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Lo strano caso degli “Amici di Maria”. Ma è lecito scherzare sui pazienti? Ecco i verbali dell’Asl di Vicenza dopo lo scandalo della presunta gara delle cannule

Ha suscitato molto scalpore la vicenda della cosiddetta “Gara tra medici e infermieri a chi inserisce l’ago più grosso ai pazienti” che sarebbe avvenuta in un ospedale vicentino. Dalla lettura dei verbali della Asl si è poi scoperto che in realtà quella gara non c’era mai stata. Ma il caso si presta a molte considerazioni

01 MAG - La problematica della casistica sul “dolo professionale” su cui ero recentemente intervenuto si arricchisce – apparentemente come vedremo – di un nuovo grave caso reso noto dalla stampa di questi giorni.
 
Sui giornali a edizione cartacea (Corriere Veneto e Giornale di Vicenza) ripresi poi da numerosi giornali versione on line, compreso Quotidiano Sanità che ha seguito la vicenda lo scorso 28 aprile e poi il 29 aprile,  sono state riportate notizie inquietanti legate a una supposta gara tra chi inseriva aghi di maggiore calibro ai pazienti del pronto soccorso di Vicenza svoltasi tra medici e infermieri.
 
Il Giornale di Vicenza il 28 aprile titola a piena pagina: “Vicenza, scherzi sulla pelle dei malati” con relativo sottotitolo “Alcuni medici e infermieri del pronto soccorso organizzavano gare su chi inseriva aghi più grossi”. All’interno si legge “Follia al pronto soccorso: ‘una gara per infilare le cannule più dolorose”. Lo stesso Giornale di Vicenza, nell’edizione del primo maggio, riferendosi a medici e infermieri li definisce “compagni di merende” evocando, addirittura quindi, la sanguinosa vicenda del mostro di Firenze che ha causato molti morti e mutilazioni di cadaveri.

Stesso tenore sul Corriere Veneto (dorso regionale del Corriere della Sera) senza il riferimento ai delitti di Pacciani.
 
A quanto si legge, durante una cena si sarebbe decisa la gara tra medici e infermieri per dimostrare la maggiore abilità dei secondi rispetto ai primi nell’inserimento delle cannule venose. Il tutto amplificato dalla chat di un “gruppo”  WhatsApp, denominata “Gli amici di Maria” (da uno dei nomi di battesimo del primario) in cui pressoché tutto il personale del pronto soccorso faceva parte (a eccezione del primario).
 
Leggendo a fondo gli articoli si legge inoltre che il fatto non è stato provato e si è concluso con l’archiviazione del procedimento disciplinare per quasi tutti i partecipanti e con la comminazione della sanzione disciplinare del rimprovero scritto per un infermiere e un medico del pronto soccorso.
 
Il fatto di per sé incuriosisce: a piena pagina si parla di un fatto di una gravità inaudita che arricchirebbe a pieno titolo l’infelice casistica legata al “dolo professionale” aggravata dai “futili motivi” che la sorreggerebbero e poi l’azienda del Servizio sanitario nazionale “assolve” quasi tutti e quando irroga una sanzione si limita alla minore tra le sanzioni disciplinari previste.
 
Dato che in questo periodo, anche per la preparazione di un’iniziativa proprio sulla “malpractice volontaria” che ho contribuito a mettere in campo, ho sentito la necessità di approfondire la questione della contraddizione tra il fatto – decisamente grave – e l’estrema tenuità della sanzione irrogata.
 
Dalla lettura degli atti aziendali che ho avuto modo di leggere risulta una ricostruzione dei fatti contestati ben curiosa. Il primario ha spedito all’ufficio competente per le sanzioni disciplinari il verbale di una riunione svoltasi nel gennaio 2016 dove a fronte della contestazione operata dalla stesso – i procedimenti disciplinari avrebbero in realtà un altro iter – risulterebbero “rei confessi” alcuni professionisti del pronto soccorso e l’effettuazione della gara (definita nel verbale “marchingegno”). Segue, sempre nel mese di gennaio, una contestazione di addebito ai dipendenti e dirigenti coinvolti e l’inizio di un formale procedimento disciplinare.
 
A questo punto vi è da domandarsi cosa di vi sia stato di ostacolo al naturale epilogo del procedimento disciplinare da concludersi con il licenziamento e la trasmissione degli atti alla procura della Repubblica per l’appresa notizia criminis.
 
Ho avuto modo di leggere anche la motivazione delle sanzione disciplinari irrogate (e che potete leggere in allegato) e delle “assoluzioni” (sei su otto) ed emerge una verità diversa. Le persone non solo non hanno ammesso l’esistenza della gara ma hanno ribadito la totale inesistenza della stessa e hanno parlato del carattere goliardico del contenuto della chat. Il tutto testimoniato dalla registrazione audio della riunione stessa il cui contenuto è stato “verificato” dall’ascolto della registrazione audio da parte dello stesso ufficio competente per le sanzioni disciplinari.
 
In sintesi è cominciato un procedimento disciplinare, dietro la segnalazione del direttore del pronto soccorso, che riportava in modo alterato i contenuti della riunione. In altre parole è cominciato un procedimento disciplinare sulla base di un verbale che non rappresentava la reale ricostruzione dei fatti. Il tutto scritto in modo inequivocabile sulla stessa motivazione dei procedimenti disciplinari.
 
Per il resto l’azienda si limita a dire che non essendoci “strumenti per verificare l’eventuale realizzazione della gara” attraverso la documentazione sanitaria e, vista l’assenza di danni e di segnalazione di qualche tipo degli utenti, chiude per quasi tutti la vicenda disciplinare a eccezione di due persone che vengono sanzionate con i “rimproveri” scritti per “utilizzo improprio del cellulare personale” in servizio. La vicenda, quindi, si è conclusa nel nulla e le sanzioni irrogate sono motivate con motivazioni risibili legate all’utilizzo del telefono cellulare in servizio (cosa che, se estesa, porterebbe a sanzionare l’intero mondo del lavoro dipendente italiano e, forse, mondiale).
Per coloro che non erano in servizio l’azienda, correttamente vista la natura privata della conversazione avvenuta in chat, constata l’impossibilità a procedersi disciplinarmente per il solo fatto di averci partecipato.
 
Le considerazioni da operarsi sono di varia natura. In primo luogo è lecito domandarsi come sia stato possibile iniziare un procedimento disciplinare sulla base di un verbale firmato da un alto dirigente aziendale di cui si è accertato aziendalmente – ad opera dello stesso ufficio competente per le sanzioni disciplinari - la non veridicità. Quali sono i motivi per i quali è stata occultata la verità della riunione svoltasi e quali provvedimenti sono stati presi nei confronti del dirigente autore della contraffazione della verità (ricordiamo che la normativa vigente prevede la sospensione fino a 15 giorni per chi, durante un procedimento disciplinare, rende dichiarazioni “false o reticenti”)? Sono considerazioni utili vista l’imminenza della annunciata riforma dei procedimenti disciplinari in attuazione della legge “Madia”.
 
Altro ordine di considerazioni, invece, merita l’utilizzo dei mezzi di comunicazione e dei social network. Il problema diventa prorompente e necessita di una adeguata riflessione. Non vi sono dubbi sul fatto che i plurimi mezzi di comunicazione social siano di diversa natura e non possono essere accomunati. Un conto è la comunicazione assimilabile al rango di una conversazione privata – tale è il caso proprio dei una chat di Whatsapp o di un gruppo Facebook con rigide impostazioni legate alla privacy che non consentono una diffusione pubblica dei post – altro è la diffusione di contenuti in social media che per loro natura ne permettono la diffusione.
 
Nel mezzo si registra la difficile gestione delle comunicazioni social che spesso appaiono senza freni inibitori, lontane dai registri della comunicazione non virtuale e digitale. E’ comune esperienza del tono talvolta goliardico e non contenuto dei social network, ma questo non può essere una scusante bensì un dato di fatto che costringe alla riflessione e all’utilizzo più maturo e consapevole di questi nuovi – ormai relativamente – mezzi di comunicazione.
 
Andrebbero fissate delle regole da “codice di comportamento”  e deontologiche – nel senso alto del termine - che si estenda anche alle esternazioni extralavorative contemperando però – ci mancherebbe altro! – il diritto costituzionale della libera manifestazione del pensiero. Anche autocontrollo e limitazione della compulsazione da digitazione senza raziocinio servirebbero in contesti del genere.
 
Diverso il caso delle conversazioni private, come nel caso in esame,  in cui la mera trascrizione dei post della chat che risulta, ripetiamo, essere privata e diventata pubblica solo perché qualcuno ha deciso di renderla tale, non può assurgere a provvedimento disciplinare o penale laddove sia del tutto priva di contenuti e intenzionalità come è apparso a chi – ufficio competente per le sanzioni disciplinare aziendale – si è occupato del caso.
 
Limiti sottostanno, è utile ricordarlo, anche alle comunicazioni private, nel momento in cui venissero postate immagini e dati di pazienti su device privati e senza autorizzazioni al trattamento degli stessi dati da parte degli stessi pazienti si verserebbe nella previsione penalistica del trattamento illecito dei dati personali ex art. 167 D. Lgs 196/2003. In pratica immagini di pazienti riconoscibili postate sul gruppo e conservate sugli smartphone privati dei professionisti sanitari.
 
Quello che è inconcepibile per l’opinione pubblica è soprattutto l’idea che coloro che ti stanno curando possano giudicare, scherzare e schernire proprio la persona oggetto delle sue attenzioni: medici e infermieri utilizzano, talvolta, espressioni inadatte e mettono in atto comportamenti da cui dovrebbero astenersi.
 
Anche questo però è parte del mondo sanitario. In un recente volume scritto da un famoso neurochirurgo inglese, Henry Marsh (“Primo non nuocere: storie di vita, morte e neurochirurgia”, Ponte alle Grazie, 2016) rappresenta l’ordinario briefing mattutino: “Ogni mattina alle otto in punto nella stanza buia e senza finestre dove si visionano le radiografie, sbraitiamo e concioniamo e ridiamo mentre osserviamo le TAC cerebrali dei nostri poveri pazienti e facciamo dell’humour nero a loro spese”.
 
Che questo sia inaccettabile è evidente, ma ci si può domandare se sia realmente parte della consuetudine ospedaliera e che, forse, può avere anche la finalità di stemperare la tensione, in chi vive e tratta la sofferenza altrui per lavoro. Inaccettabile ma probabilmente accade più di quanto si possa pensare come la testimonianza letteraria di Marsh ci conferma.
Un conto però è il giudizio morale su tali pensieri, altro sono i comportamenti giuridicamente e disciplinarmente rilevanti.
La vicenda degli “Amici di Maria” – diventato il gruppo WhattsApp più famoso d’Italia – ci costringe, come abbiamo visto, alla più ampia riflessione di cui dovrebbero fare tesoro anche i giornalisti per i toni utilizzati e la strumentalizzazione della vicenda.
 
Luca Benci
Giurista

01 maggio 2016
© Riproduzione riservata


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