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Le prime “tre” priorità per la sanità 2020. Forum con i sindacati della medicina convenzionata. Rispondono Fimmg, Fimp e Sumai-Assoprof (terza parte)

Aspettative, timori e richieste per il 2020 della sanità concentrate nelle prime tre priorità che si dovrebbero affrontare per dare una svolta al sistema sanitario italiano. In questa terza puntata rispondono Silvestro Scotti, segretario nazionale della Fimmg, Paolo Biasci, Presidente della Fimp e Antonio Magi, Segretario generale del Sumai-Assoprof.

19 GEN - Con l'arrivo del nuovo anno Quotidiano Sanità ha voluto promuovere un forum con diverse associazioni sindacali del settore per mettere a fuoco preoccupazioni e aspettative. Dopo la prima e la seconda puntata con i sindacati della Dirigenza medica, in questa terza puntata rispondono quelli della medicina convenzionata Silvestro Scotti, segretario nazionale della Fimmg, Paolo Biasci, Presidente della Fimp e Antonio Magi, Segretario generale del Sumai-Assoprof.
 
Nel 2020 sono molteplici le sfide che attendono la sanità italiana. Quali sono le vostre 3 priorità?
 
Silvestro Scotti, Segretario nazionale Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (Fimmg)
Il 2019 si è chiuso con alcune importanti novità per il nostro SSN: da una parte la firma del Patto per la Salute 2019-2021 tra Regioni e Governo con cui si sancisce un incremento delle risorse destinate alla sanità nel prossimo triennio oltre che prevedere provvedimenti specifici per il personale, lo sblocco di ulteriori risorse per gli investimenti in edilizia sanitaria e ammodernamento tecnologico, la revisione dei meccanismi dei piani di rientro e la prospettica evoluzione di ruolo dei vari soggetti professionali operanti sul territorio; dall’altra la Legge di Bilancio che per quanto riguarda nello specifico i medici di medicina generale prevede lo stanziamento di oltre 235 milioni di euro per la dotazione di strumentazione di diagnostica di primo livello nei propri studi.
Ma la vera sfida inizia adesso. È prioritario dare operatività a queste scelte, ovvero procedere rapidamente con l’adozione dei provvedimenti attuativi. Insomma “dai documenti ai fatti”.

Contiamo su una rapida emanazione del decreto attuativo e del suo necessario raccordo con ACN e AIR per rendere fruibili ai cittadini gli effetti di questa rivoluzione assistenziale. Essenziale pertanto concludere i percorsi di un ACN, e dei conseguenti AIR, che diano innanzitutto respiro al necessario recupero economico di una categoria ancora ferma redditualmente al 2010, ma contengano anche elementi di coinvolgimento professionale e obiettivi per una nuova medicina generale, più capace di presa in carico delle varie sfide assistenziale e di evoluzione delle offerte di cura del SSN e non solo; più capace, inoltre, di normare i modelli di coordinamento con gli altri soggetti professionali, a loro volta orientati da contrattualità specifiche, ma che contengano norme omogenee su tale tema, come oltretutto previsto per legge per esempio con i farmacisti (lettera a) del comma 1, art. 2, d.lgs. 153/2009).

La seconda azione che ci vedrà impegnati, chiaramente collegata alla prima, sarà quella di rendere più velocemente fruibili gli strumenti di finanziamento e in particolare il fondo ex art. 20 per l’edilizia sanitaria e l’ammodernamento tecnologico quando questi saranno utilizzati per il territorio e per i professionisti, medici di medicina generale che vi operano. Ci troviamo di fronte a strumenti concepiti in origine prevalentemente per la parte d’investimento strutturale e poi evoluti sulla dotazione tecnologica, quest’ultima, nel caso del territorio e dell’interesse nostro e dei nostri assistiti, rimane la parte realmente interessante in termini di utilizzo.

È necessario, però, un provvedimento di legge che individui un fondo specifico territoriale con nuove modalità di utilizzo, non tanto per la fase di metodologia relativa a programmazione, progettazione e autorizzazione, quanto nel metodo di affidamento dei fondi che dovrebbero evolvere da fondi in conto capitale a fondi in conto corrente, se non in toto almeno in parte. Provvedimento necessario sia per il paradosso che quando si investe in tecnologia la patrimonializzazione della proprietà dello strumento perde dopo l’acquisto buona parte del proprio valore, ergo il mantenerlo in un regime in conto capitale di fatto non rende valori patrimoniali utili ai bilanci delle aziende, ma soprattutto non permette il finanziamento diretto proiettato sull’investimento del singolo medico di medicina generale che, nel suo ruolo di piccola impresa, velocizzerebbe le fasi di acquisto e fruibilità e sicuramente ne ridurrebbe i costi potendosi pensare, in considerazione del ruolo libero professionale seppur convenzionato, anche ad una partecipazione economica diretta del medico che quindi di fatto percentualmente aumenterebbe il fondo.

La terza priorità non potrà che riguardare il finanziamento per il personale convenzionato. Sarà necessario pensare ad un specifico impegno nella prossima legge di bilancio, che individui meccanismi diretti e indiretti di finanziamento più corrispondenti al mutato impegno legato ad un maggiore carico di lavoro necessario per rispondere alle dinamiche demografiche che, come noto, vedono e vedranno sempre di più un aumento degli anziani, dei super-anziani e conseguentemente dei malati cronici e non autosufficienti, e al conseguente impegno economico di cui il territorio e i medici di famiglia si dovranno caricare, per esempio per il proprio personale in un’ottica di microteam.

Infine avremmo una quarta priorità, che in termini comunicativi diventerà la prima nel corso del 2020, a rappresentare il ruolo di stakeholder politico-istituzionale che Fimmg si sta sempre di più ritagliando, non in maniera autoreferenziale ma per i numeri dei rappresentati, per i numeri e la qualità delle proposte di soluzione sempre portate sui tavoli, ovvero entrare da protagonisti, con il nostro progetto FimmGreen, nella dinamica di coinvolgimento alle tematiche di tutela dell’ambiente dei nostri medici, dei nostri assistiti, dei cittadini e quindi del Paese, ma questa è un’altra storia e la racconteremo presto di nuovo nelle piazze, di nuovo “strada facendo”.

 
Paolo Biasci, Presidente Nazionale Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP)
Il Ministro della Salute Roberto Speranza ha dimostrato particolare attenzione al rilancio del servizio sanitario nazionale equo e solidale ed alla riqualificazione e valorizzazione delle cure primarie. E’ quanto si evince anche dalla recente Legge di bilancio, nonché da sue numerose dichiarazioni che ci fanno guardare verso un futuro migliore. La Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP) ha apprezzato molte delle scelte operate finora dal Ministro: per il 2020 ci aspettiamo un passo avanti ulteriore per migliorare l’assistenza sanitaria territoriale ai bambini e adolescenti residenti nel Paese. La trattativa in corso per il rinnovo dell’Accordo Collettivo Nazionale, che speriamo possa chiudersi positivamente a breve termine, deve rappresentare una opportunità per realizzare certe aspettative della categoria. Siamo, infatti, convinti che soprattutto attraverso un potenziamento delle cure primarie si possa garantire una reale universalità del nostro sistema sanitario. Le tre priorità sulle quali bisogna concentrarsi per il prossimo anno sono investimenti, strumentistica diagnostica e vaccinazioni.

Per rendere più efficace il sistema delle cure primarie sono necessari quanto prima investimenti mirati ulteriori rispetto a quelli già previsti. Condividiamo questo intento con i rappresentati della medicina generale del territorio. Gli studi dei pediatri di famiglia devono diventare sempre più dei presidi sanitari territoriali qualificati, dove favorire la promozione di corretti stili di vita, l’educazione sanitaria, la prevenzione e la gestione delle malattie infantili. Ciò può avvenire solo destinando maggiori risorse economiche per la formazione dei pediatri delle cure primarie e per la riqualificazione dei loro studi professionali.

La seconda priorità è rendere effettivo quanto previsto dalla Legge di bilancio per il finanziamento di apparecchiature diagnostiche a risposta rapida. Sono strumenti imprescindibili e che non devono più mancare negli studi dei pediatri di famiglia di tutta la Penisola. In questo modo potremo garantire un intervento appropriato e una diagnosi precoce per le malattie acute, assicurando che il percorso di diagnosi e terapia di queste ultime inizi e si concluda sul territorio, nello studio del pediatra di famiglia. Ciò comporterebbe la riduzione degli accessi impropri alle cure di secondo livello e ai Pronto Soccorso, favorendo concretamente l’utilizzo appropriato dei farmaci e la “vocazione ultraspecialistica” degli ospedali pediatrici italiani. L’utilizzo di questi dispositivi consentirebbe un adeguato follow up nella cura delle malattie croniche che non devono essere considerate un problema di salute solo delle terza età in quanto interessano ben il 10% di bambini e adolescenti.

Infine, il 2020 deve essere l’anno in cui finalmente si darà il via in tutta Italia all’esecuzione diretta delle vaccinazioni negli studi dei pediatri di famiglia. Come abbiamo più volte sottolineato, questa pratica attualmente avviene solo in Toscana che, non a caso, è l’unica Regione che ha raggiunto il tasso di copertura per il morbillo a 24 mesi prevista dal Piano Nazionale Vaccini. Bisogna sfruttare il rapporto fiduciario tra il pediatria di libera scelta e le famiglie italiane per contrastare la ingiustificata diffidenza verso questi fondamentali presidi sanitari salvavita. Aumentare i tassi di copertura, per tutte le vaccinazioni, è un obiettivo raggiungibile solamente grazie al coinvolgimento attivo degli oltre 7mila pediatri di famiglia presenti su tutto il territorio nazionale.

 
Antonio Magi, Segretario generale Sindacato Unico Medicina Ambulatoriale Italiana e Altre professioni (SUMAI Assoprof)
Una reale considerazione per il territorio, in particolar modo per la specialistica ambulatoriale interna; superare il criterio dell’incompatibilità tra pubblico e privato accreditato che rende il Ssn non attrattivo specie per i più giovani e attenzione al fenomeno delle aggressioni agli operatori sanitari. Tutti, nessuno escluso. In estrema sintesi sono queste le tre priorità del SUMAI Assoprof, il sindacato degli specialisti ambulatoriali interni.
 
La priorità del SUMAI è il riconoscimento del ruolo della Specialistica ambulatoriale interna da sempre considerata marginale in ambito territoriale. Questo è un errore che da troppi anni la politica sta compiendo. Marginalizzare la specialistica ha prodotto danni e disservizi al Ssn e quindi ai cittadini/pazienti il più evidente dei quali è l’esplosione delle liste d’attesa. Fenomeno che può essere governato solo con il reale coinvolgimento degli specialisti ambulatoriali interni. Qualunque altra soluzione che prescinde da questa figura professionale, seppur fantasiosa, è destinata a fallire. E la testimonianza di ciò è l’allungamento, non più fisiologico ma patologico, dei tempi d’attesa.
 
Il riconoscimento del ruolo della specialistica ambulatoriale interna come snodo fondamentale per il territorio significa, e qui vengo alle nostre richieste già avanzate al ministro della Salute, Roberto Speranza, anche in occasione del nostro ultimo Consiglio Nazionale, significa ammettere la necessità di aumentare a domanda le ore degli specialisti ambulatoriali che ne fanno richiesta, anche per attività mirate alla prossimità dell’assistenza specialistica, fino ad un massimo di 38 ore come previsto dall'Acn vigente. Ora la media è di 23 ore lavorate. È evidente che aumentando a chi è già in servizio le ore, a maggior ragione vista la sbandierata carenza di specialisti nel SSN, aumentano le prestazioni offerte e quindi diminuiscono le liste d’attesa.
 
Perché è importante superare le incompatibilità tra pubblico e privato accreditato? Perché questo principio non permette agli specialisti (che lavorano part time nelle strutture private accreditate, oggi inserite a pieno titolo come appartenenti alla sanità pubblica), di operare anche all’interno del Ssn a diretta gestione e viceversa. Il Sistema sanitario non è dunque attraente agli occhi di un giovane specialista ambulatoriale il quale, con un incarico iniziale di poche ore settimanali nel pubblico, non può lavorare anche nel privato accreditato per il tempo rimanente nonostante la sua retribuzione mensile lorda, nel pubblico, con poche ore di titolarità, sia bassa. In sostanza l’incompatibilità non permette ai giovani di vivere dignitosamente e di programmarsi un futuro considerato che all’estero gli offrono somme decisamente ben più consistenti. Nello specifico su questo punto il ministro ci ha fatto un’importante apertura annunciando un tavolo tecnico per valutare le proposte in materia di incompatibilità. Aspettiamo ora di capire, oltre alle buone intenzioni cosa si vuole fare per davvero.
 
Questo 2020 purtroppo si è aperto con notizie di cronaca decisamente preoccupanti per tutti noi operatori della sanità. Aggressioni, intimidazioni, violenze verbali nei confronti degli operatori sanitari hanno costellato i primi giorni dell’anno. Le risposte che da più parti si sono levate sono state per lo più di inasprimento delle pene contro chi aggredisce un medico, un infermiere, chiunque opera nella sanità per il bene della collettività. I tempi che viviamo forse reclamano iniziative di questo genere, però allo stesso tempo non credo che leggi più severe, anche se necessarie, riescano da sole a risolvere il problema. Perché se è vero che la società si è “imbarbarita” e che atteggiamenti che qualche anno fa erano ritenuti esecrabili oggi sono tollerati se non addirittura emulati, è altrettanto vero che le aggressioni sono figlie di un’offerta sanitaria sempre più povera che non dà risposte, figlie di un Ssn definanziato che costringe i professionisti a lavorare troppo, male e in condizioni spesso emergenziali.

Medici e pazienti sono dunque vittime di politiche scellerate che stanno smantellando il Sistema di sanità pubblica e gli operatori diventano la valvola di sfogo di frustrazioni e rabbia.

L’unica risposta a tutto ciò è una decisa inversione di rotta che dia il segnale che si è capito, che ora basta davvero, che chi lavora nella sanità va protetto e sostenuto perché tutela il bene più prezioso per un essere umano: la sua salute. Il resto sono risposte semplici ad un problema complesso e come tali destinate a non durare o peggio a fallire.

A cura di Luciano Fassari

19 gennaio 2020
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