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Gli ospedali del 2000 tra Feudalesimo e Medicina di Precisione

11 GEN - Gentile direttore,
colgo l’occasione dell’acceso dibattito che ha scatenato tra noi medici il comma 566 sui rispettivi Ruoli e Competenze di medici e infermieri, per sollevare la questione dell’organizzazione del lavoro all’interno delle stesse equipe mediche che in Italia ha un grave ritardo con tipico gradiente Nord-Centro-Sud del paese. 

Gli enormi progressi della Medicina Moderna, comportano che in ogni disciplina medica e chirurgica, siano sempre più necessarie delle figure professionali -medici e altri professionisti - caratterizzate da una sempre più elevata specializzazione e specificità.

Il direttore di unità operativa, da decenni non è più il massimo detentore del sapere e del saper fare, ma dovrebbe invece soprattutto avere - tra le altre doti - l’abilità  di coordinare altri medici di pari dignità professionale ma con ruoli, responsabilità e competenze di ordine diverso.  Nel lavoro di equipe infatti l’autonomia professionale dei singoli  componenti - se ben coordinata dalle figure apicali - costituisce la principale fonte di efficienza del sistema.

L’attuale contratto collettivo di lavoro, pur definendo in modo chiaro il ruolo unico della dirigenza sanitaria, la necessità e il diritto allo sviluppo professionale dei singoli medici, lascia altresì un ampia zona grigia nel delineare le responsabilità assistenziali  e i rapporti tra il direttore dell’unità operativa e i suoi collaboratori. Se la qualità delle figure apicali è elevata,  queste promuovono  collaboratori capaci e la crescita dell’intera equipe.

Troppo spesso invece, complice l’ambiguità normativa e una assuefazione molto Italiana a un modello burocratico ostile al merito e alle capacità professionali, vengono nominati responsabili non adatti al ruolo dirigenziale. Essi derogano eccessivamente dalle loro responsabilità organizzative (soprattutto di coordinamento e di valorizzazione) o di contro ingeriscono  in modo improprio nelle competenze dei loro collaboratori. In alcuni casi –non pochi per chi conosce la realtà degli ospedali- sembrano più interessati a imbrigliare i colleghi dirigenti,  specie se capaci, ostacolandone l’autonomia e lo sviluppo professionale. Così, non solo l’ambiente di lavoro diventa “tossico”  ma diminuisce inesorabilmente  la qualità delle prestazioni erogate.

Lo stesso modello arcaico si riproduce anche nella formazione dei medici specialisti. Negli altri paesi occidentali sono  dipendenti a tempo determinato con autonomia e responsabilità crescenti, in Italia solo medici in formazione con ruolo e responsabilità indefinite. Lo scarso tirocinio pratico dei giovani chirurghi, in Italia rispetto ai colleghi europei, è un esempio lampante di come il saper-fare venga ancora gelosamente custodito da pochi.

Questo ostacolo alla crescita professionale dei medici in Italia, affonda le sue origini  in una cultura arcaica e in concreti interessi economici:  nel centro-sud infatti  i professionisti della sanità pubblica e privata per lo più coincidono.

Purtroppo negli ultimi 15 anni l’aziendalizzazione degli ospedali pubblici è sconfinata in un estrema politicizzazione della sanità regionale che ha determinato la predominanza  di un apparato burocratico-amministrativo spesso poco attento  al suo core-business  e quindi poco determinato a reclutare e tutelare la formazione del più elevato numero di professionisti con il più alto grado di capacità tecnico-professionali.

A dispetto di altre classifiche più ottimistiche, per la Health Consumer Power House, società svedese accreditata da molti come la più autorevole fonte di dati sulla sanità europea (www.healthpowerhouse.com), il sistema sanitario italiano negli ultimi 10 anni non ha fatto che perdere posizioni rispetto agli altri paesi europei in termine di qualità, efficienza, accessibilità e soddisfazione degli utenti. In base al complesso European Health Consumer Index (EHCI) nel 2014 l’Italia è solo al 22° posto su 36 paesi europei e al 28° in termini di rapporto Beneficio/Costo. Negli ultimi anni siamo stati superati da paesi come il Portogallo o la Slovenia che hanno dovuto affrontare una crisi economica non meno grave della nostra.

Tornando al “piccolo problema” del  ruolo del medico penso sia  auspicabile che  anche in Italia il medico specialista così come avviene in paesi più moderni,   sia individuato chiaramente come “l’ultimo responsabile del percorso diagnostico-terapeutico del paziente a lui affidato”. Questo  spingerebbe i medici  ad una più forte collaborazione, e incentiverebbe “il Capo” a scegliere i professionisti più adatti a gestire specifiche esigenze del reparto, essendo in capo a lui non le singole scelte terapeutiche, ma la scelta e il coordinamento delle persone.

Le capacità professionali non dovrebbero sottostare alle gerarchie organizzative ma solo a  quella del sapere e del saper fare. Bisognerebbe incentivare  le aziende sanitarie a favorire lo sviluppo delle professionalità ivi compresa l’autonomia della ricerca clinica, perché questo coincide con  l’interesse dei pazienti e della sanità pubblica. 

Gli infermieri hanno avuto il grande merito, in questi ultimi anni,  di essere molto più consapevoli di quanto lo siamo stati noi, di condividere identità professionale e interessi di categoria. Ma sono convinta che fino  a quando non si farà chiarezza sull’autonomia e responsabilità del  medico all’interno delle stesse equipe mediche, sarà difficile per noi medici  sviluppare una costruttiva sinergia con le altre professioni sanitarie. 

Maria Christina Cox
Membro del Centro Studi ANAAO-ASSOMED-Lazio

11 gennaio 2016
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