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Formazione specialistica. I problemi per la medicina d’urgenza

11 APR - Gentile direttore,
il dibattito di questi giorni sulla gestione della formazione medica specialistica in Italia (disegno di legge delega ex art. 22 del “Patto per la salute”) va ricondotto alla sua sostanza fondamentale: il vero cuore del problema non è a chi competa la formazione specialistica, ma quale sia la via per fornire agli specializzandi le competenze necessarie a un ingresso immediato e del tutto efficace nel SSN.
 
Il caso della Medicina d’Urgenza è, a questo proposito, esemplare: la Scuola di Specialità in Medicina d’Emergenza Urgenza è nata, tra polemiche e carte bollate, sette anni fa (un successo per la nostra categoria e per la Società Scientifica) e dopo un avvio prevedibilmente difficoltoso alla ricerca di un proprio percorso, due anni fa ha licenziato i primi Specialisti.
 
In questo periodo quelli tra noi ospedalieri che si occupano di formazione hanno vissuto un progressivo coinvolgimento nelle Scuole di Specialità, o meglio in quelle Scuole che hanno la fortuna di essere guidate da Direttori “illuminati”. Tuttavia il percorso degli specializzandi in Medicina d’Emergenza Urgenza è ancor oggi fortemente eterogeneo, sulla base di variabili come la sede della Scuola o il Direttore.

 
Il paradosso è del tutto evidente: la sede naturale dell’attività dei nuovi specialisti è il Pronto Soccorso, che dunque dovrebbe anche essere la principale sede del loro percorso formativo. Dove, se non in Pronto Soccorso, si possono integrare le conoscenze cliniche e le technical skills con le competenze necessarie per operare efficacemente in condizioni di overcrowding, multitasking, pressione psicologica, carenza di risorse, fatica fisica, ecc.?  Questa integrazione di competenze tecniche e non-tecniche è la principale caratteristica della Medicina d’Emergenza Urgenza, e può essere perseguita solo attraverso l’esperienza “sul campo”, sorvegliata e garantita dal tutoraggio degli esperti.
 
Su queste basi viene spontaneo chiedersi quanti siano i Pronto Soccorso universitari in Italia, o quale sia la quota di tempo che, nel loro percorso formativo, gli specializzandi trascorrono in Pronto Soccorso.
 
Il Prof. Lenzi, nel documento in cui il CUN respinge le proposte di modifica, paventa l’inadeguatezza della formazione che deriverebbe dal cambiamento proposto ma non coglie l’inadeguatezza – questa sì attuale e non potenziale – che deriva da un sistema di gestione della formazione specialistica che non si confronta, nella realtà del quotidiano, con le evidenti necessità della Professione e del Sistema.
 
Si dirà che queste considerazioni valgono solo per il caso particolare della Medicina d’Emergenza Urgenza: tuttavia, come è stato più volte affermato, la realtà del Pronto Soccorso costituisce un formidabile e privilegiato osservatorio sull’intero panorama del Sistema Sanitario e la Medicina d’Urgenza, nei Paesi in cui la sua tradizione è ben più radicata che in Italia, ha sempre proposto in maniera più acuta ed evidente problematiche che si rivelano, in gradi variabili, comuni all’ intero Sistema.
 
Ridimensionare un sistema universitario che ha già mostrato le proprie carenze e al contempo valorizzare quel che di buono (a volte eccellente) c’è negli ospedali italiani significa gestire al meglio le risorse a nostra disposizione, muovendosi nell’unica direzione possibile: una direzione che, banalmente, porta all’ottimizzazione delle risposte alle istanze di salute dei cittadini e, in ultimo, al miglioramento del Sistema Sanitario Nazionale.
 
 
Fabio De Iaco
Responsabile Nazionale Formazione SIMEU
Società Italiana di Medicina d’Emergenza Urgenza

11 aprile 2016
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