Gentile Direttore,
la nomina del nuovo commissario dell’ARS Toscana ha suscitato un coro compatto di proteste, per lo più concentrate su tre bersagli: il clientelismo della scelta, il calcolo politico che l’accompagna – tenere insieme le diverse anime della maggioranza regionale – e l’inadeguatezza tecnica del profilo prescelto, un curriculum in effetti povero di competenze epidemiologiche o di programmazione sociosanitaria. Sono critiche legittime e condivisibili. Ma temo che il dibattito, concentrandosi sulla persona, abbia lasciato in ombra la questione più seria, che non riguarda solo Firenze o Palazzo Strozzi Sacrati: quanto sono davvero indipendenti, oggi, le agenzie tecniche che dovrebbero garantire al decisore politico dati scientifici non negoziabili?
Nei prossimi mesi la Toscana rinnoverà la governance dell’ARS e, a cascata, di altre agenzie regionali. È un passaggio che merita attenzione non per campanilismo, ma perché è lì che si misura in concreto se si vuole un ente tecnico autonomo o uno strumento che raccolga, interpreti e comunichi i dati in modo funzionale a decisioni già prese altrove. Il rischio, se stakeholder civici, ordini professionali e società scientifiche non lo presidiano, è che si scelga di condizionare l’autonomia di analisi ogni volta che i dati rischiano di contraddire una scelta politica o di renderla scomoda rispetto a promesse elettorali o equilibri territoriali. Il caso dei punti nascita sotto soglia di sicurezza per numero di parti, oggi sul tavolo, è un esempio paradigmatico: è una decisione che dovrebbe partire dall’evidenza su esiti e sicurezza, non piegare l’evidenza alla mappa del consenso.
C’è poi un secondo piano, meno gridato ma decisivo: se prevarrà, a livello politico, la scelta di usare davvero gli indicatori epidemiologici e di qualità dei servizi – quelli già disponibili e quelli ancora da costruire – per orientare la riforma della medicina di prossimità, oppure se questa resterà un impianto di strutture senza il sistema informativo che le fa funzionare. Gli esperti lo ripetono da anni: il valore delle Case della Comunità e degli Ospedali di Comunità si gioca sulla capacità di stratificare i bisogni e di costruire servizi coerenti con comunità e territori molto diversi tra loro. Senza un’agenzia in grado di produrre quella stratificazione, il PNRR rischia di lasciare in eredità solo contenitori vuoti.
Il tema, va detto con chiarezza, non è solo toscano né solo italiano. Quali garanzie abbiamo, a livello nazionale, sull’indipendenza scientifica dei rapporti tra esecutivo e organismi come l’Istituto Superiore di Sanità, Agenas o AIFA? È una domanda che il dibattito pubblico italiano si pone troppo poco, salvo poi accorgersi tardi di quanto sia fragile il confine tra indirizzo politico legittimo e cattura delle competenze tecniche. Basta guardare a cosa sta accadendo negli Stati Uniti, dove negli ultimi mesi la relazione tra amministrazione ed enti come CDC, FDA e NIH si è profondamente incrinata: vertici tecnici sostituiti con figure di area politica, comunicazioni scientifiche congelate o filtrate, dati epidemiologici rimossi o non pubblicati, tagli drastici al personale e ai finanziamenti della ricerca. È la dimostrazione, portata alle estreme conseguenze, di cosa succede quando la produzione e la lettura dei dati sanitari smettono di essere un presidio tecnico autonomo e diventano una leva di consenso.
La vicenda ARS può allora diventare un paradigma utile, in positivo: non solo l’occasione per contestare una nomina, ma per chiedere, con la stessa energia, regole chiare e trasparenti per la selezione dei vertici tecnici, garanzie formali di autonomia scientifica e un impegno esplicito a usare i dati per correggere le scelte, non per confermarle. È una battaglia che riguarda tutti coloro che hanno a cuore la tenuta del sistema sanitario pubblico, in Toscana come altrove.
Andrea Vannucci
già direttore ARS Toscana