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La sfida della sostenibilità. Le prime audizioni alla Camera. Gli esperti: "Servono riforme"

Programmazione e controlli. Queste due tra le direttrici di riforma paventata da Bocconi, S.Anna, Liuc Cattaneo e Osservatorio nazionale per la salute nelle Regioni sentiti ieri dalle commissioni Bilancio e Affari sociali della Camera nell’ambito dell’indagine sulla sostenibilità del Ssn. "La centralizzazione 'tout court' non è però la panacea".

18 GIU - Quale futuro per il nostro Ssn? Questa la domanda 'clou' che ha condotto il Parlamento e più precisamente le Commissioni riunite Bilancio e Tesoro, e Affari sociali, ad attivare un’indagine conoscitiva sulla sfida della tutela della salute tra nuove esigenze del sistema sanitario e obiettivi di finanza pubblica.

 

Ebbene, ieri, si sono svolte le prime audizioni che hanno riguardato i rappresentanti di Istituzioni e Fondazioni di studio di settore: Elio Borgonovi, presidente del CeRGAS-Bocconi, Sabina Nuti, responsabile del laboratorio Management e sanità della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, Davide Croce, direttore del Centro di Ricerca in Economia e Management di Sanità e nel Sociale (CREMS) della LIUC Cattaneo e Gualtiero Ricciardi, coordinatore del Rapporto Osservasalute dell'Osservatorio nazionale per la salute nelle regioni italiane.

 

Un giro di audizioni che ha cristallizzato le criticità ma pure le eccellenze della nostra sanità a partire dal fatto che spendiamo di meno rispetto a tutti i nostri principali competitor internazionali e siamo il secondo paese al mondo per speranza di vita. Ma fatta questa premessa, su cui tutti i relatori sono stati concordi, si è passati a definire le criticità e i problemi che vanno affrontati.

 

 

“Oggi – ha spiegato Sabina Nuti – dobbiamo far fronte ad una crisi economica, al fatto che vi è una crescita delle cronicità contestuale anche all’aumento della speranza di vita. E non da ultimo si deve considerare come internet e i nuovi strumenti di comunicazione abbiano cambiato il ruolo e la volontà di partecipazione dei cittadini”.

 

“In Italia la spesa sanitaria è la più bassa tra i Paesi industrializzati – ha specificato Davide Croce – e ciò dimostra come i sistemi universalistici siano quelli che fanno spendere di meno. Certo, per essere un sistema universalistico la voce della spesa out of pocket è però troppo alta e infine abbiamo una spesa assicurativa molto bassa”.

 

Ma i problemi ci sono, soprattutto se guardiamo alle differenze tra le varie aree del Paese. “Il Sud – ha affermato Gualtiero Ricciardi - in questi anni ha pagato il prezzo più alto. E certamente i tagli lineari non hanno aiutato a colmare il divario”.

 

Un quadro chiaro che sintetizza a pieno lo scenario presente ma ancora di più quello futuro. L’Italia spende meno degli altri per la sanità, ma il sistema così com’è articolato (ospedalocentrico e disgregato a livello di governance) non è e non sarà più in grado di funzionare anche se la centralizzazione non è vista da tutti come la soluzione a tutti i mali.

 

E cosa potrebbe accadere se non si facesse nulla?

 

E a questa seconda domanda ha risposto precisamente Elio Borgonovi. “Se non mettiamo mano al sistema si avrà una selezione surrettizia. In alcune aree si avranno dei Lea bassissimi e parallelamente crescerà la spesa out of pocket”. E lo scenario a cui fa riferimento il presidente del Cergas è quello che si osserva in Grecia, Spagna e Portogallo: progressiva erosione del sistema pubblico a beneficio del privato privato e a scapito delle cure.

 

 

Ma allora cosa si deve fare per continuare a rendere il sistema sostenibile e di qualità?

 

“Oggi non c’è bisogno di una quarta riforma – ha ribadito Borgonovi -. Oggi ripensare il sistema salute vuol dire ragionare sui nuovi bisogni. E poi è necessario che le politiche di riequilibrio siano accompagnate da un forte impulso organizzativo di governance. Bisogna poi affrontare la questione della sanità integrativa. Ma soprattutto, si deve lavorare sulle politiche integrate, che sono quelle che producono risparmi”.

 

Altra analisi che è entrata nei gangli bloccati del sistema è stata quella di Sabina Nuti. “Desidero precisare come la centralizzazione del sistema non è la panacea. La regionalizzazione può portare benefici ma tutto sta nei meccanismi di governance”. E l’esempio in tal senso sono i Piani di rientro e il Patto della Salute. “Stato e Regioni non sono riusciti a cambiare le determinanti dei costi”.

Per la Nuti servono infatti più controlli. “Bisogna verificare i Lea per popolazione, riallocare l’offerta, aumentare la mole di dati per fare confronti, attivare un benchmarking trasparente e trovare meccanismi premianti”.

 

 

Una linea, quella dell’assenza di controlli condivisa anche da Davide Croce che ha anch’egli affermato come il sistema universalistico è dimostrato che è più efficiente e meno costoso ma ha pure rilevato che la mancanza di controlli e la mancata organizzazione sono la causa dei costi eccessivi. Una battuta Croce l’ha fatta anche sui Fondi integrativi: “Non credo siano la soluzione ma il tema va affrontato anche perché già sono previsti in molti contratti di lavoro”. Ma Croce ha parlato anche di ticket specificando come esso debba essere moderatore e non un modo per fare cassa. “Sui farmaci non modera nulla mentre sulla specialistica è iniquo”. Altro questione calda è stata quella dell’aziendalizzazione che “non è da bocciare, semmai è da applicare”.

 

Su una linea parallela rispetto agli altri tre relatori ma con qualche distinguo il pensiero di Gualtiero Ricciardi. “Al giorno d’oggi i sistemi decentrati hanno meno tempo per reagire e in questi anni abbiamo visto che tra le Regioni e lo Stato anche per effetto delle norme non c’è dialogo”. Serve quindi per Ricciardi un modello di sistema in grado di essere più reattivo. Ma poi bisognerà puntare sulla prevenzione: “Siamo quelli che investiamo meno al mondo”. Ma non solo serve l’integrazione socio sanitaria. Un riferimento anche ai ticket: “Nei sistemi universalistici non dovrebbero esserci”. E infine, Ricciardi ha parlato della sfida più prossima che attiene il nostro sistema, ovvero la direttiva Ue sull’assistenza transfrontaliera. “C’è già una grande parte dei cittadini che si è dichiarata pronta ad andare a curarsi in altri Paesi”. 

18 giugno 2013
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