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Cara ministra sono un’infermiera di 57 anni e sono stanca

12 FEB - Gentile Direttore,
ho scritto e sentito di dover inoltrare una letetra al ministro della Salute Beatrice Lorenzin. E' troppo assordante il silenzio della politica riguardo alle condizioni di lavoro dei professionisti sanitari. Con il "caso disciplinare dell'AOU di Torrette" spero di porre l'attenzione sulle nostre problematiche affrontate quotidianamente. I sanitari, in prevalenza donne infermiere e medici costretti a rinunciare ai propri diritti, di conseguenza alla propria famiglia e  salute. Emblematico che a ribellarsi sia stato proprio un collega infermiere, un uomo; le donne ormai sono piegate all'ineluttabile? Spero di no! 
Nella speranza del suo interesse alla pubblicazione, la ringrazio personalmente per la sua disponibilità. 
 
Elsa Frogioni
 
 
Gentile Ministro Beatrice Lorenzin,
sono una infermiera di 57 anni che lavora nel blocco operatorio di un ospedale dell’ASUR Marche, le scrivo per porre alla Sua attenzione l’increscioso caso che coinvolge nello specifico  un collega infermiere dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Ospedali Riuniti di Ancona. Il mio personale interesse è palesato dalle medesime condizioni di lavoro che ci affliggono e forte preoccupazione dell’influenza negativa che queste esercitano sulla salute dei sanitari; in particolare penso alla salute delle donne e non ultima,  per la mia funzione di rappresentante sindacale RSU e dirigente NurSind segreteria territoriale di Ancona.

 
In breve il collega 60enne, prossimo alla pensione, con uno stato di servizio esemplare, assegnato presso il blocco operatorio dell’AOU di Ancona, il prossimo 16 febbraio si presenterà in commissione disciplinare. Dovrà rispondere e discolparsi per aver tutelato la sua salute e quella degli assistiti. 
 
Il fatto contestato dall’azienda riguarda il diritto al riposo. Il collega dopo aver espletato un turno regolare di mattino di ore 6,30, era in pronta disponibilità nel turno “notturno” ed è stato richiamato in sala operatoria in urgenza dalla mezzanotte sino alle ore 8 del giorno seguente, ha lavorato 14 ore su 24.
 
Avrebbe dovuto secondo disposizione turnistica, prendere nuovamente servizio per il turno pomeridiano dalle ore 13,37 fino alle 20,10, ma essendo comprensibilmente stanco, prima di lasciare il servizio, ha richiesto e segnalato per iscritto al coordinatore  di avere la necessità di riposare e di non essere in grado di lavorare quel giorno nel turno pomeridiano.
 
Al di là di ogni logica e rispetto di parametri di sicurezza, qualità assistenziale e non ultima, anche se mai stimata e tutelata, la salute del lavoratore, l’azienda ha deciso di considerare questa necessità di riposo come “inosservanza alle disposizioni di servizio…. rilevante ai fini disciplinari….”. Una Dirigenza ostinata a non sottendere neanche ai dettami  Giurisprudenziali (vedi recente senza della Cassazione sul diritto al riposo).
 
Noi operatori sanitari, siamo basiti e indignati di questo atteggiamento e ci appelliamo al Ministro della Salute, alla donna e come utente dei Servizi Sanitari pubblici, di conoscere il suo parere in merito alla incresciosa situazione  descritta, sperando nel suo sostegno.
 
Spesso nei suoi interventi ha sottolineato, che il valore del Servizio Sanitario nazionale è costituito  dalle risorse umane che lo compongono. Le risorse, sono persone, professionisti che personalmente cercano di soddisfare al meglio i bisogni di salute della popolazione. È nostro il dovere di garantire al cittadino l’esito delle prestazioni sanitarie, ma in quali condizioni? Nel 2014 (fonte MEF), gli operatori sanitari del SSN sono in maggioranza donne, 434.705 su 663.793 dipendenti, il 65% della forza di lavoro totale.
 
Donne “mature”, visto che l’età media è di 48,7 e per gli uomini 51,7. Donne stanche, perché le risorse umane sono diminuite notevolmente, dal 2007 al 2014 il taglio totale è stato di 19mila unità a fronte di un progressivo costante aumento della popolazione anziana con necessità di cure e assistenza. I nostri carichi di lavoro sono accresciuti, i nostri diritti sottratti.
Donne operatrici sanitarie che a causa del proprio lavoro (fonte INAIL),  in questi anni stanno sviluppando malattie e infortuni sul lavoro e molteplici evidenze scientifiche lo attestano.
 
Oggi gli operatori sanitari che lavorano nei Blocchi Operatori cumulano mediamente circa 180 – 200 ore/anno di straordinario lavorato in pronta disponibilità attiva. Significa che di frequente lavoriamo di notte e durante le festività, con programmazioni turnistiche che non ci consentono di riposare a sufficienza ne di avere una vita privata e familiare “normale”.
 
Le nostre Dirigenze Sanitarie, sono orientate a interpretare leggi nazionali europee e contrattuali secondo dettami convenienti a soddisfare esigenze economiche e formali adempimenti istituzionali. Nessuno si preoccupa del come e chi adempirà alle loro disposizioni. Per “risparmiare” sul nostro monte ore, s’inventano calcoli arbitrari e mirabolanti che generano addirittura “debito orario”. Da noi ferie, malattie, permessi, congedi sono tutti conteggiati a 6 ore, quando invece nel turno di servizio lavoriamo ore 7,12 o 8 ore e 20 min. All’AO Universitaria di Ancona i colleghi del lavoratore sottoposto a contenzioso disciplinare, in suo sostegno, hanno denunciato simili procedure dell’Azienda, tese allo sfruttamento dei lavoratori.
 
Orari di lavoro rigidi, senza flessibilità in entrata ed uscita, un minuto di ritardo in entrata, genera debito orario, il prolungamento orario in uscita è giustificato e autorizzato dal responsabile dell’unità operativa, solo dopo 30 minuti. La possibilità di “recuperare” e riposare il dovuto, mera utopia.  Amici che lavorano in turni h.24 nel settore industriale, riferiscono condizioni di lavoro migliori.
 
Quanto descritto è una minima parte, della situazione del degrado del lavoro dei sanitari che incidono ancor più gravemente sulla salute delle donne e nella gestione della nostra vita personale e familiare.
 
In occasione del caso Nola, ci ha definiti “….Eroi quotidiani che fanno il loro lavoro e la loro missione….”. Ora nell’attuale circostanza, i sanitari fino a che punto devono spingere il proprio sacrificio e abnegazione alle disposizioni di servizio?  La storia, troppo spesso consegna agli eroi una tragica fine.
 
Elsa Frogioni
Infermiera, ASUR Marche area vasta 2
Rappresentante RSU, NurSind Ancona

12 febbraio 2017
© Riproduzione riservata


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