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Omofobia e “Tabù”. Ancora troppi silenzi

10 GEN - Gentile direttore,
sono molto felice che in modo sollecito il Presidente del CAO abbia risposto con una netta presa di posizione contro la discriminazione del collega odontoiatra toscano. E' un primo passo notevole, in un Paese come il nostro in cui i professionisti negano terrorizzati il proprio orientamento sessuale, permettendo l'omofobia in ambito sanitario a danno proprio e soprattutto dei pazienti.
 
Sono invece deluso dal modo con il quale lo ha fatto.Ha scelto di giocare a “Tabù”, negando ogni preciso riferimento a persone e fatti, e dimenticando di usare parole come omofobia oppure orientamento sessuale, cancellando pertanto il senso della comunicazione.
 
Dobbiamo risalire ai giornali per sapere di cosa si parla: il testo del presidente del CAO, oggettivamente, non vuol dire proprio nulla, è contrario ad ogni logica giornalistica, ma soprattutto impone un criterio che è stato considerato omofobo negli Usa dal presidente Obama (il cosiddetto Don't Ask, Don't Tell).

 
Cosa dire invece del silenzio completo del Ministro alla Sanità o della Fnomceo, delle associazioni di Psichiatri, delle Asl o delle altre aggregazioni di medici, chirurghi ed odontoiatri?
 
Nessuno in Italia ha ufficialmente detto che l'omosessualità è una variante normale dell'orientamento sessuale, come stabilito dagli anni novanta dall'OMS e dai manuali di Psichiatria quali l'ICD X e il DSM IV.
 
Molti, soprattutto in televisione, si sono invece sgolati ad urlare che noi siamo malati in quanto omosessuali senza temere alcuna replica né alcuna condanna neppure formale.
 
Tacere o giocare a Tabù evidentemente non basta più e questo appello si rivolge evidentemente anche ai numerosi colleghi lesbiche e gay in Italia che si nascondono, aumentando le discriminazioni sanitarie, e quindi a danno della dignità della nostra professione sanitaria.
 
Manlio Coverti
Psichiatra
Attivista Arci Gay

10 gennaio 2015
© Riproduzione riservata


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