Due dosi di vaccino anti-Covid all’anno per i gruppi a più alto rischio di malattia grave, introduzione del vaccino coniugato contro il tifo nei contesti ad alta o molto alta incidenza e possibilità di ridurre le dosi di vaccino orale antipolio nei Paesi a basso rischio di importazione.
Sono queste le principali indicazioni emerse dalla riunione del Gruppo Strategico Consultivo di Esperti (Sage) sull’immunizzazione dell’Oms, tenutasi dal 9 al 12 marzo scorsi (il rapporto completo sarà pubblicato nel Weekly Epidemiological Record il 29 maggio prossimo).
Strategie vaccinali che arrivano in un contesto globale in rapida evoluzione segnato da vincoli finanziari, crescente complessità e informazioni distorte che erodono la fiducia pubblica nei vaccini. Per questo proteggere la fiducia e contrastare la disinformazione diventa obiettivo centrale nel 2026.
Covid-19: strategia mirata e richiami periodici
Sebbene il carico globale di Covid-19 grave sia diminuito grazie all’immunità derivante dalla vaccinazione e alle infezioni precedenti, la malattia continua a causare morbilità e mortalità, soprattutto nei gruppi più vulnerabili. Il Sage indica quindi che i Paesi dovrebbero considerare la vaccinazione anti-Covid-19 in base all’epidemiologia locale, alle caratteristiche della popolazione, all’accesso ai vaccini, al rapporto costo-efficacia, all’accettabilità e alla fattibilità dei programmi.
In particolare, i Paesi dovrebbero considerare la vaccinazione routinaria dei gruppi a più alto rischio di malattia grave: anziani più fragili; anziani con comorbidità significative o obesità grave; residenti in strutture assistenziali e di lungodegenza; persone di età pari o superiore a 6 mesi moderatamente o gravemente immunocompromesse. Per questi gruppi, sia non vaccinati sia già vaccinati (con ultima dose da oltre sei mesi), sono indicate due dosi all’anno a distanza di sei mesi, tenendo conto anche del rapporto costo-efficacia e della fattibilità dei programmi, alla luce della riduzione della protezione oltre i sei mesi dall’ultima dose.
I Paesi possono inoltre considerare la vaccinazione routinaria di altri gruppi – tra cui anziani senza comorbidità, adulti, adolescenti e bambini con comorbidità rilevanti o obesità grave, e operatori sanitari e dell’assistenza – con almeno una dose all’anno, sulla base del contesto locale e della sostenibilità.
Per le donne in gravidanza, sia non vaccinate sia già vaccinate (ultima dose da oltre sei mesi), è indicata una dose per ogni gravidanza, in qualsiasi fase (idealmente nel secondo trimestre), con l’obiettivo di proteggere la madre, prevenire esiti avversi della gravidanza e proteggere il neonato nei primi mesi di vita.
La vaccinazione dei bambini sani tra 6 e 23 mesi, se non precedentemente vaccinati, è indicata solo nei Paesi con un carico significativo documentato in questa fascia d’età, senza raccomandazione di rivaccinazione routinaria.
Tutte queste indicazioni, sottolinea il Sage, contribuiranno alla definizione del nuovo Position Paper Oms sui vaccini anti-Covid, previsto nel 2026.
Vaccino contro il tifo: raccomandata l’introduzione nei contesti ad alta incidenza
A livello globale, la febbre tifoide causa circa 6 milioni di casi e 72mila decessi ogni anno. Il Sage raccomanda quindi l’introduzione del vaccino coniugato contro il tifo (TCV) nei Paesi o contesti con incidenza alta o molto alta di febbre tifoide o con un elevato carico di Salmonella Typhi resistente agli antimicrobici. L’introduzione può essere considerata anche nei contesti a incidenza media associata a un’elevata letalità.
I dati epidemiologici indicano che il picco dei casi confermati di febbre tifoidea si registra nei bambini tra 5 e 9 anni, con un carico rilevante anche tra i 2 e i 4 anni nei contesti ad alta e molto alta incidenza. Le evidenze mostrano inoltre un possibile calo della protezione nel tempo dopo una singola dose, in particolare nei contesti ad altissima incidenza e nei bambini vaccinati prima dei 2 anni.
Per questo, nei contesti a incidenza molto elevata, i Paesi dovrebbero considerare una dose di richiamo intorno ai 5 anni per i bambini vaccinati tra 9 e 24 mesi. In altri contesti, il richiamo può essere valutato in presenza di evidenze di riduzione della protezione, soprattutto in aree con elevata letalità o alta prevalenza di resistenza antimicrobica.
Poliomielite: possibile riduzione delle dosi nei Paesi a basso rischio
Il Gruppo di esperti dell’Oms ha poi espresso preoccupazione per la trasmissione ancora in corso del poliovirus selvaggio (WPV1) in Pakistan e Afghanistan e per le criticità nella gestione dei campioni in Afghanistan. Ma non solo, a preoccupare è anche la persistente rilevazione del poliovirus derivato da vaccino di tipo 2 (cVDPV2) in diversi Paesi africani, mentre si registra una riduzione nei campioni ambientali in Europa.
Viene quindi ribadita la necessità di rafforzare le coperture vaccinali di routine e di raggiungere i bambini “zero dose” per ridurre la trasmissione. Confermato il supporto alla cessazione sicura del vaccino orale bivalente (bOPV), con la richiesta di sviluppare opzioni alternative nel caso di ritardi nell’eradicazione.
Nei Paesi che utilizzano bOPV e hanno già introdotto tre dosi di vaccino inattivato (IPV) nel primo anno di vita, e che presentano un basso rischio di importazione e diffusione del virus, il numero di dosi di bOPV nei programmi di routine può essere ridotto da tre a due, poiché questo schema combinato consente di mantenere l’immunità mucosale.
Programmi vaccinali: sostenibilità, priorità e ruolo dei NITAG
Il report evidenzia come i programmi vaccinali operino in un contesto globale in evoluzione. Negli ultimi cinquant’anni si è registrata un’espansione significativa, con oltre l’80% dei Paesi che somministra vaccini contro almeno 10 malattie lungo l’arco della vita.
Tra le principali sfide emergono l’incertezza nei finanziamenti per ricerca e sviluppo, la crescente complessità organizzativa e la diffusione di disinformazione che erode la fiducia nei vaccini: la protezione della fiducia e il contrasto alla disinformazione rappresenteranno un focus centrale nel 2026.
In questo quadro si inserisce l’approccio di ottimizzazione e prioritarizzazione del portafoglio vaccinale (VPOP), che supporta i Paesi nel prendere decisioni basate su evidenze per massimizzare l’impatto sanitario dei programmi in presenza di risorse limitate. Fondamentale il ruolo dei gruppi tecnici consultivi nazionali (NITAG), sempre più rilevanti nel supportare le decisioni sui calendari vaccinali e sull’introduzione di nuovi vaccini. SAGE sottolinea tuttavia le criticità legate al sottofinanziamento di questi organismi, proprio mentre aumenta la complessità delle scelte.
Gavi e contesto globale
Nel quadro internazionale, Gavi ha avviato la fase strategica 2026–2030 in un contesto segnato da vincoli fiscali, disinformazione e crescente complessità operativa. Il rifinanziamento del 2025 ha raccolto 10 miliardi di dollari, ma con un deficit di 2 miliardi, determinando una revisione dei programmi e riforme organizzative. È previsto un nuovo modello operativo basato su budget vaccinali nazionali predefiniti, che richiederà ai Paesi di definire priorità tra diversi investimenti vaccinali. In questo contesto, il processo VPOP sarà centrale per orientare le scelte tra introduzione di nuovi vaccini, campagne e rafforzamento dei programmi di routine.
IA2030 e prospettive future
Nel corso della riunione è stato inoltre discusso il percorso dell’Agenda Immunizzazione 2030 (IA2030), con particolare riferimento alla governance e al ruolo del Sage nella seconda metà del decennio. Il Sage ha espresso soddisfazione per l’attuale modello, che consente di contribuire alle priorità strategiche mantenendo indipendenza. Avviato anche il lavoro per una visione al 2050 sul futuro dell’immunizzazione, che dovrà basarsi su scenari dinamici e adattabili ai rapidi cambiamenti del contesto globale.