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Tornano le mutue? Medici state attenti

22 MAR - Gentile direttore,
arrivano le mutue? Così si chiede Ivan Cavicchi. È iniziato il cambio di sistema? Come mai nessuno ne parla? In verità qualcuno timidamente ne parla. Guido Marinoni, esponente di spicco della Fimmg lombarda, riferendosi al Piano nazionale della cronicità in Lombardia nella formulazione e nella gestione del PAI (piano assistenziale individuale) qualche giorno fa scriveva: “È fondamentale la proposta delle cooperative di servizi, finalizzata a gestire gli aspetti organizzativi complessi della cronicità, che vanno oltre le possibilità del singolo studio professionale (…). Si tratta di proporre, in modo non dichiarato, lo smantellamento di un servizio fondato sulla fiscalità generale e sulla gestione pubblica delle risorse, per passare a un sistema di tipo mutualistico. Intendiamoci, i sistemi mutualistici non vanno certo demonizzati (…) possono essere efficienti, etici e universalistici e non vanno confusi con i sistemi assicurativi”.


Come si può arguire il confronto con la parte pubblica per un nuovo sistema di erogazione delle cure sembra di fatto già avviato. Mi permetto allora di fare alcune osservazioni su alcuni aspetti che mi stanno particolarmente a cuore. Un ritorno non tanto velato al passato ci riporta ad una concezione “positiva” della medicina, tipicamente naturalistica, che descrive la malattia e di converso anche la salute in modo oggettivo e universalizzabile; la malattia viene identificata come deviazione dalle norme regolanti le funzioni fisiologiche tipiche degli organismi umani. Si tratta di una concezione che riconosce che solo l’impedimento alla piena espressione delle funzionalità organiche costituisce uno stato patologico. Non tiene conto che la medicina è declinata dalla società di riferimento e che oggi questa società è pervasa da qualcosa di epocale che interessa diversi aspetti del nostro vivere civile: la cultura, il pensiero, l’economia…

Persino Rudolf Wirchov, clinico tedesco e padre della fisiopatologia, in pieno Ottocento chiese di spostare l’attenzione dal modello di difetto della malattia ai potenziali di salute correlati con gli ambienti sociali ed istituzionali della vita di quel tempo (la tubercolosi dei minatori della Slesia) e ottenendone un rifiuto osò sfidare a duello il Bismark cui dobbiamo il modello delle mutue! Ritornare alle mutue, alla medicina di necessità, alle prestazioni, annullerebbe 40 anni di bioetica e tutte le relative proposte in ambito sanitario: divulgazione del concetto di medicina sociale che si ottiene spostando il concetto di salute da una prospettiva individuale ad una collettiva, attenuazione del perfezionismo medico, miglioramento delle condizioni economiche e sociali di fondo.ecc…ecc.

Ed è proprio l’obiettivo salute che oggi mi preoccupa di più, perché non trova una offerta culturale ed organizzativa pertinente a causa di un pensiero professionale debole che evidenzia del tutto l’incapacità di allargare il suo raggio d’azione, mentre sarebbe richiesta una azione politica complessiva ed ispirata a tale domanda. Non solo, il sistema organizzativo in sanità ancora oggi si dibatte tra modelli in gran parte “tayloristici” come concezione e “fordistici” come attuazione; modelli in cui l’ottica meccanicistica, tende ad aggravare i problemi anziché risolverli.

Con le mutue svanirebbe del tutto l’obiettivo della cooperazione professionale sanitaria e ancora di più assumerebbe forte rilevanza l’efficienza produttiva e il costo della prestazione; ma ancora di più i sanitari sarebbero misurati in maniera arbitraria come numero di pazienti che sono in grado di processare in un dato periodo di tempo, con un forte aggravio di burocrazia.

Addio al pensiero sistemico in grado di cogliere gli aspetti multidimensionali di un sistema complesso qual è la sanità! Oggi nella nostra società l’esperienza di malattia e di guarigione risuona per i malati secondo una gamma ben più ampia di significati rispetto a quelli che sono organizzati in sanità e peggio sarebbero di certo organizzati in un sistema mutualistico.
 
E allora dobbiamo chiederci: se la domanda sociale spinge al cambiamento dell’approccio tradizionale alla cura, se sono rimessi in discussione i tradizionali modelli di malattia, se l’attenzione all’individualità del paziente, alla sua singolarità, alla sua specificità sono sempre di più richiesti, che significato ha oggi assicurare al paziente standard di prestazioni? Ha ragione Ivan Cavicchi, il silenzio delle professioni è davvero assordante e i primi approcci professionali ai problemi posti dalla politica non promettono nulla di buono.

Attenzione medici! Le recenti denunce di aggressione nei nostri confronti ad opera di pazienti ci avvicinano sempre di più alla profezia di Viktor von Weizsäcker (m. 1957): ”Se si va avanti così per un certo tempo, potrà succedere un giorno che un’intera corporazione (Stand), la corporazione dei medici o degli scienziati, diventerà l’oggetto (Gegenstand) di una grave aggressione; non mi meraviglierei se, come la rivoluzione francese ha ucciso gli aristocratici e i preti, un giorno fossero uccisi medici e professori, e non benché si siano irrigiditi mettendosi dietro alla scienza impersonale, bensì proprio per questo motivo”.   
 
Maurizio Benato 
Vicepresidente Fnomceo

22 marzo 2017
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