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Infermieri. Se ci umiliamo da soli

18 GEN - Gentile Direttore,
da  settimane frequento l’ospedale da vicino perché mio padre è malato. Sono convinta che quelle che chiamano  competenze avanzate e la lotta infaticabile e  ingannevole di chi  le sostiene, più o meno consapevolmente, siano quanto di più fuorviante vi sia oggi rispetto alla realtà dei malati e degli infermieri.
 
Osservare l’accadere nei reparti, e supplire  a ciò che non accade, accomuna gli sforzi di cura di una figlia, o di chi altro ama il malato, a quelli di medici ed infermieri che si trovano in una situazione impossibile, facendo apparire  l’impossibile come  possibile, e finire per crederci.
 
Questa realtà permette di cogliere un paradosso vitale e  cruciale nel mondo del lavoro, non solo sanitario, ma contemporaneo: il non poter mettere tutto  noi  stessi nel lavoro di cura che svolgiamo. La carenza degli organici nei luoghi della cura  ormai è riprovevole.
 
Il lavoro è tale quando consente di donare liberamente le proprie passioni, l’intelligenza, l’entusiasmo che si ha nel farlo, quando permette di esprimere la parte migliore di noi (essere)  per  incontrare la parte migliore dell’altro, sia esso un professionista  o il malato; il più elevato degli incentivi.

 
Se non è chiaro chi sei e se non  hai l’autorevolezza per esprimerlo o  la protezione rappresentativa per disobbedire, quando non ti è permesso di essere,  il lavoro in sanità (ma non solo) si ferma sull’uscio dell’oikos (casa), dell’umano (Luigino Bruni ,2017), perdendo l’eccedenza e la gratuità (l’essere) che accompagnano la tecnica, le buone pratiche.
 
Con i contratti di  lavoro oggi si compra solo la parte meno importante del lavoro, quella che non qualifica, quella che  consente l’esercizio di un lavoro meccanico lasciando fuori dimensioni motivazionali, spirituali, ontologiche del lavoro che tanto contano quando affidiamo i nostri cari  ai curanti.
 
Per un  infermiere rinunciare a donare quella parte di sé, che meglio lo connota, comporta che il dipiù del “dono lavoro” venga riassorbito in un contratto, e quindi scompaia (Alter ,2009) e compaiono, tristezza, cinismo,  senso di ingiustizia. L’infermiere questo non può permetterselo perché se rinuncia ad essere, sarà sempre meno certo e visibile.
 
Nei reparti oggi si osserva  incuria politica  e sofferenza, dell’uomo malato e dell’uomo curante.
Un giorno ci diranno  quello che i dirigenti della Bekaert di Figline Valdarno hanno scritto ai loro operai: “caro collega non abbiamo più bisogno di te, del tuo operato” (D.Guarino,D.Calosi, 2019) e addestreranno, ad un costo minore,  operatori socio sanitari, all’uso di tecniche infermieristiche, più o meno complesse,  mediante formazione regionale.
 
 E lo faranno con lo stesso cinismo garbato utilizzato  dai Capi BeKaert  perché “(..) la sovrastruttura culturale dominante di carattere neo-liberista ha occupato anche l' inconscio di ciascuno di noi, impadronendosi del nostro pensiero che risulta sbriciolato, frammentato in una visione egoica ed individualistica fondata sulla competizione”(R.Varvara, Qs 2019).
 
Il pensiero del giurista Benci e del medico legale Rodriguez promuove le competenze avanzate sostituendosi  al pensiero politco-progettuale di chi dovrebbe rappresentarci. Il loro pensiero  ignora però  il fatto che niente  potrebbe impedirci di essere infermieri avanzati, già dal 1992. I medici non sono la causa del problema e questo pensiero, eticamente, non andrebbe pensato.
 
La verità è che ci umiliamo da soli. Il blocco base delle competenze infermieristiche, ha un valore specifico di per sé con il quale costruire spazi dimensionali complessi, non dobbiamo acquistarlo  da un blocco base non proprio, per avanzare; cosi facendo  gli spazi vuoti restano vuoti.
 
Chi può impedire  già oggi ad un infermiere di:
- prescrivere obiettivi sulla  diagnosi infermieristica  di  “adattamento inefficace alla malattia”;
- conoscere i modelli  esplicativi di salute e di malattia dei malati, rilevarne le dissonanze organizzative con il sistema e correggerle;
- valutare se un consenso è davvero informato o no e rendicontare su di esso;
- rafforzare una informazione già data su una patologia, utilizzando un linguaggio piano , non tecnico perché l’informazione possa essere realmente compresa; o informare rispondendo a domande fatte utilizzando la propria conoscenza;
- usare, per un libero professionista,   carta intestata in cui prescrivere, per esempio,  elementi di cura pedagogica sul bisogno di amore di un malato;
- occuparsi della nozione di vita/morte durante il processo di vita di un malato e rendere tracciabile la maturità del processo di consapevolezza della propria finitudine attraverso lo strumento del “process maturity model e garantire che il processo di maturità continui.
 
Chi ha impedito alla dirigenza infermieristica aziendale  e rappresentativa di valorizzare le competenze acquisite dagli infermieri, mediante il blocco base formativo e/o i tanti master già in essere,  invece di rendere loro la vita impossibile perché pensano e   lamentano discrepanza  tra teoria e pratica?
 
Cosi l’infermieristica morirà; distoglieremo sempre più l’attenzione da ciò che autonomamente potremmo fare per  “aiutare a vivere” (M.Francoise Colliere, 1992) chi soffre.
 
Occorrerebbe invece:
- iniziare a riflettere sul significato morale dei pensieri e delle analisi sulle nostre questioni, non tutti i discorsi sono egualmente etici; dobbiamo imparare a distinguere ed a scegliere fra quelli che lo sono di più;
- portare la laurea a 5 anni, rimanere nella formazione universitaria e non regredire con i corsi regionali.  Cercare cultura e meno tecnica.
 
Domenica sera ho visto il filmato “che ci faccio qui” su Scampia  di Domenico Iannacone . Il giornalista ha imposto un cambio di passo , la sua aritmia, utilizzando uno stile narrativo avulso dal sistema, ridando una identità  ad un canale, Rai 3, che cosi ha ritrovato anche il suo pubblico (A.Parrella, 2019). Che ci sia da esempio.
 
Cavicchi ha ragione: “perdere il valore della concertazione” (oltre la Consulta) non significa diventare autonomi, ma insignificanti, incapaci di segnare con pensieri, simboli, espressioni proprie la medicina. Questa è una nozione morale che scelgo e  promuovo.
 
Marcella Gostinelli
Infermiera

18 gennaio 2020
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