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Dottor Riccio, la vita ha di per sé una dignita intoccabile

12 GEN - Gentile Direttore,
ho letto la lettera del Dott. Riccio, relativa al caso di Tafida Raqeeb e mi sento in dovere di rispondere, in quanto faccio parte del collegio difensivo italiano dei suoi genitori. In primo luogo, vorrei far notare al dott. Riccio che egli nulla sa delle reali condizioni della paziente e dunque dovrebbe astenersi dal presupporre di conoscere le sue condizioni di salute e soprattutto dal concionare sul comportamento dei suoi curanti. Privacy impone il mio silenzio, ma posso affermare che ciò che dice è totalmente privo di fondamento.
 
Aggiungo che, in realtà, nemmeno i medici più preparati conoscono, mai, le reali condizioni di coscienza e tanto meno la volontà dei propri pazienti.
A parte i casi eclatanti di risvegli con ricordi precisi di quanto accaduto, mentre il paziente era definito del tutto incosciente, dovrebbe essere sufficiente porsi di fronte al mistero della coscienza e della vita stessa, per farci fare un passo indietro ed ammettere che possiamo solo inchinarci di fronte ad esso e servirlo al nostro meglio.

 
In nessun caso, possiamo ritenerci in grado di stabilire che il "best interest" di qualcuno sia portarlo al decesso.
Perché il primo fondamentale interesse di ciascuno di noi è vivere.
Se davvero si potesse affermare che una persona inattiva, perché invalida, disabile, ammalata, non ha una dignità e soprattutto non ha una vita "utile", dovremmo vietare definitivamente l'uso dei dispositivi di rianimazione e l'intubazione, anzi, di più, dovremmo cessare la pratica della medicina e chiudere gli ospedali.
 
Ma l'anelito dell'uomo è molto più alto che non lavorare, produrre, guadagnare, mangiare, bere e divertirsi...
Per questo da sempre ci si prende cura di tutti, soprattutto dei più deboli, nel modo migliore e con tutto ciò che scienza, tecnica, progresso e ingegno mettono a disposizione.
 
Per questo un medico mai dovrebbe pensare di poter decidere della vita e della morte di un paziente.
Lo sapeva meglio Ipppcrate (quasi 400 anni prima di Cristo!), dei medici del 2000 d.C. che non si dà la morte né l'aborto...
Solo una cosa condivido di tutto quanto ha scritto il dott. Riccio: che è necessaria una seria riflessione sul valore della vita. Con una fondamentale differenza.
 
Io auspico una decisa e immediata inversione di rotta, perché solo riconoscendo che la vita ha di per sé stessa una dignità intoccabile, che il suo vero valore è ben altro e ben più alto e non soggiace alla valutazione utilitaristica tipica di questo tempo, e solo riconoscendo che ogni euro speso per curare è sempre guadagnato e mai perso, si può ritornare all'etica di una medicina al servizio del malato (cioè dell'uomo), invece che del guadagno.
 
E soprattutto si può e si deve tornare a vedere l'uomo come "persona", invece che come mezzo, oggetto, ostacolo o nemico.

Avv. Monica Boccardi
Patrocinante in Cassazione

 

12 gennaio 2020
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