Icaro. Il disagio dei giovani tra adolescenza e età adulta, Alpes Italia.
A. Novelletto, C. Ricciardi (a cura di), Separazione e solitudine in adolescenza, Borla.
A. Palmonari, Psicologia dell’adolescenza, Il Mulino, 2011. Articoli Scientifici e Rapporti
S. Boni, La solitudine e l’isolamento in adolescenza, CNR.
L. Varesco, La solitudine in adolescenza e l’uso dei social media. Analisi della letteratura, Università di Padova.
Ricerca JRC/Eurodesk, L’uso passivo dei social media è legato alla solitudine, 2025.
Il blog e i materiali di Save the Children.
Istituto Minotauro: “Solitudine da assenza di modelli autentici“.
L’Happiness Index Report 2025 IPSOS.
ISTAT – Profilo demografico dell’Italia, 2025.
Global Flourishing Study, Università di Harvard, pubblicato su Nature Mental Health, 2025.
Arthur C. Brooks, The Atlantic, rubrica “How to Build a Life“, 2025.
18 Febbraio 2026
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