Medici di famiglia: il vero problema non è la dipendenza, ma un modello che non regge più

Medici di famiglia: il vero problema non è la dipendenza, ma un modello che non regge più

Medici di famiglia: il vero problema non è la dipendenza, ma un modello che non regge più

Gentile Direttore, il problema della medicina generale non è la riforma. È il modello che da tempo ha smesso di funzionare. Il dibattito si è trasformato in uno scontro ideologico tra convenzione e dipendenza, ma è una semplificazione fuorviante...

Gentile Direttore,
il problema della medicina generale non è la riforma. È il modello che da tempo ha smesso di funzionare. Il dibattito si è trasformato in uno scontro ideologico tra convenzione e dipendenza, ma è una semplificazione fuorviante. La riforma introduce un doppio canale: non elimina la convenzione né impone la dipendenza, introduce un’alternativa. Eppure, viene vissuta come una minaccia. Se una scelta spaventa più di un obbligo, il problema non è la riforma, ma ciò che mette in discussione.

Oggi il medico di medicina generale è sempre meno un clinico e sempre più un intermediario amministrativo. Gran parte dell’attività è assorbita da operazioni ripetitive e prive di reale contenuto clinico. Non è un effetto collaterale, ma la struttura del lavoro: tempo sottratto alla clinica e restituito alla burocrazia, mentre le competenze restano inutilizzate.

Il percorso formativo nasce in Italia negli anni ’90 per recepire obblighi europei. Per decenni si è entrati nella professione senza formazione strutturata e una parte della classe dirigente si è formata in quel contesto. I medici più giovani, invece, hanno seguito un percorso post-lauream triennale riconosciuto a livello europeo per l’esercizio della professione, assimilato in molti Paesi a una formazione specialistica. Eppure, queste competenze non vengono pienamente valorizzate.

Una parte crescente dei medici è in grado di gestire cronicità, eseguire esami di primo livello e contribuire alla riduzione della pressione ospedaliera, ma continua a essere utilizzata per attività amministrative. Questo non è un limite dei medici, ma del modello.

Una quota rilevante della domanda non è domanda di salute, ma domanda amministrativa costruita nel tempo: ricette ripetute, certificazioni, passaggi obbligati. Il risultato è un sistema che genera lavoro per sostenere se stesso. Il paziente torna dal medico perché è obbligato, e il medico diventa un nodo amministrativo più che clinico.

Anche la formazione riflette questa contraddizione. Il corso attuale, regolato dal d.lgs. 368/1999, è regionale e non universitario. Si è sviluppato così un modello poco integrato con il sistema accademico e radicato in dinamiche interne alla categoria. Questo aiuta a comprendere le resistenze: chi ha costruito il proprio ruolo in questo sistema tende a difenderlo.

La riforma introduce la specializzazione universitaria, spostando il baricentro verso criteri accademici e standard omogenei. Non è solo un passaggio formale: ridefinisce equilibri consolidati.

La domanda non è “dipendente o convenzionato”, ma quale debba essere il ruolo del medico di medicina generale. Se la risposta è quella attuale, la riforma è inutile. Se si riconosce che il modello è inefficiente, il cambiamento è inevitabile.

Una parte delle resistenze è legittima. Un’altra riguarda la difesa di equilibri previdenziali e formativi. Si sostiene che la dipendenza comprometterebbe il rapporto fiduciario, come se questo dipendesse dal contratto e non dalla qualità del lavoro.

Il punto è un altro: la riforma introduce un’alternativa in un sistema che non è abituato ad averne. Continuare a difendere il modello attuale significa accettare che competenze cliniche restino inutilizzate e che la domanda sia organizzativa più che sanitaria.

La riforma potrà anche fallire. Ma il modello attuale ha già dimostrato di non funzionare.
E difenderlo senza metterne in discussione i limiti non è prudenza.
È una scelta.

Dott. Emanuele Maffongelli
Medico di Medicina Generale – ASL RM2

05 Maggio 2026

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