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Renzi si riprende il PD con il 70% dei voti: “Noi contro chi dice che i vaccini fanno male ai bambini e le mammografie alle donne”


Successo per l’ex premier ed ex segretario Dem che riconquista il partito. Lo hanno scelto 1 milione e 283 mila cittadini su 1 milione e 848 mila persone che hanno votato alle primarie di Domenica. Ad Andrea Orlando il 19,50% e a Michele Emiliano il 10,49% dei voti. Nel suo discorso sulla terrazza del Nazareno esclusa qualsiasi alleanza elettorale con i partiti alla sinistra del PD: “La coalizione la facciamo con il popolo”.

01 MAG - E’ di nuovo Matteo Renzi il segretario del PD. Al suo fianco come vice segretario ci sarà l’attuale ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina. Un risultato scontato nel verdetto finale (con Orlando ed Emiliano non c’è mai stata partita vera) ma non nei numeri degli elettori che hanno sancito il Renzi II alla guida del PD.
 
Alla vigilia del voto i più ottimisti sarebbero stati contenti se si fosse raggiunta la soglia del milione e mezzo di partecipanti alle primarie e invece alla fine quella soglia è stata abbondantemente superata con 1 milione e 848 mila italiani che in alcuni casi hanno fatto anche lunghe file per partecipare.
 
In tempi come questi, hanno notato molto osservatori, quasi due milioni di donne e uomini in carne e ossa che decidono di partecipare attivamente a un rito tutto politico come quello delle primarie di un partito non è una cosa da poco, tant’è che il fatto di aver avuto quasi un milione di elettori in meno rispetto alle primarie del 2013 sembra essere passato in secondo piano rispetto alle immagini di una domenica di ponte con le code davanti ai gazebo in quasi tutta Italia.
 
E adesso? Tutti gli analisti politici concordano che Renzi da oggi in poi vorrà dire la sua sulla politica e le scelte di Gioverno, di cui del resto è l'azionista di maggioranza. Ma in pochi credono in un'accelerazione verso le elezioni in autunno (soprattutto per lo scoglio di una legge elettorale da fare, e non sarà facile) e ormai in tanti cominciano a parlare di elezioni a scadenza naturale l'anno prossimo (qualcuno parla anche di maggio 2018 la data ultima per farle dopo la scadenza naturale della legislatura).
    
Dal discorso di Renzi davanti allo stato maggiore del "suo" partito ieri notte ovviamente indicazioni precise in merito non ci sono state, "Non si sa quando si voterà", ha detto. Ma alcune cose Renzi le ha sottolineate con chiarezza. Una su tutte: non ci sarà nessuna coalizione con i partiti a sinistra del PD, "la coalizione la faremo con i cittadini e le mille realtà del sociale e del volontariato, non con presunti partiti che non rappresentano nemmeno se stessi". E oggi, a 24 ore dal voto, questa dichiarazione viene spiegata con la scelta che Renzi avrebbe già in mente di presentarsi alle prossime elezioni con una sorta di "listone" aperto a personalità e soggetti esterni, a partire da Pisapia, ma comunque sotto il simbolo del PD. Vedremo.
 
Ma una cosa è chiara, per Renzi il nemico da battere è solo uno: "chi dice sempre no".  "Del Pd - ha detto Renzi - facciamo la patria di chi non vuole solo lamentarsi. Non lasciamo il Paese a chi dice solo di no, vive solo di paure e complotti, pensa che un vaccino faccia male a un bambino, quando il vaccino è la soluzione per evitare una malattia, a chi pensa e dice alle donne che una mammografia fa male. Non vogliamo lasciare il paese a chi vive di complotti e scie chimiche, quando abbiamo milioni di persone che ci dicono di essere concreti".
 

 
 
 
La mozione Renzi ha quindi vinto le primarie del PD e diventa di fatto il "programma" ufficiale del partito.  Vale quindi la pena andarla rileggere nelle parti che riguardano il welfare e la sanità su cui, come ricorderete, un forte dibattito si è già sviluppatio sul nostro giornale in particolare su quello che (Cavicchi in primis) ha chiamato "rischio mutue", nettamente smentito però da chi quel capitolo l'ha scritto.
 
Ecco quindi il capitolo integrale della Mozione su Welfare e Sanità (vedi anche il testo integrale della mozione):
 
“Prendersi cura della persona significa innanzitutto proteggere gli individui e le famiglie dalle conseguenze negative della sorte avversa. Affrontare il bisogno per far fiorire le capacità, il merito, sapendo che sotto c’è una rete di sicurezza.

Il welfare non deve risarcire, deve sostenere la persona, il rischio, la sua voglia di mettersi in gioco. Protetti dal welfare state, si può osare di più. L’Italia, le sue forze migliori, hanno bisogno di innovazione. Il welfare deve sostenerla. Il welfare deve essere una rete di sicurezza, deve proteggere quanti subiscono le conseguenze di forze più grandi di loro, delle quali non hanno colpa.

Non deve risarcire per la sfortuna, ma ridurne l’impatto negativo sulla vita delle persone. Deve mettere tutti, anche chi è stato colpito dalla sorte, nelle condizioni di fiorire, di realizzarsi. Il welfare deve essere un trampolino.

Una persona con disabilità deve ottenere prestazioni e servizi per superare i maggiori ostacoli della sua condizione, e lo steso vale per chi è povero, vulnerabile, o per chi ha perso il lavoro. Chi è povero o vulnerabile non è diverso da chi non lo è. Sono le conseguenze delle proprie azioni ad essere differenti: chi ha può permettersi di commettere errori, chi non ha non può permetterselo, perché le conseguenze sarebbero disastrose. Chi non ha non può scegliere liberamente.

Affrontando il bisogno, il nuovo welfare deve consentire a tutti di poter scegliere, favorendo l’iniziativa delle persone e premiandone gli sforzi. Bisogna continuare con il lavoro svolto negli ultimi tre anni di governo, rafforzando e completando le misure introdotte e introducendo nuove politiche pubbliche alla luce di tre sfide da affrontare: il bisogno e la povertà, la sfida demografica, il cambiamento tecnologico e del lavoro.

Questo richiede politiche contro la povertà, politiche per l’occupazione femminile, politiche per la famiglia, politiche per la non autosufficienza, politiche per la salute. A cominciare dal reddito di inclusione, introdotto dal governo Renzi con 1,5 miliardi di euro strutturali, che finalmente è legge ma che deve essere portato a regime in un orizzonte di legislatura, aumentandone le risorse e garantendo a tutti i poveri un reddito sufficiente a essere parte attiva della società.

Sapendo anche che un reddito non basta: occorrono servizi, per l’inserimento sociale e lavorativo. Bisogna fare di più sul fronte delle politiche per l’occupazione femminile. Il tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro è tra i più bassi nei paesi avanzati. Questo è uno spreco per l’Italia, non cresceremo mai senza la piena inclusione delle donne nel mercato del lavoro.

Le azioni da intraprendere sono molteplici: introdurre forme di flessibilità oraria e funzionale sul luogo di lavoro; aumentare la flessibilità oraria dei servizi pubblici; ridurre gli ostacoli che impediscono la creazione di asili nido aziendali (consentendo che gli incentivi introdotti dal governo Renzi sul welfare aziendale dispieghino tutti i loro effetti); abbattere il costo degli asili nido che oggi grava in modo insostenibile sui bilanci delle famiglie giovani; ma anche creare infrastrutture telematiche per far fiorire un mercato regolare di servizi alle famiglie (area a bassa produttività da sottrarre all’economia sommersa).

Occorre insomma un investimento in primo luogo culturale per avere al contempo maggiore occupazione femminile e più bambini. Mettere le giovani famiglie in grado di realizzare i propri piani di vita significa anche affrontare il problema abitativo, con politiche fi scali che favoriscano l’affitto a costi sostenibili.

Occorre inoltre mettere mano a due riforme epocali per il welfare italiano: la non autosufficienza e gli assegni al nucleo familiare. Sulla non autosufficienza, bisogna distinguere tra anziani e persone giovani o in età da lavoro con disabilità, consentendo regole distinte di risposta a esigenze distinte.

Se per gli anziani non autosufficienti il bisogno è garantire e strutturare un sistema di long-term care e la sua sostenibilità, per le persone con disabilità l’obiettivo è il sostegno alla vita indipendente, la rimozione degli ostacoli a una vita piena e perfettamente integrata.

Anche qui le azioni da intraprendere sono molteplici: promuovere forme leggere di intervento residenziale, attivando partnership pubblico-privato che forniscano risposte ai bisogni di cura contribuendo al recupero urbanistico; costruire le infrastrutture telematiche per consentire l’organizzazione di servizi di cura e accompagnamento.

L’impatto occupazionale di tutte queste innovazioni sarebbe enorme. Occorre però superare l’approccio del poco a tutti e graduare l’assegno per i servizi di cura in base al bisogno e alla capacità contributiva della famiglia.

Anche gli assegni al nucleo vanno rivisti in senso equitativo, un’operazione complessiva che coinvolge anche le detrazioni per fi gli a carico. Un assegno universale per i figli, rivolto a tutte le famiglie con fi gli e graduato in base alle condizioni economiche della famiglia è la strada maestra.

Prendersi cura della persona significa anche tornare a investire in politiche pubbliche della salute: nell’innovazione tecnologica e organizzativa, nel rafforzamento delle reti della ricerca, tutti straordinari volani occupazionali. Ma l’investimento deve in primo luogo essere nelle donne e negli uomini che nella sanità lavorano e nella relazione che questi hanno con i cittadini.

Solo nei prossimi anni andranno in pensione circa 30.000 medici. Occorre elaborare un piano decennale dei fabbisogni di personale e di formazione, reinvestendo i guadagni di efficienza che derivano dall’innovazione nel servizio sanitario e in primo luogo in tutto il suo personale, a partire da infermieri e medici. Questo significa anche prendere azioni efficaci contro le liste di attesa, così come umanizzare i servizi, porre attenzione alla relazione di cura tra medico, equipe assistenziale e persona ammalata.

Tutto questo richiede di ripensare il welfare italiano, fare una scelta contro la categorialità e a favore dell’universalismo: tutti quanti sono in una determinata condizione di bisogno devono avere diritto a forme di protezione, indipendentemente dal fatto se siano lavoratori o lavoratrici dipendenti o autonomi, o se lavorino o meno.

Le trasformazioni dell’economia portano alla creazione di un pavimento di diritti sociali accessibili a tutti, sui quali si innestano poi diritti ulteriori, costruiti con la contribuzione, individuale o collettiva, cumulabili nel tempo, portabili tra stati occupazionali, trasferibili nelle fasi del ciclo di vita e utilizzabili per vari scopi a richiesta del cittadino (formazione, periodi di sabbatico, periodi di cura).

Solo così saremo in grado di affrontare e governare i cambiamenti che ci attendono, prendendoci cura di ciascuno in base all’effettivo bisogno di protezione”.

01 maggio 2017
© Riproduzione riservata

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