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Gelli (PD): “Ecco cosa abbiamo sbagliato in questi anni e da dove vogliamo ripartire”

Il PD si è forse perso nel proprio ‘storytelling’ delle cose fatte, in quell’epopea dei mille giorni nei quali abbiamo iniziato a riformare questo Paese, perdendo via via il collegamento diretto con la realtà, con il vissuto di cittadini e operatori. Presi dalla foga di raccontare quanto realizzato, abbiamo dato l’erronea impressione che ormai il più fosse stato portato a termine, che il grosso dei problemi fosse ormai alle spalle e che il Servizio sanitario nazionale navigasse al sicuro in acque tranquille

21 MAR - Gentile direttore,
vorrei prendere spunto dall’articolo del Prof. Cavicchi di critica al Partito Democratico per un’analisi del voto e per fare il punto sul futuro del PD e, soprattutto, del nostro Sistema sanitario. Ovviamente, non condivido quanto scritto da Cavicchi, ma non posso esimermi dal prendere in considerazione quanto rilevato da un attento osservatore del settore quale Cavicchi è da tanti anni.
 
Il dato da cui dobbiamo partire è la drammatica emorragia di consensi che ha investito il PD. Un risultato che ci impone una dura riflessione sul nostro operato e su quanto non è stato fatto.
 
Una comunicazione sbagliata. Con ogni probabilità, il nostro primo errore è stato a livello comunicativo. E’ vero, molte cose sono state fatte in questi 5 anni, tante riforme sono state portate a termine, solo per citarne alcune: dai nuovi Livelli essenziali di assistenza alla legge sulla responsabilità professionale e la sicurezza delle cure, dal biotestamento alla riforma degli Ordini sanitari. Tutte misure attese da decenni. Ma resta il fatto che la strada da percorrere è ancora tanta e ci sono interi settori dove siamo riusciti ad intervenire in maniera decisamente insufficiente, su tutti: personale e, per motivi diversi, la sempre più marcata disparità tra Regioni nell’accesso alle cure e nell’erogazione dei Livelli essenziali di assistenza.

 
Il PD si è forse perso nel proprio ‘storytelling’ delle cose fatte, in quell’epopea dei mille giorni nei quali abbiamo iniziato a riformare questo Paese, perdendo via via il collegamento diretto con la realtà, con il vissuto di cittadini e operatori. Presi dalla foga di raccontare quanto realizzato, abbiamo dato l’erronea impressione che ormai il più fosse stato portato a termine, che il grosso dei problemi fosse ormai alle spalle e che il Servizio sanitario nazionale navigasse al sicuro in acque tranquille.
 
La realtà è un’altra. Andando al Governo, abbiamo preso in mano un Ssn fortemente compromesso dopo anni di tagli lineari (30 miliardi circa) e misure ‘sanguinose’ a danno del personale: dal blocco del contratto a quello del turnover, da un invecchiamento progressivo degli operatori costretti a turni massacranti a quell’imbuto formativo che rende impossibile la formazione dei nostri giovani specializzandi. Pensare di poter risolvere tutto questo con la bacchetta magica, in appena 5 anni, è pura utopia. Noi abbiamo iniziato ad invertire quella tendenza in atto che stava di fatto compromettendo sempre più il funzionamento del Ssn, tornando ad investire nel settore, seppur meno di quanto avremmo voluto.
 
Un parte delle risorse è stata assorbita anche da quella vera e propria rivoluzione che ci siamo trovati a dover affrontare con l’ingresso nel mercato dei farmaci innovativi, per garantire a tutti (istituendo anche, unici in Europa, un fondo per i farmaci innovativi oncologici) quel diritto alle cure che è parte fondamentale del nostro sistema assistenziale universalistico.
 
Certamente, posso ribadire con fermezza ancora una volta, che nessuna scelta adottata dal PD è andata nella direzione di una privatizzazione del Ssn.
 
Abbiamo dimenticato che la sanità è fatta di persone. In questo contesto, non siamo riusciti a dare l’attenzione che avremmo dovuto al personale. Medici, infermieri, operatori sanitari che in questi anni hanno tenuto in piedi la sanità in condizioni difficilissime si sono sentiti trascurati e messi da parte. Questo è stato il nostro errore più grande: riconoscere solo a parole il loro operato senza riuscire a valorizzare a pieno le loro professionalità e, soprattutto, senza riuscire a garantire loro condizioni lavorative migliori. Troppi emendamenti presentati nelle ultime finanziarie che andavano in questa direzione sono state bocciati da una classe politica vista, giustamente a quel punto, come distante ed insensibile di fronte ai gravi problemi che queste persone si trovano quotidianamente ad affrontare.
 
E questo tema va necessariamente allargato anche ai più giovani, a quegli specializzandi che dopo anni di sacrifici rischiano di non poter avere un futuro lavorativo. E’ vero, siamo stati noi a far aumentare le borse di studio, oggi sopra quota 6mila, ma sappiamo perfettamente che è ancora troppo poco. Non pensate che anche questo porti a quel tristemente famoso distacco ed a quella disaffezione dei più giovani dalla politica e dai partiti?
 
La salute è un diritto solo in una parte del Paese. Continuiamo poi a registrare una inaccettabile disparità di trattamento in diverse zone del Paese. Ci sono Regioni in cui l’erogazione dei Livelli essenziali di assistenza è un miraggio. Certo, non si può parlare di questo senza dover citare il Titolo V e quella riforma costituzionale bocciata il 4 dicembre 2016. Ma il tema andava e va ripreso in mano perché, altrimenti, il rischio che corriamo è già oggi del tutto evidente. Nell’ultimo mese Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna hanno sottoscritto con il Governo accordi che garantiranno loro maggiori autonomie su diversi temi inerenti anche la sanità. Ora, nessuno ha in mente derive ‘neocentralistiche’, ma va trovato un equilibrio che garantisca lo sviluppo di tutte le amministrazioni regionali all’interno di una chiara cornice normativa sulla quale lo Stato centrale deve continuare a rimanere l’unico garante. Perché l’alternativa, altrimenti, è quella che già oggi sta prendendo piede: lo ‘strappo’ in avanti di quelle amministrazioni che funzionano in maniera efficiente e l’ulteriore acuirsi di disparità che si faranno sempre più incolmabili con il resto del Paese. Ricordate la parole del presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, quando parlava nelle settimane passate di autonomie sostenendo che diventerà “virale”?
 
Ecco, il rischio è che questo ‘virus’, dove ogni Regione decide di giocare una partita a sé con regole proprie, sancisca la nascita di una sanità totalmente diversa in ogni zona del Paese, più di quanto già non lo sia oggi. E, di conseguenza, avremo diritti diversi per i cittadini a seconda del luogo di residenza. Non sarebbe forse questa la fine del Servizio sanitario nazionale?
 
Le sfide che attendono la sanità sono tante, molte di queste sono ormai note da tempo, e noi oggi abbiamo il dovere dare risposte chiare su due temi cruciali:
- quanta importanza riveste la sanità per il PD?
- la sinistra italiana come progetta la sanità del futuro?
 
Una critica interna. Apro una breve parentesi anche per una critica costruttiva interna al PD. In questi giorni, dopo la debacle elettorale, stiamo tentando di riaprire attraverso i circoli ed i circoli tematici, sul territorio, un dialogo con il nostro elettorato. Penso che, oltre a tutto questo, sia utile ripartire anche riconoscendo un peso maggiore ai Dipartimenti. A cosa servono oggi i Dipartimenti del PD, come quello sulla sanità che mi onoro di guidare? Resto convinto che possano essere un’utilissima cinghia di trasmissione tra il territorio ed i ‘piani alti’ del partito e delle Istituzioni. In questi anni, però, troppo spesso il lavoro svolto insieme ai miei colleghi non sempre è stato valorizzato a pieno. Come responsabile Sanità non ho riscontrato da parte dei vertici del PD una grande attenzione su questi temi, sia nella fase di programmazione che durante la campagna elettorale. Questo disinteresse, nel tempo, ha creato un grave scollamento con gli operatori e, più in generale, con il nostro elettorato. Ed a rimetterci è stato tutto il partito.
 
Una storia da non tradire. Oggi dunque, come dicevo, abbiamo il dovere di dare risposte chiare sul futuro. Parlo di dovere perché temi quali il lavoro e la sanità sono parte costituente del DNA del Partito Democratico. La sinistra italiana è quella che, ormai 40 anni fa, si è battuta per l’istituzione del Servizio sanitario nazionale. Oggi, come PD, dobbiamo sentire il peso di quell’eredità e dimostrarci all’altezza della situazione riuscendo a progettare anche il futuro della sanità pubblica. L’obiettivo, non può essere solo quello di ‘tenere a galla’ un sistema in sofferenza da anni. Non possiamo limitarci a garantirne la sola sostenibilità economica del sistema, ma abbiamo il dovere di riuscire a mettere in campo le soluzioni più efficaci per dare risposta alle nuove richieste di assistenza in un quadro sociale fortemente cambiato. Sono altresì convinto, che proprio questi temi centrali nella vita delle persone, quali la sanità ed il lavoro, possano essere le pietre angolari sulle quali poter costruire un nuovo percorso per il PD. E’ da qui che possiamo e dobbiamo ripartire.
 
Un cambiamento di prospettiva. E come dare queste risposte? Penso che oggi più che mai, dopo questa sonora sconfitta, per il PD sia il momento dell’ascolto prima che della proposta. Servono un cambio di prospettiva e di metodo. Più orizzontalità, un maggiore spazio alla comunità ed alle voci di chi in questi anni si è sentito abbandonato. Nel mio ultimo libro, ho provato a tracciare alcune linee generali su quelle sfide che dovremo affrontare nel prossimo futuro per garantire a tutti un’assistenza sanitaria di qualità, ma oggi voglio fare un passo di lato. Non sarò io a far ‘calare’ dall’alto la mia ‘ricetta’ per progettare il futuro del Ssn. Ma, se il direttore ci concederà uno spazio su questo giornale, vorrei in questo momento mettermi all’ascolto delle vostre richieste, proposte, ed idee. Per un rilancio del Ssn che parta dal lavoro e da chi opera tutti i giorni al suo interno. Sindacati, società scientifiche, ricercatori e, soprattutto, voi medici, infermieri, e operatori sanitari. Il futuro comincia oggi e vorrei che stavolta prendesse il via da voi. Vorrei che la comunità della sanità italiana si sentisse nuovamente protagonista del suo rilancio.
 
Federico Gelli
Responsabile Sanità Partito Democratico 

21 marzo 2018
© Riproduzione riservata


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