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29 NOVEMBRE 2020
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Boldrini (Pd): “Per medici di famiglia e pediatri di libera scelta è tempo di pensare alla dipendenza”

di Paola Boldrini

"Credo che su questo tema vada aperta una seria riflessione e so che le opinioni sono diverse, ma ritengo che uno degli ostacoli al rafforzamento della medicina territoriale passi anche per la tipologia di lavoro convenzionale e non di dipendenza nella medicina generale e nella pediatria di base”

18 NOV - Gentile Direttore,
la tragica vicenda della pandemia Covid 19 ha dimostrato già nella pima fase di marzo, ma soprattutto nell’attuale, che la battaglia contro il Coronavirus si combatte in ospedale, ma la guerra si vince solo in campo aperto: nei servizi e presidi territoriali sanitari e sociosanitari compresi, naturalmente, gli studi dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta e nelle farmacie. Come prevedeva la legge di riforma sanitaria, è necessario ora più che mai che questi presidi di prossimità siano riconosciuti a tutti gli effetti parte integrante del sistema Distretto e quindi delle Asl.

È assolutamente necessario valorizzare il ruolo, le competenze, la prossimità e la relazione con i cittadini dei medici di base e dei pediatri di libera scelta. Senza questo, non solo non si potrà vincere velocemente contro la pandemia, ma non si coglierà l’occasione per rinnovare tutto il Sistema sanitario nazionale, soprattutto territoriale, e renderlo più forte, anche per il futuro.
 
Lo conferma la vicenda legata alla sentenza del Tar Lazio che nega la possibilità ai medici di base di visitare a casa i pazienti Covid, disposta da una delibera della Regione guidata dal governatore Zingaretti, e la risposta di oggi del vicesegretario della Fimmg Pierluigi Bartoletti, che invece rivendica giustamente questo compito per i medici di medicina generale.


Credo che su questo tema vada aperta una seria riflessione e so che le opinioni sono diverse, ma ritengo che uno degli ostacoli al rafforzamento della medicina territoriale passi anche per la tipologia di lavoro convenzionale e non di dipendenza nella medicina generale e nella pediatria di base. Molte Asl, infatti, non percepiscono gli studi dei medici di medicina generale come loro presidi di prossimità mentre, d’altro canto, gli stessi medici di medicina generale, che pure in questo frangente di emergenza si stanno prodigando strenuamente, tendono a non sentirsi parte organica delle Asl, esaltando il profilo libero-professionale, a discapito però spesso del rapporto che serve ai cittadini, specie nelle grandi città e nel corso di una drammatica epidemia.
 
D’altro canto le Usca, che quella sentenza ha richiamato, sono assenti in molte regioni. Si tratta di sciogliere un’ambiguità e di rilanciare la nostra grande legge di riforma sanitaria del 1978 la quale, all’articolo 25, prevedeva che “l’assistenza medico-generica e pediatrica” fosse prestata dal personale “dipendente o convenzionato del servizio sanitario nazionale operante nelle unità sanitarie locali o nel comune di residenza del cittadino”, secondo un rapporto fiduciario reciproco tra medico e paziente. Il legislatore successivo ha di fatto cassato la parola “dipendente”, così come si sono perse nel tempo molte altre delle innovazioni progressiste di una legge fondamentale per il Ssn, che di fatto non è stata mai completamente attuata.

Oggi però siamo di fronte ad una sfida grande: il sistema delle Cure primarie territoriali va rimodellato, prevedendo un’organizzazione dell’assistenza sempre più integrata, attraverso equipe multiprofessionali che realizzino la reale presa in carico della persona fino al proprio domicilio.
Ai poli ospedalieri va lasciata in modo prevalente solo la gestione delle acuzie. Per questo alle Cure Primarie sul territorio deve spettare anche il compito di promuovere la salute della popolazione di riferimento, attraverso il passaggio già previsto dalla “medicina di attesa” alla “medicina di iniziativa”, con un sistema di controllo informatizzato che permetta di verificare l’appropriatezza, la qualità e la sostenibilità dei percorsi di cura, in modo più professionalizzante per i medici stessi e più efficiente per il sistema.

Potrebbe essere dunque opportuno rivedere la natura del rapporto di lavoro dei medici di medicina generale? È una riflessione da fare insieme a tante altre, come la necessità di rivedere la formazione dei medici di base e la necessità di avere più borse di studio anche per loro. In altri paesi europei ci sono esperienze da cui prendere spunto.

Si potrebbe prevedere, ad esempio, che i medici di medicina generale possano esercitare l’opzione per il rapporto di lavoro dipendente, i cui contenuti normativi ed economici siano regolati da una specifica sezione contrattuale del contratto collettivo nazionale di lavoro della dirigenza medica e sanitaria del Ssn, fermo restando il requisito del possesso del diploma regionale in medicina generale, che assumerebbe, anche in forma retroattiva, la denominazione di diploma di specializzazione regionale in medicina generale.
 
Analogamente, ciò potrebbe avvenire anche per il pediatra di libera scelta. Ovviamente sarebbe necessaria una norma transitoria: a decorrere dal quinquennio successivo all’entrata in vigore, le assunzioni di medici di medicina generale e di pediatri di libera scelta avverrebbero, salvo eccezione motivata, con rapporto di lavoro dipendente; i rapporti convenzionali in essere e quelli successivamente istituiti con deroga motivata, e per i quali non venga esercitata l’opzione prevista, rimarrebbero ad esaurimento.

Il medico di medicina generale ed il pediatra di libera scelta potrebbero, quindi, operare all’interno di Unità di salute familiare, vere articolazioni organizzative e funzionali del Distretto, composte anche da infermieri, psicologi, assistenti sociali e con la collaborazione di operatori sociosanitari ed amministrativi, dipendenti dell’aziende sanitarie locali.
 
Tutto ciò sarebbe possibile uniformando la tipologia del rapporto di lavoro dei medici all’interno del Ssn, attraverso il superamento progressivo anche delle altre differenze contrattuali. Come gruppi parlamentari del PD, trovando consenso altre forze politiche di maggioranza e di opposizione, stiamo cercando di rilanciare il potenziale innovativo della legge 833/78, attraverso la restituzione ai sindaci del potere di richiedere servizi sanitari territoriali in base ai bisogni di salute dei cittadini, avvenuta con un mio emendamento al Dl agosto, e due Ddl che hanno iniziato l’iter Commissione Sanità del Senato, per la regolamentazione uniforme sul territorio nazionale dell’infermiere di famiglia/di comunità e per l’istituzione dello psicologo di cure primarie.
 
Sen. Paola Boldrini
Vicepresidente Commissione Igiene e Sanità (PD) del Senato

18 novembre 2020
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