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Sciopero dei medici. Ecco perché i sindacati non dovrebbero dividersi

Quanto sta accedendo attorno alla proclamazione dello sciopero dei medici di famiglia e pediatri del 19 maggio è sconcertante. La divisione del fronte sindacale alla prima vera occasione di riscatto della categoria appare onestamente incomprensibile. E anche i sindacati della dipendenza dovrebbero darsi una mossa

06 MAG - I sindacati italiani, come i partiti, le associazioni, i club e quant’altro somigli a un’aggregazione, al di là dei loro scopi e finalità, hanno un tratto in comune: litigano, soprattutto tra loro.
 
Il loro Dna sembra caratterizzato da una specificità genetica che li fa andare spesso e volentieri in rotta di collisione tra loro, anche quando la battaglia o l’obiettivo da raggiungere appaiono, almeno a chi li guarda da fuori, comuni.
 
Una ispirazione al distinguo che va ben al di là della legittima dinamica concorrenziale per conquistare consensi e tessere, e che li spinge fino a farli diventare (incosapevoli?) vittime del famoso detto divide et impera, anche quando non c’è nessuno tiranno a tessere le fila. In altre parole, sono bravissimi a farsi male da soli.
 
E’ il caso, a mio parere, dello sciopero indetto dalla Fimmg per il prossimo 19 maggio, al quale ha aderito anche il sindacato dei pediatri Fimp. Le motivazioni dello sciopero sono chiare e, ne sono convinto, la stragrande maggioranza dei medici di famiglia le ha capite: dare uno scossone, si spera determinante, allo stallo sulla convenzione.

 
Ebbene, quanto sta accadendo tra gli altri sindacati dopo la proclamazione dello sciopero da parte del più grande sindacato di categoria, è, a mio avviso, a dir poco grottesco.
 
Tutti gli altri sindacati hanno deciso di non aderire. E fin qui nulla di strano, siamo appunto abituati alle divisioni sindacali, non solo in sanità. Quello che più sconcerta sono le motivazioni della mancata adesione. In sostanza non aderiscono perché quello sciopero l’ha indetto la Fimmg.
 
E’ vero, a leggere attentamente le varie dichiarazioni di Cisl, Cgil, Smi e Snami le motivazioni del no sono molteplici e neanche in linea tra loro (a riprova che anche lo stesso fronte del no allo sciopero è diviso al suo interno), ma nella sostanza quello che resta è che, alla prima occasione di far sentire la propria voce, la classe medica (in questo caso quella convenzionata) si spacca, indebolendo le potenzialità della protesta.
 
Una protesta che avrebbe cento e una ragioni per essere portata avanti, anche a suon di scioperi e che anzi dovrebbe vedere il fronte medico, compreso quello della dipendenza, unito e serrato nei suoi ranghi, come non mai. Perché se è vero che le convenzioni sono in stallo, i contratti del Ssn non hanno neanche iniziato a muovere i primi passi nonostante la legge consenta l’avvio delle trattative per la parte normativa (dal 2014) e per la parte economica accessoria dei contratti della PA (dal 2015).
 
Nei giorni scorsi l’Istat ha pubblicato i dati sull’andamento delle retribuzioni nel Pubblico Impiego e nel settore privato. Vedere quello “0” sotto la colonna degli incrementi per tutta la PA, sanità compresa, a fronte di incrementi anche del 3,5% (telecomunicazioni) o comunque attorno al 3% (vari settori del manifatturiero e dell’energia), dovrebbe far ribollire il sangue a chi da anni ha il suo stipendio inchiodato al palo e in un settore nevralgico per la vita dei cittadini come quello dell’assistenza sanitaria.
 
E invece nulla. Nessun commento o dichiarazione (tranne un accenno nella nota di ieri della Fials).
 
La scuola ieri si è mobilitata, a torto o a ragione poco importa in questa sede, contro la riforma Renzi/Giannini e ha costretto premier e ministro a riaprire il confronto.
 
La sanità non sta meglio della scuola, anzi. Lì si parla di assumere 100mila precari e ci sono alcuni miliardi di investimento sul piatto e ciò nonostante si protesta e si fa sentire la propria voce perché si ritiene, ripeto… a torto o a ragione poco importa, di avere diritto a di più o comunque a qualcosa di diverso.
 
Nella sanità, se la tragicomica intesa Stato Regioni dovesse andare in porto, si toglieranno 2,6 miliardi l’anno al fondo sanitario, mentre perdura il blocco del turn over e di assunzione di precari si parla sì, ma col contagocce. Il governo clinico è restato una chimera e una legge che tuteli anche il medico e non solo il paziente in caso di errore, idem. I pronto soccorso restano una polveriera sempre pronta a esplodere ma, mentre si tagliano i posti letto nei reparti, non si dà il via alla rete territoriale di filtro che dovrebbe contenere e gestire l’afflusso dell’emergenza e così “la barella” resta l’unica risposta a chi, dal pronto soccorso, aspetta il debito ricovero. E l’elenco potrebbe continuare.
 
Insomma di motivi per protestare e scendere anche in piazza i medici italiani (ma anche gli infermieri e tutti gli altri operatori della sanità) ne avrebbero a iosa. E invece nulla. L’ultima grande manifestazione della sanità italiana risale all’ottobre del 2012. Da allora il silenzio di sindacati e professioni. Un silenzio quasi triste, sconsolato, rassegnato.
 
E’ ora di romperlo, questo silenzio, con l’orgoglio del proprio camice bianco (o rosa, turchese o verde, poco importa). Ve lo chiede un cittadino che di voi ha bisogno e che in voi crede, come attori determinanti del nostro sistema sanitario pubblico e universale.
 
Cesare Fassari

06 maggio 2015
© Riproduzione riservata


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