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Ticket sanitari. Tutti li detestano (a parole) ma nessuno li tocca

L’unico ad averci provato fu Umberto Veronesi, nella sua breve stagione di ministro della Sanità nel Governo presieduto da Giuliano Amato nel 2000. Da allora tutti dicono che andrebbero aboliti, che sono ingiusti, che le esenzioni hanno buchi e abusi da tutte le parti ma il coraggio di cancellare questa tassa sulla malattia vergognosa, realmente, non sembra averlo nessuno. Eppure abolirli in toto costerebbe meno di quanto è costato l'addio all'Imu prima casa

05 OTT - “È una tassa ingiusta, doppiamente ingiusta, perché colpisce persone ammalate e diventa sempre più pesante man mano che la malattia si aggrava. E non va sottovalutato che la gestione dei ticket, oltre a imporre un defatigante iter ai malati determina anche un costo burocratico con l'impiego di circa 10.000 persone nel paese”, così parlava nel settembre del 2000 Umberto Veronesi, l’oncologo prestato alla politica per poco più di un anno e che riuscì a mantenere la sua promessa, anche se solo per i ticket farmaceutici, che vennero effettivamente aboliti con la finanziaria del 2001 varata con lui ministro della Sanità nel governo di Giuliano Amato.
 
L'Italia senza ticket (sui farmaci, perché per gli altri Veronesi aveva pensato a un piano triennale) durò però solo un anno. E oggi, come sappiamo, i ticket imperversano in tutta Italia, con quote difformi tra una Regione e l’altra ad ulteriore dimostrazione delle differenze di accesso ai servizi sanitari e ai Lea, in barba a quella tanto sbandierata equità di accesso che dovrebbe caratterizzare il nostro Ssn.

 
Per la compartecipazione al costo (così si chiama il ticket nel linguaggio legislativo) su farmaci, visite mediche, esami diagnostici e pronto soccorso i cittadini hanno pagato nel 2016 quasi tre miliardi di euro, precisamente 2,885,5 miliardi come ha certificato la Corte dei Conti nella sua relazione sulla spesa pubblica del 2017, con un costo procapite di quasi 48 euro l’anno.
 
Ma mai, come in questo caso, le medie dicono poco. Se 48 euro l’anno a testa possono sembrare pochi, bisogna infatti  tener conto che il ticket lo si paga solo quando si è ammalati o sospetti di esserlo e sappiamo che i ticket da pagare procapite “reali”, qualora occorra intraprendere un complesso percorso diagnostico-terapeutico, possono arrivare anche a diverse centinaia di euro l’anno ad assistito.
 
E, come diceva giustamente Veronesi, questa è una tassa sulla malattia, sulla sofferenza, sulla preoccupazione, che in un regime di Servizio sanitario nazionale non dovrebbe esistere.
 
E infatti tra le varie forme di finanziamento della sanità pubblica indicate dal legislatore del 1978 i ticket non c’erano. Arrivarono dopo, nei primi anni ’90, e poi non se ne andarono più, tranne quella breve parentesi del 2001.
 
Ma adesso si torna a parlare di abolire i ticket in vista della prossima legge di bilancio (ne parlò a dire il vero anche il ministro Lorenzin alcuni mesi fa per poi però lasciar cadere la questione).
 
Sotto tiro è in particolare il superticket, ovvero i 10 euro a ricetta per prestazioni diagnostiche e specialistiche, introdotto per la prima nel 2007 dal Governo Prodi.
 
Fin da subito quel ticket sollevò fortissime proteste. E così, a pochi mesi dalla sua introduzione, lo stesso Governo guidato da Romano Prodi, assicurò con fondi statali la copertura degli introiti che sarebbero dovuti pervenire alle Regioni da quel ticket che (a parole) nessuno voleva.
 
Da allora, era il 2007, si andò avanti così, per alcuni anni, con coperture stabilite anno per anno per un totale di 834 milioni annui, ma senza mai cancellare effettivamente la norma che introduceva questi nuovi ticket.
 
Così, quando arrivò la stangata del luglio 2011 del Governo Berlusconi/Tremonti, quegli 800 e passa milioni di euro entrarono nel conto dei risparmi pubblici da realizzare e il superticket tornò ad essere operativo, senza alcuna pezza da parte dello Stato.
 
E ora, con un Governo agli sgoccioli sia per tempo rimasto che per numeri in Parlamento, la promessa elettorale di abolire il superticket è tornata sulla bocca di molti, da sinistra a destra, passando per la maggioranza parlamentare che ha trovato la formula ambigua dell’abolizione “graduale” come si legge nella mozione presentata e approvata al Senato in occasione del voto sulla nota di aggiornamento del Def.
 
Non sappiamo come andrà a finire questo “braccetto” di ferro. Forse il superticket andrà in soffitta, forse no. Ma una cosa è certa. Ci vorrebbe un altro Veronesi e il suo sereno ma molto determinato coraggio per dire le cose come stanno: i ticket sono forse una delle più grandi ingiustizie sociali, molto più della tassa sulla prima casa, ed abolirli del tutto sarebbe una scelta equa e solidale e anche molto popolare (non populistica...).
 
Basterebbero 3 miliardi. Magari da spalmare in tre anni, con una abolizione graduale e monitorata, come aveva in mente proprio l’oncologo milanese.
 
Ma di Veronesi in giro non ne vediamo.
 
Cesare Fassari

05 ottobre 2017
© Riproduzione riservata


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