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La sanità integrativa non ha nulla a che fare con il ritorno alle mutue

30 NOV - Gentile direttore,
ho letto con attenzione la replica di Marco Geddes al mio ultimo intervento sul Suo giornale e mi fa piacere poter approfondirne ulteriormente alcuni passaggi al fine di arricchire il confronto su una tematica la cui effettiva conoscenza è fortemente ostacolata da pregiudizi di natura ideologica.
 
Credo sia importante in primo luogo prendere atto una volta per tutte che ormai il fabbisogno di salute degli italiani è di gran lunga superiore alla capacità finanziaria del Servizio Sanitario Nazionale e che occorre superare la chimera di Livelli Essenziali di Assistenza onnicomprensivi, ma non finanziabili, organizzando una gestione strutturata dei percorsi di cura che benefici di quell’ibridazione tra pubblico e privato che i cittadini italiani hanno imparato a conoscere da tempo.
 
D’altra parte se, come si dice, la spesa sanitaria privata è rimasta sostanzialmente invariata prima e dopo la crisi credo che bisognerebbe prendere atto – con onestà intellettuale – che si tratta di una componente strutturale del Sistema Sanitario del nostro Paese che risponde ad un bisogno effettivo di cittadini e non alla loro capacità reddituale. In altri termini, la spesa sanitaria privata è in massima parte un fenomeno necessario e non un mero fenomeno consumistico, anche perché le cure private al pari di quelle erogate dal Servizio Sanitario Nazionale derivano sempre dalla prescrizione di un medico che, molto spesso, è proprio il medico di base.

 
In questo contesto credo che per intercettare i maggiori livelli assistenziali richiesti dai cittadini sia fondamentale stabilire un’alleanza vera tra Sanità Pubblica, settore assicurativo e Fondi Sanitari Integrativi. Sono fermamente convinto, infatti, che assicurare la Spesa Sanitaria Privata costi molto meno che incrementare la spesa sanitaria pubblica, dal momento che mentre nel primo caso la spesa aggiuntiva verrebbe pagata dalle Compagnie Assicurative e dai Fondi Sanitari, con un contributo dello Stato limitato ai soli benefici fiscali, nel secondo caso l’estensione del perimetro di operatività del Servizio Sanitario Nazionale richiederebbe il finanziamento integrale degli ulteriori costi sanitari e, comunque, di una spesa aggiuntiva per sostenere i maggiori oneri indotti dalle detrazioni sanitarie sulle spese pagate di tasca propria dai cittadini. Di fatto ampliare ancora i Livelli Essenziali di Assistenza, che già allo stato attuale risultano comunque insostenibili, si tradurrebbe in un ulteriore inasprimento della pressione fiscale sulle imprese – che, come noto, sostengono direttamente oltre 1/3 dei costi del Servizio Sanitario Nazionale attraverso il gettito IRES – con un’ulteriore perdita di competitività del sistema Italia e nuovi ostacoli all’occupazione.
 
Del resto è un dato di fatto che, chi già ha attivato una Polizza Assicurativa o un Fondo Sanitario sostiene un costo per le cure private nettamente inferiore rispetto a chi non dispone ancora di tali tutele. Infatti, in media una Forma Sanitaria Integrativa è in grado di garantire al cittadino una riduzione di oltre 2/3 della spesa sanitaria di tasca propria.
 
Alla luce di queste evidenze numeriche capirà bene lo sgomento di chi, come me, si chiede per quale motivo pur di fronte ad un sistema che ha dimostrato nei fatti tutta la sua efficacia e nei cui confronti, comunque, lo Stato stabilmente nell’ultimo decennio ha riconosciuto un’oggettiva utilità sociale – che ne giustifica, per l‘appunto, il regime fiscale agevolato – ci si preoccupi non tanto di estenderlo a tutti ma di come levarlo a chi già lo ha.
 
E nemmeno regge, mi permetta, l’obiezione che con la Sanità Integrativa se lo Stato (forse, dice lei) ci guadagna il cittadino (sicuro, sempre sue parole) ci perde. Basta riprendere l’esempio sintetico che avevo introdotto nel mio articolo. Avevamo ipotizzato, come ricorderà, una Spesa Sanitaria da finanziare pari a 100. Dunque, nel caso di affidamento al S.S.N. di questa spesa lo Stato dovrebbe accollarsi un costo di 119 (100 di spesa + 19 di detrazione fiscale).
 
Nel caso di affidamento alla Sanità Integrativa, invece, lo Stato dovrebbe sostenere i soli costi del beneficio fiscale che, peraltro, sarebbero compensati dalle maggiori entrate derivanti dal prelievo sui premi assicurativi e dall’eliminazione dei costi legati alla detrazione per spese sanitarie. Anche per il cittadino, nel contempo, la situazione risulterebbe più vantaggiosa rispetto alla situazione attuale della spesa sanitaria privata “fai da te”. Infatti per poter assicurare una Spesa Sanitaria di 100 il cittadino dovrebbe pagare alla Compagnia Assicurativa/Fondo Sanitario un premio pari a 85, con un risparmio in partenza di 15, derivante dalla condivisione con altri individui del rischio di dover effettivamente aver bisogno in quell’anno di cure private e dalla capacità della Compagnia Assicurativa di acquistare dalle Strutture Sanitarie le prestazioni ad un prezzo inferiore di quello praticato al singolo paziente.
Inoltre, per effetto del beneficio fiscale, l’onere effettivo che rimarrebbe a carico del cittadino sarebbe solo di 62 dal momento che poco meno di 23 verrebbero recuperati dalle tasse (considerando un’aliquota IRPEF marginale media del 27%). E lo Stato? Anche lo Stato avrebbe un risparmio. Infatti a fronte dei medesimi 100 di Spesa Sanitaria da finanziare si troverebbe a sostenere un costo di nemmeno 21 (23 di beneficio fiscale al netto dell’imposta sui premi) anziché di 119 come invece accadrebbe nel caso dell’assorbimento di queste cure nel perimetro del Servizio Sanitario Nazionale. Tutto questo senza contare il presumibile incremento di gettito per l’Erario sulle prestazioni sanitarie erogate privatamente derivante dalla necessità di presentare fattura alla propria Compagnia Assicurativa/Fondo Sanitario per essere rimborsati.
 
Come appena dimostrato, per far giustizia delle tante inesattezze sostenute da commentatori un po' frettolosi della materia -Sanità Integrativa-, mi permetto peraltro di farle notare come, in buona parte, il beneficio fiscale applicato ai premi versati ai Fondi Sanitari (perché, peraltro, è bene ricordarlo non trova applicazione per le Polizze Sanitarie Individuali) sostanzialmente si “autofinanzi”. Infatti le minori imposte di 23 nel nostro esempio trovano buona copertura nelle risorse derivanti all’Erario dall’imposta premi di 2 (alla quale andrebbe aggiunta, in realtà anche l’imposta sulle riserve tecniche che, tuttavia, per semplicità ho omesso) e dal mancato riconoscimento di detrazioni sanitarie per 19, per un valore complessivo di 21.
 
Sarebbe opportuno quindi superare definitivamente il pregiudizio che la Sanità Integrativa “viva e prosperi” sulle spalle degli altri. E poi, mi perdoni, ma un po' di coerenza complessiva con le policy del nostro sistema tributario serve: perché ci scandalizziamo tanto di fronte al fatto che i benefici fiscali di quei cittadini che sostengono i costi di un premio per la Sanità Integrativa siano alimentati sul gestito complessivo? Non accade la stessa identica cosa rispetto a quei cittadini che sottoscrivono un mutuo per l’acquisto della loro abitazione o per coloro che effettuano ristrutturazioni edilizie? Mi sembra che anche in questi casi il costo delle agevolazioni fiscali ricada sull’intera collettività ovvero anche su coloro che una casa non ce l’hanno o che non possono o non vogliono fare ristrutturazioni edilizie.
 
Ormai da un decennio il Sistema Sanitario italiano si è evoluto in una forma “mista” che affianca al finanziamento pubblico una quota crescente (oramai oltre ¼) di pagamento diretto, nel momento del bisogno, da parte dei cittadini per poter finanziare privatamente le proprie cure. Un sistema che è ben lungi dall’essere equo. Il Secondo Pilastro Sanitario può contribuire a risolvere questa iniquità prendendosi carico di tutta la spesa sanitaria di tasca propria e gestendola, nell’ambito di una governance pubblica, nell’interesse di tutti i cittadini.
 
Mi sembra chiaro che tutto questo non ha nulla a che fare con un ritorno all’Italia delle Mutue e, anzi, rappresenta un passaggio fondamentale verso il futuro (e non verso un ritorno al passato) del nostro Sistema Sanitario.
 
Del resto se si vuole superare la stretta correlazione esistente attualmente tra Fondi Sanitari e Contratti di Lavoro basta fare un’operazione molto semplice: rimuovere i vincoli ormai anacronistici presenti nella normativa vigente – introdotti, peraltro, proprio per motivazioni di natura ideologica –che riservavano ai soli lavoratori dipendenti la possibilità di aderire a Fondi Sanitari con coperture più ampie e mettere a disposizione questa opportunità a tutti gli italiani senza più pregiudizi o discriminazioni.
 
 
Marco Vecchietti
Amministratore Delegato e Direttore Generale di RBM Assicurazione Salute

30 novembre 2018
© Riproduzione riservata


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