Quindici anni fa la legge Balduzzi promise ai cittadini un medico sempre disponibile. Una promessa, scrive il ministro della Salute Orazio Schillaci in una lettera pubblicata da Repubblica, “giusta”, perché nata da un’analisi corretta: la medicina territoriale non riusciva già allora a rispondere pienamente ai bisogni reali dei cittadini, i pronto soccorso si riempivano di accessi impropri e il territorio faticava a farsi carico della cronicità.
Quella diagnosi, sottolinea il ministro, “era esatta allora” ed “è ancora esatta oggi”. Ed è proprio questo, secondo Schillaci, il punto da cui ripartire: se a distanza di quindici anni i problemi restano sostanzialmente gli stessi, occorre interrogarsi sulla strada percorsa e sulla necessità di cambiare davvero passo.
Il ministro richiama alcuni dati che fotografano la situazione attuale. A gennaio 2025 i medici di medicina generale in servizio erano 36.812, con oltre 5.700 posizioni scoperte e una media di 1.383 assistiti per medico. Nel frattempo, i pronto soccorso continuano a riempirsi di codici bianchi e la medicina territoriale, osserva Schillaci, “si allontana ogni anno di più da chi ne ha più bisogno”.
“Ci sono regioni che hanno saputo costruire accordi integrativi virtuosi e che meritano riconoscimento”, scrive il ministro. Ma questo non basta. Per Schillaci, infatti, i cittadini hanno diritto a una sanità che non dipenda dal codice postale, uguale dal Nord al Sud del Paese.
Il ministro rivendica uno sguardo tecnico, fondato sulla realtà quotidiana dei bisogni. Una realtà che, spiega, ha volti concreti: l’anziano solo che non riesce a trovare un medico di famiglia, il malato cronico che fatica a orientarsi in un sistema non sempre pensato per accompagnarlo, la persona fragile che si rivolge al pronto soccorso perché non trova alternative sul territorio.
Sono questi cittadini, afferma Schillaci, “il motivo per cui vale la pena difendere il Servizio sanitario nazionale”. Ma difendere il Ssn oggi, aggiunge, “significa innovarlo. Non conservarlo”.
Nella lettera il ministro richiama anche il valore costituzionale della tutela della salute. L’articolo 32, scrive, non è una formula retorica, ma una promessa fatta ai cittadini, soprattutto a quelli che non dispongono di altre reti di protezione. Tradire quella promessa per non modificare equilibri consolidati, avverte Schillaci, significa scaricare il costo dell’immobilismo proprio su chi ha meno strumenti per sostenerlo.
Un passaggio centrale riguarda poi i giovani medici. Secondo il ministro esiste una generazione che vorrebbe scegliere la medicina territoriale, che crede nella prossimità come vocazione e immagina ambulatori moderni, lavoro in équipe, un ruolo riconoscibile e dignitoso nel sistema. Oggi, però, quella generazione fatica a vedere nella medicina generale un futuro realmente attrattivo.
Non per mancanza di vocazione, precisa Schillaci, ma perché manca un sistema capace di valorizzarla, anche attraverso una formazione adeguata. Costruire quel sistema, sostiene, è l’unico modo per garantire che tra dieci anni ci siano ancora medici disponibili a curare le persone nei territori, soprattutto dove oggi i bandi restano deserti e dove trovare un medico di famiglia è diventato sempre più difficile.
Il ministro conclude con un richiamo alla responsabilità istituzionale. Chi attende una risposta concreta, scrive, non merita di diventare terreno di scontro nel gioco delle parti. Merita invece un sistema sanitario all’altezza della fiducia che vi ripone.
“Lavorare per questo, con i dati e con la direzione giusta, è l’unica cosa che mi interessa fare”, conclude Schillaci.