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La malasanità esiste ed è da sciocchi negarlo

06 GEN - Gentile direttore
ti scrivo (fra giornalisti si usa il "tu") questa risposta ad una lettera che hai pubblicato il 3 gennaio. In verità avrei gradito rispondere contestualmente, perché una persona che scrive su una testata (nel mio caso Repubblica.it), e viene citata su un'altra testata, avrebbe il diritto di essere informata preventivamente.
 
E se non fosse stato per merito di un collega, forse non avrei neppure letto lo scritto di Stefano Canitano, medico, il quale non solo lancia accuse appunto a vanvera, ma esprime giudizi personali e professionali che dovrebbero essere evitati, se non si vuole incorrere in querele. Perché definire alcune mie affermazioni "irresponsabili" è da querela, perché scrivere che l'Ordine dei Medici di Roma "ha avviato un proficuo percorso di collaborazione con i giornalisti del settore (professionisti seri)", contiene un giudizio inaccettabile "ad personam", dannoso per me e per la mia professionalità. 

 
Il medico parla di "scandalismo", di statistiche maneggiate "senza l'opportuna cautela", e, cosa ancora più grave, attribuisce a queste presunte "enfatizzazioni scandalistiche" la capacità "di produrre anche la crescente violenza sugli operatori alla quale assistiamo quotidianamente". Bene: sostenere questa tesi è una vera mascalzonata. Nei miei confronti e più in generale nei confronti dei tanti giornalisti, dei tanti cronisti che scrivono articoli o fanno servizi televisivi sui casi quotidiani di Malasanità, con l'unico scopo di informare i cittadini.
 
Questo non significa che il giornalismo sia virtuoso sempre e comunque, perché conoscendo il mondo dell'informazione da 43 anni, so bene che commettiamo molti errori. E che alcuni temi "sensibili" vanno maneggiati con molta cura. Nel corso della mia vita professionale, ho lavorato peraltro a stretto contatto con gli americani (ho diretto per alcuni anni anche National Geographic Italia), i quali sono maestri di giornalismo, perché prima di pubblicare fanno sempre, sempre le opportune verifiche, soprattutto se si tratta di argomenti a sfondo penale, o che riguardano e coinvolgono persone in carne e ossa. Dopo 30 anni di giornalismo "all'italiana" ho imparato qualcosa in più dal giornalismo anglosassone: perciò è inaccettabile sentirmi definire autore di "affermazioni irresponsabili".
 
Andando al merito del mio commento sul blog di Repubblica.it ho semplicemente difeso il diritto di fare la pubblicità di "Obiettivo risarcimento" su un tema di interesse pubblico: la Malasanità. Che esiste e che è da sciocchi negarla. Chi vuole mettere la testa sotto la sabbia faccia pure, ma la realtà non si può cancellare. Oltretutto in un Paese dove dovrebbe prevalere una cultura "liberale", bloccare una pubblicità (non aggressiva, non accusatrice tout-court), ha il sapore dell'intervento censorio: come disse il "bravo" all'orecchio di don Abbondio "questa pubblicità non s'ha da fare".
 
E infatti è stata fermata dalla Rai e da Mediaset, mentre "la 7" ha continuato a trasmetterla, forse perché meno sensibile ai richiami della Fnomceo. Una Federazione sicuramente potente e ascoltata, perché orienta e influisce sull'opinione pubblica. Il fatto curioso è che la ministra Grillo, esponente della cultura "scandalistica" - questa sì - del Movimento 5 Stelle, si è subito schierata a favore del blocco dello spot. Perché si avvicinano le elezioni europee e il voto del mondo medico/sanitario (una realtà che abbraccia quasi due milioni di italiani), va tenuto nella giusta considerazione?
 
Ma il blocco dello spot resta comunque incomprensibile, visto che offre soltanto delle informazioni. E in modo blando peraltro. Perciò penso che alcuni che si sono sentiti indignati e offesi, neppure abbiano visto la pubblicità. Più probabilmente lo spot tocca un nervo scoperto - la lettera risentita e violenta di Canitano lo conferma - perché ai medici (ma vorrei ricordare anche gli infermieri), non sempre viene riconosciuto nella giusta misura il lavoro che svolgono, mentre si dà più risalto alle formiche che invadono un letto di ospedale occupato da una persona malata.
 
Tuttavia non ci si può sentire vittime, perché la classe politica non è insensibile: proprio la legge Gelli è stata approvata per mettere i camici bianchi nelle migliori condizioni di lavoro, rendendo le cause per presunta Malasanità, difficili da intentare.
 
Anche per questo ho fatto riferimento alle difficoltà di arrivare a sentenze a favore dei pazienti: non perché i giudici siano incapaci e/o corrotti, ma solo perché il contenzioso giudiziario - come anche la conciliazione - incontra per strada numerosi ostacoli.
 
Primo fra tutti, l'onere delle prova. Che essendo a carico della presunta vittima, solo in rarissimi casi riesce a concretizzarsi. Non ci vuole tanta immaginazione per capire che, in caso di errore in sala chirurgica, trovare un medico che accusi un collega di lavoro, è una impresa ardua.
 
Però gli errori esistono. Avevo scritto nel blog: "Come sappiamo, tutte le strutture specializzate nelle ricerche sulla salute pubblica concordano sul fatto che sono migliaia e migliaia, ogni anno, le morti evitabili". Bene. Canitano, pensando di fare il furbo scrive: "Decine di decessi giornalieri? Migliaia e migliaia ogni anno? Di morti causati per colpa medica in Italia? Ha idea l'autore di quante persone vengano trattate dal SSN? E di quante siano vittime effettive e accertate di errore sanitario?".
 
Se avesse avuto la pazienza di leggere altre mie risposte, non si sarebbe lanciato su gratuite accuse. Bastava questa mia frase, ripresa dall'Ansa del 27 aprile dello scorso anno: "In Italia ci sono ogni anno 7.000 decessi evitabili e direttamente collegati a infezioni contratte in ospedale, con costi aggiuntivi pari ad un miliardo di euro". Chi faceva quest'affermazione grave, irresponsabile, eccetera? Il sottoscritto? No: era Walter Ricciardi, ex presidente dell'Istituto superiore di Sanità, che aggiungeva: "Questi costi umani, sanitari ed economici derivano da una mancata prevenzione delle infezioni ospedaliere e sono dovuti a comportamenti sbagliati, organizzazioni carenti, mancanza di cultura da parte degli operatori".
 
Ricciardi con due battute aveva descritto la parola che Canitano vorrebbe cancellare: Malasanità. Individuando i responsabili - il personale e le strutture - e smontando la teoria della medicina difensiva, perché l'ex presidente denunciava anche i costi delle infezioni ospedaliere. Perciò Canitano prima di scrivere "Quei numeri a vanvera sulla malasanità" si doveva informare. Peraltro, paradossalmente, ho scritto più volte sui numeri dati a vanvera.
 
Ne ricordo uno, che Quotidiano Sanità ha sicuramente in archivio, di parecchi anni fa, quando ancora dirigevo Salute. Un esponente dell'Aiom affermò che i morti per Malasanità in Italia erano trentamila. Una cifra determinata sulla base dei presunti decessi avvenuti negli Usa per errore medico/sanitario. Criticai duramente questa affermazione, come fecero anche altri. L'esponente dell'Aiom si scusò e finì lì. Canitano dovrebbe fare la stessa cosa.
 
Concludo, direttore, così come ho concluso il mio post. E cioè ricordando che i ragionamenti sulla cattiva Sanità nulla tolgono "al lavoro che fanno, ogni giorno, decine e decine di migliaia di medici e infermieri. L'impegno è spesso ammirevole perché si svolge in condizioni organizzative, lavorative, molto, troppo disagiate. E, a dirla tutta, la Malasanità danneggia proprio chi esercita con professionalità e senso di responsabilità.
 
Perciò invece di eliminare questo spot, forse bisognerebbe produrne altri che esaltano la Buona Sanità". Ecco: Canitano ha omesso questa mia considerazione. Ovviamente, perché se l'avesse fatto tutta la faziosità delle sue parole sarebbe svanita nel nulla.
 
Guglielmo Pepe
Già fondatore e direttore di Salute-la Repubblica

06 gennaio 2019
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