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Medici e orario di lavoro. Il falso “mito” del medico “instancabile”. Se lavoriamo troppo siamo un pericolo per noi e per gli altri

Lo dimostrano decine di studi e ricerche internazionali che evidenziano come l’orario di lavoro prolungato e la deprivazione del sonno portino a malattie professionali e all’aumento del rischio clinico. Ma in Italia il progressivo sottofinanziamento del SSN e la deriva “economicistica” delle Aziende Sanitarie hanno progressivamente contribuito ad una “deregulation” dell’orario di lavoro. Ora finalmente sanzionata dalla UE

13 NOV - Con il decreto legislativo n. 66 dell’8 Aprile 2003 vengono ridefiniti gli aspetti dell’organizzazione del lavoro sulla base delle Direttive 93/104/CE e 2000/34/CE. Per i Dirigenti del SSN l’orario di lavoro consta di 38 ore suddivise in 34 ore da svolgere per attività assistenziali e gestionali e 4 ore utilizzabili per l’aggiornamento obbligatorio o facoltativo. La durata media dell'orario di lavoro (articolo 4) non può in ogni caso superare, per ogni periodo di sette giorni, le quarantotto ore, comprese le ore di lavoro straordinario. Il lavoro straordinario (articolo 5) è ammesso solo previo accordo tra il datore di lavoro ed il lavoratore per un periodo che non superi le 250 ore annuali. E’ inoltre possibile solamente per garantire la continuità assistenziale e per prestazioni con carattere eccezionale, rispondenti ad effettive esigenze di servizio. Da ciò deriva quindi come lo straordinario non possa essere utilizzato come fattore ordinario di programmazione del lavoro. Fermo restando la durata normale dell'orario settimanale (articolo 7) il lavoratore ha diritto a undici ore di riposo consecutivo ogni ventiquattro ore (riposo giornaliero) e a un periodo di riposo (articolo 9) ogni 7 giorni di almeno 24 ore (riposo settimanale).

 
Organizzazione del lavoro: la real life italiana. A fronte di questa salvaguardia legislativa dei diritti dei lavoratori, il progressivo sottofinanziamento del SSN e la deriva “economicistica” delle Aziende Sanitarie hanno progressivamente contribuito ad una “deregulation” dell’orario di lavoro. L’aumento dei carichi di lavoro, dovuto anche al blocco del turn over, con una maggiore utilizzazione e sfruttamento della forza lavoro professionale rimasta in servizio, a costi decrescenti, ha permesso un aumento del numero delle prestazioni pro capite a scapito di un evidente peggioramento delle condizioni lavorative e di un incremento rischio clinico e del disagio, umano e professionale dei singoli operatori.
 
La Finanziaria del Governo Prodi (2007) e la Legge 133/2008 del Governo Berlusconi hanno di fatto legalizzato questo stato di cose attraverso l’abrogazione per i soli Dirigenti del SSN del limite massimo di lavoro giornaliero e settimanale e della normativa sui riposi giornalieri. In un sistema di organizzazione industriale inteso come un insieme non solo di uomini ma anche di macchine e attrezzature finalizzato alla produzione e al profitto questa politica gestionale potrebbe avere degli indubbi vantaggi obiettivi, ma se si considera che in ambito sanitario la forza lavoro è fatta solo di persone e il prodotto “finito” è il paziente questa gestione lavorativa può presentare solo evidenti criticità.
 
Se pur il lavoro del medico nell’immaginario collettivo più che un lavoro è sempre stato considerato una missione non possiamo non considerare che essere medico oggi è sicuramente più difficile di quanto non lo fosse 30 anni fa. Il progresso scientifico, se da un lato ha nettamente migliorato le curve di sopravvivenza elevando gli standard di cura dall’altro, ha però imposto al professionista sanitario una “illimitata” preparazione scientifica e al paziente e ai suoi familiari delle “illimitate” aspettative di vita. Tutto ciò si traduce frequentemente in un sovraccarico di ansia e stress con evidente peggioramento delle condizioni lavorative e della qualità di vita del medico stesso.
 
Orario di lavoro prolungato, deprivazione del sonno, malattie professionali e rischio clinico: i dati della letteratura scientifica. Ma la mancata fruizione del periodo di riposo può essere solo una scelta individuale del medico anche se non imposta? Le direttive europee e la stessa giurisprudenza ci dicono di no. Il protrarsi dell’attività lavorativa, in condizioni routinarie (quindi non durante condizioni eccezionali ed imprevedibili di emergenza/urgenza), oltre l’orario di lavoro previsto dal CCNL e dalle normative vigenti, viene considerato, in caso di evento avverso, “condotta imprudente”e costituisce in un giudizio un’aggravante, ritenendosi come volontaria l’accettazione del turno irregolare ed i rischi connessi. Il diritto al riposo e a tempi di lavoro regolamentati rappresentano tutele inalienabili nella legislazione europea.
 
La letteratura scientifica più qualificata con le sue review, i suoi studi osservazionali e retrospettivi rincara la “dose” dimostrandoci come la salute del medico non sia inattaccabile e più in generale come deprivazione del sonno e prolungati e stressanti turni lavorativi siano frequentemente associati all’insorgenza di patologie in vari ambiti.
Un numero eccessivo di ore lavorative specie nel periodo notturno è un fattore contribuente per autolesioni percutanee da puntura o da bisturi nel 31% dei casi (Jama 2006, Lung 2007), determina inoltre una performance cognitiva paragonabile a quella di un soggetto con un tasso alcolemico di 0.4%-0.5% (JAMA 2005).
 
Quanti pazienti accetterebbero di essere operati da un medico “ubriaco”? Prolungati orari di lavoro sono associati ad un rischio doppio di patologie cerebrovascolari (International Journal of Stroke 2013), ad un rischio aumentato del 30% di malattie metaboliche come il diabete (The Lancet Diabetes and Endocrinology, 2014) e maggiore frequenza di patologie cardiovascolari come ipertensione arteriosa, sindrome coronarica, IMA (BMJ 2012) così come ad un rischio doppio di parti prematuri (Pregnancy and Childbirth 2014). Tutto ciò trova una sua conferma laboratoristica dal riscontro di elevati livelli di marker pro-infiammatori come IL-6 e la PCR e di fattori vasocostrittori rispetto a fattori vasodilatanti (Jama 2006).
 
Esistono inoltre in letteratura dati che rilevano un incremento di neoplasie (in particolare carcinoma mammario ed ovarico) in lavoratrici che svolgono frequenti turni di lavoro notturno. Se a questo si aggiunge l’aumento del rischio clinico (errori di somministrazioni e prescrizioni) correlato alla fatica, l’aumento di complicazioni dopo procedure chirurgiche effettuate in condizioni di deprivazione del sonno (Jama 2009), l’aumento di mortalità dei pazienti con IMA trattati da medici operanti oltre l’orario standard (BMJ 2014) ed il rischio doppio di incidenti stradali (NEJM 2005) di chi subisce un lungo e duro orario lavorativo risulta evidente come gli effetti di questa deregulation non ricadano solo su chi la subisce ma coinvolgano soprattutto gli utenti delle strutture sanitarie poco attente agli aspetti ergonomici dell’organizzazione.
 
In una review, pubblicata sull’autorevole New England Journal of Medicine nel 2002, David Gaba e Stevan Howard affermano: “La deprivazione di sonno dovuta a turni lavorativi prolungati è il tallone di Achille della professione medica. Il livello di presenza e di attività lavorativa del personale sanitario è di gran lunga superiore a quello che viene osservato sia nel settore dei trasporti sia nelle centrali nucleari. Il problema coinvolge sia i medici che gli infermieri. I medici che lavorino in condizioni di deprivazione di sonno croniche sono la chiara espressione di un sistema sanitario che ha evidenti problemi organizzativi. Il sistema così organizzato non può assicurare ai pazienti né uno standard di sicurezza adeguato né una elevata qualità delle cure”.
 
Ed è curioso come un’editoriale pubblicato suLung (Scot A. et al.: The Impact of Housestaff Fatigue on Occupational and Patient Safety; 2007) oltre a riportare tutti gli effetti nefasti di un prolungato orario di lavoro sulla salute, abbia poi sottolineato come essendo la cultura di ore eccessive e di sforzo sovrumano ben consolidata tra tutti i medici è improbabile che possa cambiare autonomamente. Il paziente ha solo molto da perdere da un errore medico così come il medico stesso ed è pertanto la comunità che deve attuare e pretendere il cambiamento ideando nuove strategie per evitare i rischi sanitari associati ad uno stato di fatica cronica.
 
Deregulation dell’orario lavorativo: la posizione Europea. Gli interventi regressivi dei vari Governi italiani che hanno legalizzato questa nefasta organizzazione lavorativa, su sollecitazione delle Regioni, non hanno di fatto rispettato la Direttiva europea in merito alla salvaguardia delle tutele lavorative. I medici attivi nel SSN sono dirigenti in quanto godono di autonomia professionale nei processi diagnostico/terapeutici, senza necessariamente godere delle prerogative o dell’autonomia dirigenziale durante il loro orario di lavoro. I medici non possono rifiutarsi di entrare in sala operatoria, in sala parto o di effettuare un turno di guardia. In ogni caso la Direttiva non consente agli Stati membri di escludere i Dirigenti o le altre persone aventi potere di decisione autonomo dal godimento di tali diritti e una specifica clausola di “non regresso” stabilisce che l’attuazione della Direttiva stessa non può costituire una giustificazione per il regresso del livello generale di protezione dei lavoratori.
 
L’Italia per la mancata ottemperanza alla Direttiva è stata deferita alla Corte di Giustizia Europea. Ma questa è una storia che già conosciamo, e per l’ennesima volta è l’Europa che interviene per garantire i diritti dei cittadini italiani.
 
Paola Gnerre 
Direttivo Anaao Giovani
 
Domenico Montemurro 
Responsabile Nazionale Anaao Giovani
 
Sergio Costantino 
Anaao Assomed Fondazione Ca’ Granda Policlinico di Milano IRCCS
 
Carlo Palermo 
Vice Segretario Nazionale Vicario Anaao Assomed
 

13 novembre 2015
© Riproduzione riservata


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