Gentile Direttore,
sono trascorsi quasi 50 anni dall’istituzione del S.S.N. (Legge 833/78) in applicazione del diritto costituzionale. I principi contenuti nella legge di riforma sono applicativi della Costituzione, in quanto tali non possono essere cancellati o disattesi. La prevenzione, la cura, la riabilitazione, l’universalità delle prestazioni, i costi a carico della fiscalità generale (chi più ha più paga) sono e rimangono una pietra miliare.
Dopo tutti questi anni passati, la riforma del 1978 necessita di una modifica radicale per essere al passo coi tempi.
Le variazioni tecnologiche, la ricerca scientifica, i mutamenti demografici ma anche e colpevolmente le tante leggi di controriforma apportate nei decenni a partire dagli anni novanta.
Controriforme che hanno avuto come obiettivo principale quello di orientare alla corsa alla privatizzazione della sanità.
Naturalmente si privatizzano le prestazioni e si socializzano le risorse pubbliche a garanzia dei profitti dei tanti soggetti che via via si sono catapultati sul “mercato sanitario” (Imprenditori, Grandi gruppi, Società di assicurazione, Gruppi finanziari).
L’assegnazione di fatto del S.S.N. alle Regioni ha contribuito enormemente a rendere sempre meno efficiente il servizio pubblico, ha realizzato un sistema diseguale tra le Regioni, per qualità, tempistiche ed esigibilità e quindi non più universale.
“Le prestazioni che ti spettano di diritto non più da rivendicare, ma da mendicare”. Venti sistemi sanitari regionali sempre più’ deboli al confronto con il privato arrembante.
Da sottolineare che la legge di riforma del 1978 ha istituito il S.S.N. pubblico. I soggetti privati sono stati introdotti con modifiche successive, prima come integrativi e complementari al pubblico, poi addirittura equivalenti.
Alle Regioni il compito di organizzare l’offerta sanitaria pubblica e quella privata, quest’ultima sempre più invasiva.
Allo Stato il compito di finanziare il Sistema.
Risultato, il definanziamento del Fondo sanitario Nazionale, giunto tra gli ultimi posti della graduatoria dei paesi U.E., di cui oltre il 20% finito ai privati accreditati. Ai cittadini un ulteriore carico di oltre 41 miliardi per prestazioni a pagamento presso istituzioni pubbliche e private.
Quasi 6 milioni di persone rinunciano alle cure per mancanza di risorse economiche.
Il definanziamento da una parte e la cattiva organizzazione del S.S.N. in capo alle singole Regioni, hanno provocato la fuga del personale sanitario (medici-infermieri, tecnici sanitari e della riabilitazione). Tutti attratti dai privati e da paesi stranieri più generosi sul piano economico, con l’aggravante per la professione infermieristica, ritenuta non più attrattiva dalle giovani generazioni, pochi infermieri oggi, ancora meno nel prossimo futuro.
Come strutturare allora un progetto di riforma del S.S.N. e quindi rispettare il dettato costituzionale? “Tutela della salute, diritto fondamentale della persona e della collettività, la salute un bene pubblico, gratuità delle cure”.
La Costituzione tutela la salute, lo Stato ha il compito di evitare ogni possibile rischio in grado di compromettere la condizione di salute dei singoli e della collettività.
La prima azione fondamentale, quindi, è la PREVENZIONE.
Ipotizziamo qui un sistema di tutela e protezione a rete per fasce d’età e per categorie sociali:
Prima rete dal materno infantile e fino alla conclusione dell’età adolescenziale;
Seconda rete dalla fine dell’adolescenza all’età adulta;
Terza rete a protezione della fase della terza età;
Quarta rete relativa alla protezione di genere;
Quinta rete a protezione dei lavoratori dentro i luoghi di lavoro;
Sesta rete la prevenzione delle patologie psicosociali.
Quali sono i soggetti responsabili della definizione delle reti di protezione?
il Ministero della Salute, che ha anche il compito di coordinamento, il Ministero dell’Istruzione, il Ministero dell’Università e Ricerca, il Ministero dell’Ambiente, il Ministero del Lavoro, il Ministero dell’Economia, il Ministero dell’Industria e il Ministero dello Sport.
Tali livelli istituzionali operano in concorso con le associazioni di categoria e delle O.O.S.S. e gli ordini professionali sanitari.
Le Case di comunità e/o della Tutela della salute rappresentano i luoghi ideali nei quali organizzare tutte le iniziative propedeutiche alla tutela della salute oltre che alla realizzazione degli screening necessari, relativi alla diagnosi precoce e alle cure primarie nei singoli territori.
Quali i soggetti chiamati alla organizzazione territoriale?
Certamente i soggetti istituzionali locali: Comuni, A.T.S.-A.S.S.T. ecc., ma anche rappresentanti della società civile che operano nei territori di riferimento a garanzia della partecipazione dei cittadini, oltre ai rappresentanti delle istituzioni scolastiche.
Quali le figure professionali nelle case di comunità e/o della tutela della salute?
Certamente i medici di medicina generale, i pediatri di libera scelta i quali, oltre a prestare le prime cure, si incaricano di contribuire ad educare a sani stili di vita. Il personale infermieristico, i “medici specialisti”, i tecnici della diagnostica di base, il personale di supporto (O.T.A.-O.S.S.) per l’assistenza anche domiciliare, personale amministrativo e tutte quelle figure, anche di nuova formazione, in grado di educare ed orientare a sani stili di vita.
Sul territorio delle Case di Comunità e/o della Tutela della salute, operano medici epidemiologici al fine di individuare eventuali patologie dovute all’inquinamento ambientale.
Le Case di Comunità e/o della tutela della salute prendono in carico i singoli cittadini e li accompagnano nel loro percorso di salute senza mai abbandonarli.
Le dimensioni territoriali ed i confini delle Case di Comunità e/o della Tutela della salute devono essere definite in modo tale che, sia gli operatori che i fruitori non abbiano difficoltà nel loro utilizzo, quindi vanno definite in base a criteri omogenei ed in base alle caratteristiche proprie del territorio in cui sono chiamate ad operare.
Di norma una struttura ogni 10-15.000 abitanti per i territori con piccoli centri. Nei centri più grandi e nelle grandi città si procede con valutazioni diverse da condividere tra tutti i soggetti interessati.
Le reti di protezione, per quanto a maglie strette non sono sufficienti a garantire una totale tutela della salute. Gli ospedali di Comunità e/o della salute rappresentano il secondo livello di copertura sanitaria, da dimensionare per numero di abitanti, ma anche in relazione alle caratteristiche territoriali e infrastrutturali, di norma per un bacino d’utenza non superiore agli ottantamila abitanti. In essi ritroviamo le specialità necessarie ai bisogni di cura e riabilitazione di base, oltre che postazioni di pronto soccorso con personale dedicato e specializzato in Emergenza-Urgenza.
Il livello successivo è l’Ospedale d’ Eccellenza da dimensionare in relazione al numero di abitanti ed alla necessità della diagnostica specialistica dei singoli territori.
Come si finanzia il S.S.N?
Il S.S.N. è incaricato di garantire il “diritto fondamentale costituzionale dell’individuo e interesse della collettività” e, come tale, ha priorità assoluta. Esso è finanziato dalla fiscalità generale e dalla progressiva e costante riduzione delle cure conseguente alla grande opera di prevenzione, sempre meno malati e sempre più in salute.
I protagonisti del funzionamento del S.S.N. sono i lavoratori sanitari medici ed infermieri. Ad essi va riconosciuto il giusto ruolo ed il valore sociale della loro opera senza i quali il diritto costituzionale sarebbe una parola vuota.
Ai protagonisti della Sanità Nazionale va riconosciuto il giusto compenso economico, una organizzazione del lavoro confacente alla loro professionalità, tali da non costringerli a prostituirsi al miglior offerente dentro o fuori il nostro paese, molto spesso sacrificando la propria dignità.
Ai giovani in formazione vanno riconosciute le giuste agevolazioni durante tutto il percorso, assieme ad adeguati incentivi, giustificati dal valore sociale e costituzionale dell’opera che si accingono a prestare.
Giovanni Martina