L’Europa ha capito che va curato chi cura. Il nostro Paese, finora, no

L’Europa ha capito che va curato chi cura. Il nostro Paese, finora, no

L’Europa ha capito che va curato chi cura. Il nostro Paese, finora, no

Gentile Direttore, la relazione Fourlas-Razza approvata a Strasburgo analizza la crisi del personale sanitario e propone una linea di bilancio europea dedicata alla salute. "Va curato chi cura affinché curi bene".

Gentile Direttore,

il Parlamento europeo interviene contro la crisi del personale sanitario lanciando non solo un piano per frenare la carenza (un milione di operatori in più entro il 2034) ma fa un’analisi realmente drammatica della situazione del personale che nonostante che avessi lavorato all’interno del SSN per decenni e ne avessi osservato e commentato successivamente la sua evoluzione o meglio involuzione non ne avevo colto esattamente la profondità della crisi e soprattutto che in Europa non si salva nessun sistema sanitario di ciascun Stato…magra consolazione…com’era? “Mal comune mezzo gaudio” magari da questa relazione appare solo nessun gaudio, però offre insieme ad analisi spietata ottime proposte di soluzioni nell’auspicio che gli Stati europei ne facciano tesoro e mi auguro anche il nostro ad iniziare dalla ormai prossima legge di bilancio.

Si tratta di un documento dell’enorme valore programmatorio e riformatore per i sistemi sanitari europei ed ogni Stato dovrebbe assumerlo interamente nella propria politica sanitaria senza riduzioni ma, quando possibile, implementandolo.

Dalla la relazione Fourlas-Razza sulla crisi del personale sanitario approvata a Strasburgo, vorrei evidenziare innanzitutto una questione, che poi è la questione delle questioni, più volte sollevata ma rimasta perlopiù inascoltata.

Il finanziamento della sanità nel QFP 2028-2034: una questione strategica per il futuro dell’Unione

Sul tema del finanziamento la relazione assume una posizione chiara e di forte rilevanza istituzionale, il Parlamento europeo, infatti, richiama la necessità di un rafforzamento e di una maggiore integrazione degli strumenti finanziari dell’Unione, da EU4Health a Orizzonte Europa, dai fondi strutturali a Erasmus+, Europa Digitale, FSE+ e alla politica di coesione, affinché concorrano in modo coordinato al sostegno dei sistemi sanitari, allo sviluppo del capitale umano, all’innovazione e alla riduzione delle disuguaglianze territoriali.

L’elemento di maggiore rilievo politico risiede tuttavia nella preoccupazione espressa per l’assenza di una specifica dotazione finanziaria dedicata alla salute nella proposta del Quadro finanziario pluriennale successivo al 2027 e per questo la relazione afferma con forza la necessità di prevedere, all’interno di ogni Qfp dell’Unione Europea, una linea di bilancio sanitaria autonoma, stabile e adeguatamente finanziata, riconoscendo la tutela della salute come una competenza trasversale essenziale per il conseguimento degli obiettivi economici, sociali e strategici dell’Unione.

In questo quadro si inserisce anche la richiesta di riconoscere gli investimenti in sanità quali investimenti strategici europei; la relazione invita, infatti, ad avviare una riflessione sulla possibilità di sottrarre la spesa sanitaria alle logiche meramente restrittive della disciplina di bilancio, salvaguardando al contempo i principi di responsabilità fiscale, trasparenza e valutazione dell’efficacia della spesa pubblica.

Finalmente l’Europa coglie l’esigenza imprescindibile per la quale debba essere ridefinito ridefinire il rapporto tra sostenibilità finanziaria e sostenibilità sociale, collocando la salute tra gli asset fondamentali della competitività europea, considerando, pertanto la salute come investimento produttivo e fattore di competitività.

La relazione fornisce, inoltre, una solida argomentazione economica a sostegno di questa impostazione: le evidenze richiamate indicano che ogni euro investito in prevenzione può generare un ritorno fino a quattordici volte superiore in termini di riduzione dei costi sanitari e incremento della produttività.

Si tratta, quindi, di un concetto quanto mai chiaro di politica economica che ogni statista degno di questa definizione dovrebbe avere come asse portante nell’attuazione concreta delle scelte di politica di tutela e promozione della salute individuale e collettiva.

Per affermare ciò basta considerare che attualmente le malattie non trasmissibili continuano a rappresentare un onere economico stimato in oltre 700 miliardi di euro annui per l’Unione europea, mentre le patologie cardiovascolari causano circa 1,7 milioni di decessi ogni anno incidendo per oltre un quinto dei ricoveri ospedalieri.

La conclusione che ne deriva è di natura non soltanto sanitaria, ma anche economica e strategica: i sistemi sanitari e il personale che vi opera non possono essere considerati esclusivamente centri di costo, bensì infrastrutture essenziali per la resilienza, la produttività e la coesione dell’Europa.

Investire nella salute significa investire nella capacità dell’Unione di sostenere la crescita, affrontare le transizioni demografiche e tecnologiche e rafforzare la propria autonomia strategica.

La relazione afferma dunque un principio destinato a orientare il dibattito sul prossimo bilancio europeo: la salute non rappresenta una spesa da contenere, ma un investimento pubblico strategico da programmare, finanziare e tutelare nell’interesse dell’intero progetto europeo.

Dalla carenza di personale a una questione di sicurezza europea

La relazione compie un salto di paradigma destinato a incidere, qualora i singoli governi vogliano adottarlo, sul futuro delle politiche sanitarie europee: la carenza di professionisti non viene più interpretata come una criticità del mercato del lavoro o come un problema organizzativo dei sistemi sanitari nazionali, viene, invece, riconosciuta come una questione che investe direttamente la sicurezza dei pazienti, l’effettività del diritto alla salute, la coesione territoriale e, in ultima analisi, la resilienza strategica dell’Unione europea.

Siamo in presenza di una crisi strutturale che minaccia la sostenibilità dei sistemi sanitari, la fotografia delineata dalla relazione è allarmante e drammatica allo stesso tempo: nel 2022 l’Unione europea registrava un deficit stimato di oltre 1,2 milioni di professionisti della salute rispetto al fabbisogno necessario per garantire una copertura sanitaria universale ponendo, così, il settore sanitario stabilmente tra quelli maggiormente colpiti dalla carenza di manodopera in quasi tutti gli Stati membri.

Quindi, le prospettive non sono più rassicuranti in quanto la relazione richiama una previsione di 950.000 professionisti sanitari mancanti entro il 2030, mentre altre stime, riferite all’insieme degli operatori sanitari e assistenziali, indicano una possibile carenza superiore ai quattro milioni di unità!

Al di là delle differenze metodologiche, il messaggio politico è inequivocabile: l’Europa si trova di fronte a una crisi strutturale della propria forza lavoro sanitaria.

A rendere ancora più urgente l’intervento è la dinamica demografica della professione, per esempio: il 30% dei medici europei e il 18% degli infermieri ha già superato i 55 anni mentre in dodici Stati membri la quota dei medici prossimi al pensionamento raggiunge il 40%; è quanto mai evidente che in assenza un’adeguata capacità di ricambio generazionale, saremmo, invece, in presenza di un progressivo indebolimento della capacità ti tutela e promozione della salute dell’UE, pertanto la carenza di personale diventa una crisi delle cure.

La relazione evidenzia con particolare nettezza che la scarsità di professionisti non produce soltanto difficoltà organizzative, bensì si traduce direttamente in una riduzione della qualità e della sicurezza delle cure.

È ovvio, quindi, che organici insufficienti significhino liste di attesa più lunghe, tempi di consultazione ridotti, pronto soccorso sovraffollati, ritardi nella diagnosi, minore attività di prevenzione e una maggiore probabilità di errori evitabili; infatti il documento richiama il legame tra carenze croniche di personale e peggioramento degli esiti clinici, con un aumento di complicanze, riammissioni ospedaliere, interruzioni della continuità assistenziale e riduzione della capacità di monitoraggio dei pazienti.

I dati sull’accesso alle cure confermano la dimensione sociale del problema: nel 2024 il 3,6% dei cittadini europei che necessitavano di una visita o di un trattamento non è riuscito ad accedervi a causa dei costi, delle liste di attesa o della distanza dai servizi. In alcune aree dell’Unione le donne in gravidanza devono percorrere oltre cento chilometri per raggiungere un punto nascita.

È in questo contesto che la relazione introduce il concetto, particolarmente significativo sul piano politico, dei “deserti sanitari”: territori nei quali il diritto alla salute rischia di diventare puramente teorico per l’assenza di servizi e professionisti, chissà quante delle zone interne montane e delle piccole isole nostre rientrano in questa desertificazione sanitaria.

La salute mentale dei professionisti come priorità di politica sanitaria

Uno dei passaggi più innovativi del documento riguarda il riconoscimento della salute mentale del personale sanitario come elemento essenziale della qualità dei sistemi sanitari.

I dati richiamati dalla relazione descrivono una situazione preoccupante: un operatore sanitario su tre riferisce sintomi di depressione o ansia; uno su dieci dichiara pensieri suicidari o comportamenti autolesionistici; una quota rilevante di medici continua a lavorare oltre le cinquanta ore settimanali, mentre la diffusione dei contratti precari e delle patologie muscoloscheletriche resta elevata.

Particolarmente allarmanti sono i livelli di burnout registrati in alcuni ambiti specialistici, con percentuali che raggiungono il 79% tra gli infermieri e il 65% tra i medici dell’area cardiovascolare; il documento sottolinea inoltre come medici e infermieri presentino un rischio di sintomi depressivi sensibilmente superiore rispetto alla popolazione generale.

La relazione introduce però un elemento politico e culturale nuovo: il burnout non viene considerato esclusivamente un problema individuale o occupazionale bensì diventa una questione di sicurezza clinica: pertanto la tutela del benessere psicofisico di chi cura viene quindi ricondotta direttamente alla tutela dei pazienti e alla qualità dell’assistenza erogata, diventa lapalissiano affermare che vada curato chi cura!

La legislazione italiana durante la fase della tragedia dell’epidemia del COVID 19 era intervenuta a potenziare la presenza di psicologi nelle Aziende sanitarie a tutela della salute mentale e psicologica dei professionisti sanitari e sociosanitari in particolare di quelli nelle prime linee più critiche dell’organizzazione ospedaliera e distrettuale.

Durante l’emergenza COVID-19, il legislatore italiano ha adottato misure volte a rafforzare il Servizio sanitario nazionale, riconoscendo l’importanza della tutela della salute mentale e psicologica degli operatori sanitari, in particolare, il Decreto-Legge 19 maggio 2020, n. 34 (cd. Decreto Rilancio), convertito dalla Legge 17 luglio 2020, n. 77, ha disposto il potenziamento del Servizio sanitario nazionale e delle risorse professionali necessarie per fronteggiare l’emergenza epidemiologica, successivamente, la Legge n. 178/2020 e il Decreto-Legge n. 73/2021 hanno rafforzato i servizi di psicologia e supporto psicologico, riconoscendo l’importanza della tutela della salute mentale e del benessere psicologico sia della popolazione sia degli operatori sanitari impegnati nell’emergenza e l’attuazione estesa e progressiva del nuovo PASNM potrebbe e dovrebbe potenziare questa scelta strategica.

Un obiettivo europeo: un milione di professionisti in più

La proposta più rilevante sul piano politico è la richiesta alla Commissione europea di elaborare una strategia strutturale e di lungo periodo per il personale sanitario europeo, finalizzata ad aumentare la forza lavoro di almeno un milione di professionisti nel corso del QFP 2028-2034.

Non si tratta di un semplice piano di assunzioni, infatti, la relazione propone una strategia integrata che comprenda formazione, reclutamento, valorizzazione professionale, aggiornamento delle competenze, condizioni di lavoro, sviluppo delle carriere, mobilità e permanenza nel sistema sanitario.

Finalmente è stato posto l’obiettivo è costruire una vera politica europea per il personale sanitario, superando interventi frammentari e risposte emergenziali che si sono dimostrate insufficienti, come ben dimostra anche la situazione del nostro SSN.

Perciò la costruzione di organici sicuri uguale a sicurezza del paziente diviene parametro di governance, infatti, tra le innovazioni più significative vi è la richiesta di definire principi europei comuni in materia di dotazione di personale adeguata e sicura attraverso l’adozione di standard condivisi sugli organici e sui carichi di lavoro, valutando anche l’opportunità di strumenti normativi più vincolanti (dei quali la nostra legislazione ne ha quanto mai bisogno) in quanto finalmente si afferma il principio di grande rilevanza: un organico insufficiente non rappresenta soltanto una criticità gestionale o finanziaria, ma un rischio per la sicurezza dei pazienti e per la qualità dell’assistenza e, quindi, la dotazione di personale viene così elevata a indicatore strategico di governo dei sistemi sanitari, era ora…

Professioni sanitarie usuranti: il riconoscimento di una responsabilità pubblica

Altrettanto strategica e fondamentale quanto discontinua è l’invito agli Stati membri a riconoscere formalmente il carattere usurante delle professioni sanitarie, mi auguro tutte, nessuna esclusa.

Correlate a questo riconoscimento sono l’attuazione di politiche concrete: retribuzioni adeguate, stabilità lavorativa, rispetto dei tempi di riposo, limitazione dei turni eccessivi, tutela della salute mentale e contrasto alla precarietà; in questa prospettiva, il miglioramento delle condizioni di lavoro non viene presentato come una mera rivendicazione sindacale, ma come una condizione necessaria per garantire la sostenibilità futura dei sistemi sanitari europei.

Investire nei giovani per garantire il ricambio generazionale

Particolare attenzione è dedicata, giustamente e opportunamente alle nuove generazioni di professionisti: finalmente la massima Assemblea dell’Unione Europea afferma con chiarezza che studenti, specializzandi e giovani professionisti non possono essere utilizzati come strumenti per compensare le carenze strutturali di organico.

Per questo vengono richiesti percorsi formativi adeguatamente finanziati, tirocini retribuiti, tutela previdenziale, protezione della genitorialità, supervisione qualificata e standard europei di qualità per la formazione specialistica…in poche parole basterebbe che di quanto sopra se ne facesse carico la contrattazione collettiva sia della dirigenza sanitaria che del comparto con veri e propri contratti di formazione lavoro sia per gli specializzandi della dirigenza sanitaria che per i tirocini dei laureandi delle altre professioni sanitarie assicurando loro i medesimi diritti, anche previdenziali, dei colleghi già incardinati nel SSN nel rispetto della loro specificità di periodo di formazione sia post laurea che pre laurea.

In tale contesto si inserisce anche la proposta di un programma Erasmus dedicato alle professioni sanitarie, destinato a rafforzare la cooperazione europea nella formazione e nello sviluppo delle competenze.

Contrastare i deserti sanitari e ridurre le disuguaglianze territoriali

La relazione riconosce infine che la crisi del personale non colpisce tutti i territori nello stesso modo: le aree rurali, montane, insulari, periferiche e soggette a spopolamento sono esposte a squilibri molto più profondi rispetto ai grandi centri urbani, pertanto la risposta delineata dal Parlamento europeo supera una visione esclusivamente economica del problema affiancando agli incentivi salariali misure per l’abitazione, le opportunità di carriera, la formazione, l’utilizzo della telemedicina e il rafforzamento dei servizi di prossimità.

Il messaggio politico che emerge dalla relazione è chiaro: garantire la presenza di professionisti sanitari in tutti i territori dell’Unione non è soltanto una questione di organizzazione dei servizi, ma un requisito essenziale per la coesione sociale, l’eguaglianza tra cittadini e la tenuta stessa del modello europeo di welfare.

Intelligenza artificiale: liberare tempo clinico, non sostituire le persone

La digitalizzazione viene vista come parte della soluzione, ma con un limite molto chiaro: tecnologie digitali e IA possono ridurre gli adempimenti amministrativi, ottimizzare l’organizzazione, migliorare l’accessibilità dei servizi e liberare tempo dei professionisti.

Ma il principio stabilito è: la tecnologia deve integrare il lavoro umano, non sostituirlo, questo comporta anche investimenti nella formazione digitale del personale e una riorganizzazione delle competenze.

Donne e sanità: il 78% della forza lavoro

La crisi presenta inoltre una fortissima dimensione di genere in quanto le donne costituiscono circa il 78% del personale sanitario europeo e, in circa metà degli Stati membri, rappresentano oltre il 90% degli infermieri.

Eppure, persistono differenze salariali, minori opportunità di carriera e maggiore esposizione a violenza e molestie, la relazione richiama un divario di 24 punti percentuali nelle retribuzioni mensili medie tra uomini e donne nel settore sanitario e assistenziale.

Da qui le proposte su conciliazione famiglia-lavoro, servizi per l’infanzia, tutela della maternità, contrasto alla discriminazione e alla violenza e sostegno al rientro professionale.

La chiave politica della relazione

Il messaggio che emerge può essere sintetizzato così: l’Europa rischia di avere più bisogno di cure proprio mentre diminuiscono le persone disponibili a garantirle; infatti, l’invecchiamento della popolazione aumenta la domanda mentre l’invecchiamento dei professionisti riduce l’offerta.

Burnout, precarietà, retribuzioni insufficienti e condizioni di lavoro difficili accelerano le uscite dal SSN, i deserti sanitari amplificano le differenze territoriali, nel frattempo malattie croniche, tumori, patologie cardiovascolari, salute mentale e benessere psicologico, resistenza antimicrobica e possibili nuove emergenze aumentano la pressione sui sistemi.

Per questo la relazione Fourlas-Razza cerca di spostare il dibattito europeo dalla gestione della carenza alla programmazione della capacità sanitaria dell’Europa: la parola d’ordine del milione di professionisti in più è il simbolo quantitativo di questa impostazione; organici sicuri, formazione, condizioni di lavoro, salute mentale e benessere psicologico, coesione territoriale e finanziamento europeo ne rappresentano gli assi portanti.

Il messaggio forse più significativo per la comunicazione pubblica è che la crisi del personale sanitario non riguarda soltanto chi lavora in sanità: riguarda direttamente il diritto del cittadino a essere curato in tempo, vicino a casa e in condizioni di sicurezza.

Per questo è quanto mai non solo auspicabile anzi indispensabile che anche il nostro Parlamento e il Governo nazionali e quelli delle Regioni e Province autonome assumano da subito come linee portanti, tutte nessuna esclusa, della loro politica e della loro programmazione per la Sanità i contenuti innovatori contenuti nella relazione approvata dal massimo Organismo democratico dell’Unione Europea: in sintesi “va curato chi cura affinché curi bene”.

Saverio Proia

22 Settembre 2026

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