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Lo dice anche la UE: il Ssn va rafforzato, a partire dal personale

di Carlo Palermo

Le indicazioni della Commissione UE per la fase post-crisi in Italia sono per un aumento consistente degli investimenti pubblici nell’assistenza sanitaria e nell’adozione di politiche volte alla valorizzazione del personale sanitario con l’obiettivo di rimuovere gli impedimenti alla formazione, all’assunzione e al mantenimento in servizio di questa preziosa risorsa che rischia di diventare sempre più scarsa nei prossimi anni nel panorama europeo

22 MAG - La Commissione Europea ha ieri pubblicato le raccomandazioni per le politiche di riforma dei Paesi membri a seguito degli eventi sociali ed economici collegati all’epidemia da Sars-CoV-2. In particolare, all’Italia viene chiesto di rafforzare la resilienza e la capacità di intervento del Servizio sanitario nazionale, migliorando innanzitutto il coordinamento tra Stato e Regioni.
 
La Commissione nota che nel nostro Paese la spesa sanitaria è inferiore alla media Ue e che la risposta alla pandemia si è basata essenzialmente su una mobilitazione straordinaria che ha compensato i limiti delle infrastrutture fisiche, del numero di operatori sanitari e degli investimenti degli anni passati.
 
Le indicazioni per la fase post-crisi sono per un aumento consistente degli investimenti pubblici nell’assistenza sanitaria e nell’adozione di politiche volte alla valorizzazione del personale sanitario con l’obiettivo di rimuovere gli impedimenti alla formazione, all’assunzione e al mantenimento in servizio di questa preziosa risorsa che rischia di diventare sempre più scarsa nei prossimi anni nel panorama europeo.

 
Una sintesi efficace delle analisi e delle prospettive che come Anaao andiamo sostenendo dalla precedente crisi finanziaria iniziata nel 2008 per lo scoppio della bolla Lehman Brothers.
 
Se queste sono le raccomandazioni dell’Ue, penso possa essere utile relativamente al personale illustrare alcune specifiche criticità che derivano anche dagli innumerevoli studi che abbiamo prodotto e pubblicato nell’ultimo decennio.
 
Per quanto riguarda medici e dirigenti sanitari, la carenza secondo i dati rilevabili nel Conto annuale dello Stato, seguendoli dal dispiegarsi della crisi del 2008 fino al 2018, ammonta a circa 9.000 unità, con un risparmio economico ottenuto dalle Regioni in questo arco di tempo valutabile in un miliardo all’anno. A questi sono da aggiungere da 3.000 a 4.000 nuove assunzioni di medici legate al potenziamento dei letti di area critica, di cui 3.500 aggiuntivi nelle UU.OO. di Rianimazione e 4.225 come riqualificazione tecnologica di letti dell’area medica, come indicato dal DL “Rilancio” in corso di conversione alla Camera.
 
Risulta inverosimile relativamente ai letti sub-intensivi che ad essi si possa provvedere “con le risorse umane programmate a legislazione vigente”. Si tratta di modulare verso l’alto una intensità di cura che non può essere ottenuta con la mitica riproposizione delle “isorisorse” dei bei tempi andati, alla base dei disastri organizzativi che l’epidemia ha evidenziato con crudezza.
 
Pertanto, è necessario prevedere in conversione una spesa per anestesisti-rianimatori, infettivologi, pneumologi, di emergenza/urgenza, internisti e biologi valutabile intorno ai 450 milioni di €, essendo assolutamente insufficiente quella indicata nel decreto legge. Ma non basta guardare solo alle criticità che viviamo.
 
Ai fini del fabbisogno di specialisti, è importante basarsi su una seria programmazione che guardi lontano se non vogliamo incorrere nei grossolani errori del decennio precedente. Ebbene, dal 2020 al 2025 usciranno per pensionamento ogni anno dal sistema sanitario pubblico 6.000 dirigenti tra medici, biologi, chimici, farmacisti, fisici e psicologi. I numeri indicati potrebbero risultare addirittura molto prudenziali perché al momento è difficile valutare la scelta di anticipi pensionistici, come previsto da norme come “Quota 100” o “Opzione donna”, che potrebbero rappresentare vie di fuga a causa delle conseguenze psicologiche del tremendo stress test subito dal personale durante la crisi ospedaliera da Covid-19.
 
Per far fronte a questi fabbisogni è necessario non tanto incrementare i posti nei Corsi di laurea in Medicina e Chirurgia, come propone il Ministro Manfredi per rispondere più alle esigenze autoreferenziali dell’Università che a quelle di sistema, ma puntare tutte le risorse disponibili, anche riducendo gli accessi a Medicina, per incrementare i posti nelle Scuole di Specializzazione post lauream.
 
Sia per il 2020 che per il 2021 è fondamentale incrementare i contratti di almeno 5.000/6.000 unità, rispetto alle disponibilità attuali. Solo in questo modo si riuscirà a eliminare il famigerato “imbuto formativo” in cui sono ingabbiati almeno 9.000 Colleghi neo laureati, che vivono la condizione con sofferenza per la mancanza di ogni prospettiva professionalizzante e la precarietà di un lavoro quotidiano sottopagato e svilente.
 
E’ arrivato anche il momento di cambiare paradigma nella formazione post lauream, passando ad una formazione sul campo e a contratti di formazione-lavoro collegati al Ccnl della Dirigenza medica e sanitaria, per trasferire a tutti gli specializzandi i vantaggi economici, previdenziali, assicurativi e anche di carriera, valorizzando, tramite una apposita norma legislativa e contrattuale, il servizio svolto nei Teaching Hospital allorquando avverrà l’assunzione a tempo indeterminato nel SSN, scelta che viene effettuata da circa il 65/70% dei neo specialisti.
 
Per assicurare l’attrattività per il lavoro nel SSN del capitale umano che opera in sanità, considerando la forte concorrenza che si sta sviluppando tra i Paesi della Comunità europea per il pensionamento nei prossimi anni di più di 200 mila medici, bisogna agire su due leve. Innanzitutto ridurre la precarietà, condizione inaccettabile per professionisti dotati di elevate competenze e sofisticate e complesse capacità tecniche, il cui mantenimento e sviluppo necessita di un investimento in formazione ed aggiornamento che mal si adatta a lavori che durano pochi mesi.
 
Poi, affrontare finalmente il differenziale di remunerazione con gli altri Paesi dell’Europa occidentale valutabile intorno a 30/40 mila € annui. L’apertura in tempi brevi della trattativa per il rinnovo del CCNL 2019/2021 potrebbe rappresentare un segno di attenzione per un mondo professionale che con generosità, spirito di servizio ed abnegazione ha dato un contributo fondamentale nel contrastare l’ epidemia da Covid-19, operando in condizioni così difficili da essere costretto ad un tasso di contagi elevatissimo e a un numero di morti insopportabile.
 
Le risorse economiche per ammodernare la rete ospedaliera, sviluppare la fase territoriale, assumere e tutelare il personale, migliorare la formazione, investire in ricerca, acquistare farmaci e vaccini, mancano.
 
C’è da sperare che l’adesione a prestiti a tassi vicini allo zero e con la sola, opportuna e condivisa, condizione che vengano utilizzati per spese dirette e indirette legate all’emergenza epidemica, come quelli previsti dal Mes, non siano oggetto di dispute ideologiche ma ispirate al bene della nostra Italia.
 
Carlo Palermo
Segretario nazionale Anaao Assomed

22 maggio 2020
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