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La morte annunciata (con precise responsabilità) del SSN

25 GIU - Gentile Direttore,
il filosofo giurista americano Rawls, scomparso agli inizi di questo secolo, scriveva che “le persone, per promuovere il più possibile i propri interessi, devono stabilire istituzioni sociali per il mutuo vantaggio. Persone impegnate a progettare una società giusta sceglierebbero di organizzare un servizio sanitario nazionale al fine di assicurarsi di non essere mai privati di un intervento medico necessario”.
 
Il capitolo Sanità del “Contratto per il Governo del Cambiamento”, sottoscritto da Movimento 5 Stelle e Lega un anno fa, apre con un’affermazione perentoria che non lascia adito a dubbi sulle intenzioni dell’Esecutivo per il destino della sanità pubblica: «È prioritario preservare l’attuale modello di gestione del servizio sanitario a finanziamento prevalentemente pubblico e tutelare il principio universalistico su cui si fonda la legge n. 833 del 1978 istitutiva del Servizio sanitario nazionale. Tutelare il Ssn significa salvaguardare lo stato di salute del Paese, garantire equità nell’accesso alle cure e uniformità dei livelli essenziali di assistenza».
 
Questa rassicurante dichiarazione di intenti esclude perentoriamente ogni forma di privatizzazione del Ssn e conferma la volontà di tutelare i princìpi fondanti della L. 833/78 quali equità ed universalismo. E il programma riportava inoltre che «È necessario recuperare integralmente tutte le risorse economiche sottratte in questi anni con le diverse misure di finanza pubblica, garantendo una sostenibilità economica effettiva ai livelli essenziali di assistenza attraverso il rifinanziamento del fondo sanitario nazionale, così da risolvere alcuni dei problemi strutturali».

 
Sembrerebbe che Rawls ed il governo italiano siano perfettamente d’accordo. Questa sarebbe una buona notizia. Purtroppo, nei fatti sta avvenendo esattamente il contrario. Stiamo chiaramente andando verso una privatizzazione del sistema e ad una finanziarizzazione della salute. D’altra parte, il 10,7% del PIL ed il 10% degli occupati rientrano nella filiera della salute e costituiscono non solo un costo ma un’opportunità, come evidentemente qualcuno ha capito.
 
Tra i motivi che stanno causando la morte del SSN non ultimo è quello della carenza di medici. Per tamponare la falla, oramai siamo alle cure palliative. In Molise si chiamano i medici militari, altrove si richiamano in servizio i medici pensionati. Questo stato di fatto è stato persino rilevato dalla rivista Lancet in un articolo che, a mio avviso giustamente, attribuiva la situazione a politiche fallimentari di gestione del personale (Italy calls on retired doctors to fill health worker gap: experts say that the shortfall of doctors has been fuelled by poorly conceived policies for healthworker recruitment dating back 10 years). Molti concorsi vanno deserti soprattutto per le specialità più a rischio.
 
Perché questa carenza di medici disposti a lavorare nel SSN? Direi per più motivi: carichi di lavoro eccessivi ed a volte insopportabili, contenzioso medico legale (in parte mitigato dalla legge Gelli) e livello salariale inadeguato ad una categoria professionale altamente specializzata, mancanza di prospettive e frustrazione da iperburocrazia. Cui si aggiunge la mancata programmazione degli accessi alla facoltà di medicina ed alle scuole di specializzazione.
 
Il sistema sanitario italiano ha subito, a partire dagli anni ’90, un processo di aziendalizzazione determinato dai profondi cambiamenti dell’ambiente esterno in termini di dinamiche della domanda e di definizione dei bisogni. In questa situazione l’equilibrio tra aspettative politiche, professionali, sociali e istituzionali non è stato mai trovato. Per quanto riguarda i medici siamo passati dal giustificare i bassi compensi con la l’eccessiva offerta (la cosiddetta pletora medica) al volere ignorare completamente la prima legge del mercato cioè l’equilibrio tra domanda ed offerta.
 
I medici adesso sono pochi ma continuano ad essere molto sottopagati. Per di più sono da dieci anni senza contratto e si sta ancora trascinando la discussione per una minima rivalutazione economica a fronte di un ulteriore peggioramento delle condizioni di lavoro. Questo può significare solamente che lo Stato ha deciso di abbandonare il sistema universalistico delle cure. Non ci possono essere alternative valutazioni.
 
Ora la domanda è: quanto si può sopravvivere il sistema in queste condizioni? Molto poco. I tentativi che si stanno facendo di sostituire in parte il personale medico mancante con specializzandi agli ultimi anni di corso può tamponare solamente in misura modesta il buco creatosi. Inoltre va tenuto presente che un provvedimento del genere deve comunque tenere conto di due cose fondamentali: gli specializzandi non potranno essere destinati ad ospedali in cui non sia garantita una didattica adeguata che poi sono proprio quelli dove maggiormente si fanno sentire le carenze di personale medico; inoltre ci deve essere chiarezza assoluta sul contesto normativo e giuridico per evitare di esporre a possibili controversie legali direttori generali, direttori di struttura e medici stessi.
 
Se poi si vuole puntare sull’effetto dell’aumento delle borse per le scuole di specializzazione, si dovranno attendere anni. Intanto scout che provengono dall’estero vengono a reclutare i nostri laureati che in genere sono ben preparati, ottenendo così a nostre spese professionisti di valore che la mancata programmazione e l’approssimazione assoluta delle politiche sanitarie ci fanno perdere.
 
Certamente la crisi viene da lontano e non può essere attribuita all’operato di un solo governo. Rimane pur tuttavia una domanda semplice che i cittadini dovrebbero porsi. Non potendo più dare per scontato il sistema sanitario universalistico che bene o male garantisce trattamenti sanitari per tutti, che cosa se ne faranno i pazienti-cittadini delle mance elettorali continuamente promesse ed erogate dalla politica? Sono coscienti che proprio queste drenano definitivamente risorse dai servizi pubblici e in primo luogo dalla sanità, quindi dal loro diritto alle cure?
 
Sergio Barbieri
Vicepresidente CIMO

25 giugno 2019
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