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Tutti quegli operatori sanitari che hanno votato No al referendum

di Ivan Cavicchi

E’ verosimile che una parte della sanità abbia votato No al referendum per ribellarsi a delle politiche o a delle discutibili  iniziative legislative portate avanti dal Governo e dal Pd. Ecco perché

27 GEN - Per tante ragioni sono convinto che la sanità per quota parte naturalmente abbia dato un bel contributo alla sconfitta politica subita dal Governo e dal Pd con il referendum.
 
Per quello che so molte persone hanno votato “no” oltre che per i motivi tipici di questo fronte, anche per ribellarsi alle politiche sanitarie del governo e ad alcune iniziative legislative sbagliate del PD.
 
In questi anni tanto i cittadini che gli operatori hanno pagato a causa delle politiche sanitarie in essere, un prezzo salatissimo. Per questo è del tutto logico ritenere che a condizioni non impedite non può non essere che molte persone abbiano votato no. Cioè non può non essere che almeno una parte del disagio non si sia trasformato alla prima occasione in dissenso.
 
Le esperienze delle persone, come è noto, sono fortemente condizionate dai contesti in cui esse prendono forma. Detto con altre parole i significati di base delle esperienze della sanità sono condizionati dai significati contestuali delle politiche sanitarie adottate. Anche in ragione di ciò mi risulta che un indeterminato numero di persone abbia votato “no”.
 
Se questo è plausibile il Pd, oggi alle prese con una riflessione interna su quanto è accaduto, farebbe bene a comprendere come riguadagnare consenso sintonizzando le proprie politiche sanitarie con le esperienze di sanità della gente.
 
Qualche esempio al volo.
Non vi è dubbio che l’intera campagna referendaria del governo e del Pd sul titolo V sia stata menzognera, ingannevole, improbabile. Il nuovo titolo V avrebbe dovuto eliminare le differenze regionali, accrescere l’universalismo, risolvere il problema della mobilità dei malati ecc. Questa propaganda tutta pensata su una sciocca e banale idea neo-centralista è oggettivamente molto difforme dalle oggettive esperienze di cittadini e operatori. Perché non partire dalle esperienze della gente e dire la verità e cioè che il titolo V è stato già controriformato nei fatti, che ministero della salute e Regioni sono stati svuotati di poteri importanti per centralizzare tutto in capo all’economia? E che ciò sta massacrando il sistema pubblico i cittadini e gli operatori? Perché il governo invece di raggirare la gente non si è dato da fare per rimettere in equilibrio l’intero sistema istituzionale?
 
Fermo restando che esiste un problema di sostenibilità, possibile mai che la sua soluzione debba coincidere solo con la distruzione lenta del sistema? (De-finanziamento progressivo, Lea sotto finanziati, appropriatezza come taglio dei consumi, de-capitalizzazione del lavoro, riduzione del numero degli operatori, sistema scompensato dal taglio dei posti letto, accorpamenti scriteriati ecc.
 
Possibile mai che non esiste un’altra strada?  Siccome questa strada esiste (vedi ad esempio proposta di “quarta riforma” ma non solo) ma per quale diavolo di motivo il Governo e il Pd la escludono a priori mettendoci tutti in ginocchio? Insomma spiegateci perché pur potendo fare una politica diversamente sostenibile non riuscite a fare mai nulla di nuovo, nulla di originale nulla che non produca conseguenze distruttive?
 
Alcune iniziative legislative del Pd in particolari quelle rivolte al lavoro, alle professioni, agli operatori hanno creato negli operatori verso il Pd un vero atteggiamento disincantato e tanta delusione.
 
Se prendiamo il comma 566, la riforma degli ordini, la proposta di legge sulla responsabilità professionale, ci accorgiamo che il livello di innovatività e il grado di solubilità delle tre proposte è molto basso e nel loro complesso tutt’altro che soddisfacente.
 
Ma a parte ciò alcune di queste norme spaccano, dividono, creano dissenso, fanno danni ai malati, fino a risultare come le famose pezze peggiori del buco. Il comma 566 ha tentato con una cordata tutta Pd di togliere competenze ai medici per darle agli infermieri ed ha creato uno disastro infettando i servizi con il conflitto tra medici e infermieri di cui i malati avrebbero fatto volentieri a meno.
 
La riforma degli ordini non è una riforma per cui tutte le grandi contraddizioni di questi enti pubblici restano irrisolte e tutti i grandi problemi delle professioni rimossi.
 
La legge sulla responsabilità professionale, accolta con un coro di consensi, è destinata a rivelarsi probabilmente un cavallo di Troia, nel senso che alcune delle soluzioni indicate (linee guida e risk management) con molta probabilità avranno delicate ricadute sulle prassi mediche, sulla qualità delle cure e sui diritti delle persone.
 
Almeno questo è quello che si evince dalla lettura della letteratura internazionale sulla questione che ci spiega che l’abbinamento linee guida e responsabilità professionale è davvero molto ma molto problematico   (valga per tutti  “Surgeons and  medical liability :a guide to understanding medical liability reform”  American college of Surgeons December 2014). Se la legge sulla responsabilità medica si dovesse rivelare sbagliata sarebbe un bel guaio per tutti cittadini e medici.
 
Quindi da questo sommario quadro si conferma la tesi iniziale secondo la quale è verosimile che una parte della sanità abbia votato no al referendum per ribellarsi a delle politiche o a delle discutibili  iniziative legislative rispetto alle quali resta da capire uno strano paradosso: come mai persone reclutate dal Pd in parlamento per portare voti (il senatore Bianco la senatrice Silvestro sono ex- presidenti delle due più grandi federazioni professionali della sanità) fanno perdere voti anziché guadagnarne?  
 
E perché tra tante politiche sanitarie possibili il governo e il Pd scelgono sempre quelle che a loro volta fanno perdere consenso perché regolarmente le peggiori? Perché?
 
Ivan Cavicchi

27 gennaio 2017
© Riproduzione riservata

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