La sanità pugliese riapre, a sorpresa per Decaro, un fronte che molte Regioni consideravano archiviato dopo la lunga stagione dei piani di rientro: la sostenibilità finanziaria del servizio sanitario regionale non rimediabile con i mezzi del Fondo sanitario nazionale. Il disavanzo emerso dal consuntivo 2025 – circa 350 milioni di euro – impone ora alla giunta guidata da Antonio Decaro una manovra correttiva difficile da sopportare dalla collettività. Intreccerà dolorosamente la finanza pubblica, la fiscalità regionale e la governance delle aziende sanitarie, territoriali e ospedaliere.
Entro fine maggio la Regione dovrà infatti trasmettere ai Ministeri dell’Economia e della Salute un piano di copertura del deficit per evitare l’apertura formale della procedura di commissariamento. La strategia allo studio di Decaro e i suoi combina recupero di risorse interne e incremento dell’addizionale regionale IRPEF. La leva fiscale solo come extrema ratio per un Presidente che è un simbolo per il centrosinistra, tra gli amministratori locali più noti con un passato di presidente dell’ANCI.
Secondo le prime stime, circa un terzo del disavanzo potrebbe essere compensato attraverso economie di bilancio e maggiori entrate già registrate nel 2025. La quota restante verrebbe invece scaricata sulla fiscalità regionale.
L’orientamento politico della giunta è concentrare l’aumento dell’IRPEF sui redditi medio-alti:
- aliquota fino al 3,3% oltre i 50mila euro;
- incremento intermedio tra 28mila e 50mila euro;
- esclusione delle fasce sotto i 15mila euro.
L’anzidetta scansione metrica segnala un elemento ormai strutturale nella sanità territoriale italiana: quando il finanziamento statale non copre integralmente l’aumento della spesa sanitaria, le Regioni tornano a utilizzare la leva fiscale locale per garantire gli equilibri di bilancio.
Ritornando all’amara sorpresa per Decaro, sono emersi pensanti nodi strutturali: personale, energia, acquisti. Anche i deficit patrimoniale è da accertare, al fine di evitare eventuali effetti nefasti di qualche marachella contabile.
Una situazione siffatta non è tuttavia isolata a bilancio consolidato pugliese non appare isolato. Negli ultimi due anni quasi tutte le amministrazioni regionali hanno registrato tensioni crescenti sui conti sanitari, determinate da tre fattori principali:
- aumento della spesa energetica ospedaliera;
- crescita del costo del personale dopo i rinnovi contrattuali;
- maggiore ricorso a esternalizzazioni e acquisti in emergenza.
L’evento pugliese, però meraviglia, per la scovata esistenza del deficit economico e del suo livello. Fattori che ha acceso l’attenzione dei ministeri anche sulla qualità della governance delle ASL. Non a caso dalla Regione è arrivato l’annuncio di verifiche più stringenti su assunzioni e appalti.
Il tema non riguarda soltanto la copertura finanziaria immediata, ma la capacità del sistema sanitario regionale di controllare la dinamica della spesa corrente.
A queste coordinate fa specie il rischio di un commissariamento ad acta (art. 120, comma 2, della Costituzione).
Per la Regione Tavoliere si tratterebbe di un ritorno a una fase già vissuta nel decennio scorso. Il precedente piano di rientro aveva imposto vincoli severi su turnover, investimenti e programmazione sanitaria.
Oggi lo scenario è differente: il sistema sanitario nazionale opera con una pressione molto più elevata rispetto al 2010, tra invecchiamento della popolazione, carenza di personale e crescita della domanda di prestazioni. In questo contesto, eventuali misure restrittive rischierebbero di avere effetti immediati sull’accessibilità dei servizi e sulle liste d’attesa.
Ed è proprio questo il principale paradosso politico della vicenda, tanto da rendere difficile la comprensibilità della cifra. La riduzione delle liste era stata una delle priorità programmatiche della nuova amministrazione regionale. Ma la crisi dei conti rischia ora di spostare l’asse dell’azione pubblica dalla riorganizzazione dei servizi al riequilibrio finanziario.
Il dossier pugliese rappresenta anche un indicatore delle tensioni che attraversano il regionalismo sanitario italiano. Le Regioni continuano a essere responsabili dell’equilibrio economico dei propri sistemi sanitari, ma con margini sempre più ridotti tra aumento della domanda, rigidità della spesa e trasferimenti statali considerati insufficienti da molte amministrazioni. La paura dei tagli dei servizi e delle riduzioni di prestazione essenziali comincia a terrorizzare le periferie già angosciate da una sanità dalla ricaduta sociale critica
Dunque, fari puntati sulla Puglia. Lo è in due sensi: l’individuazione delle soluzioni, specie se innovative, ovvero in senso alternativo un esempio che si possa replicare verosimilmente altrove.
Ettore Jorio