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Sanità privata: tanti investimenti in tecnologie e strutture ma poco o nulla per il personale

21 SET - Gentile Direttore,
le manifestazioni di protesta e sciopero del 16 settembre scorso hanno portato alla ribalta una volta di più le problematiche che la sanità privata accreditata deve affrontare e non più rinviare. Non è inutile ricordare (l’abbiamo scritto numerose volte) che il SSN prevede che “l’assistenza ospedaliera venga erogata dalle strutture pubbliche e dalle strutture private convenzionate”, oggi accreditate, ossia in possesso di specifici requisiti, “nell’osservanza della libera scelta del cittadino”.
 
E il trend degli ultimi anni ha ben evidenziato il ruolo acquisito che, al di là delle convinzioni politiche e di come sia stato raggiunto, è un dato di fatto incontrovertibile. Vale circa il 30% nelle prestazioni per acuti (ma con Regioni in cui raggiunge e supera il 40 %) ed oltre il 60 % in quelle per post acuti (riabilitazione e lungodegenza).

Organizzazioni profit e non profit hanno investito e stanno investendo molto in campo sanitario andando a realizzare situazioni di eccellenza, accanto ad altre diciamo meno significative. E gli investimenti oggi stanno continuando nella convinzione che la sanità ne abbia bisogno sia per colmare le difficoltà del pubblico, ma anche perché in ogni caso rappresentano un business piuttosto sicuro anche per gli anni a venire.

Si tratta di un sistema di prestazioni pubbliche erogate per conto del SSN da parte di soggetti privati.
 
Questo lo scenario, possiamo dire consolidato, in cui è venuto il momento di affrontare due aspetti fondamentali da tempo emersi e che dato il ruolo acquisito dal settore mette ancora di più in luce le gravi contraddizioni divenute ormai vere e proprie criticità.
 
La prima criticità è legata alle strutture in relazione ai servizi offerti che in larga parte dei casi sfuggono al possesso dei requisiti previsti per l’accreditamento. Come ad esempio nel caso, ben noto, dei servizi per l’emergenza-urgenza. Ciò che pone la necessità di rivedere tutto il sistema di accreditamento.

E d’altra parte è pur doveroso sottolineare la partecipazione di molte strutture nel sostegno alle pressanti richieste provocate dalla pandemia in corso, che non deve rappresentare tuttavia un “una tantum” con ritorno appena possibile alla modalità “scelta delle prestazioni”.
Sono innegabili comunque i notevoli investimenti a livello di strutture sia come nuove costruzioni, sia come acquisizione e ristrutturazione di edifici esistenti, sia a livello di tecnologie e apparecchiature di ultima generazione, sia per i molteplici servizi diffusi anche sul territorio.
 
Tutto questo impegno positivo e negativo insieme viene però a porsi in contraddizione con la seconda criticità, molto più complessa e frammentata, legata a coloro i quali hanno il compito insostituibile di far funzionare strutture, tecnologie e servizi: il Personale.

Infatti senza la competenza, la specializzazione, l’esperienza, la dedizione ad un così delicato lavoro del personale medico e sanitario a nulla servono gli sforzi finanziari messi in campo. Lo si è visto anche nella recente crisi pandemica. Strutture e tecnologie si possono rendere disponibili in pochi giorni, ma la vera emergenza è derivata dalla mancanza di personale, dalla mancanza di coloro che sanno fare la diagnosi, sanno definire il grado di gravità, scegliere una terapia, fare assistenza e in molti casi, troppi, dimenticando anche se stessi e contagiarsi per curare quanti a loro sono affidati. Diversamente da strutture, apparecchiature e servizi ci vogliono anni e anni per portare medici e sanitari ai livelli di preparazione necessari.
 
Tutto questo si viene ad inquadrare in un trattamento di trascuratezza riservato al Personale, in mancanza di un contratto da quattordici anni con una ricaduta interna alle strutture che rasenta il caos.

Per i Medici è stata avanzata con ARIS un’ipotesi di accordo il 16 giugno scorso sulla falsariga del CCNL firmato sempre da ARIS (e firmato anche da Anaao Assomed nel settembre 2019) per i laureati non medici a cui è stato riconosciuto lo stato dirigenziale (dirigenza SPTA) così come per il settore pubblico.

Ma l’ipotesi di accordo rimane sospesa.

Il 10 giugno AIOP e ARIS firmano una pre-intesa che classifica il personale “non dirigente” in sei categorie dalla A alla E, che comprende anche i laureati non medici (biologi, fisici, chimici, ecc.) inquadrati nella categoria “E”.

Ci si trova dunque per gli stessi laureati non medici dinanzi ad una diversa modalità di inquadramento, (dirigenziale in un contratto, non dirigenziale nell’altro) con le relative difformità normative e retributive.
Per i Medici nulla.
 
Alcune Regioni nel frattempo hanno avanzato la proposta di intese parziali, mentre a livello periferico dove le Amministrazioni sono testimoni del disagio crescente ci si dibatte nel tentativo di definire complicati accordi decentrati (in alcuni casi si sono raggiunti accordi e firme, in altri sono in corso trattative grazie alla collaborazione tra Amministrazioni e organizzazioni sindacali, tra cui Anaao Assomed).
 
Ma le difficoltà sono dovute principalmente al coesistere al momento nelle stesse strutture di contratti diversi oltre a ipotesi di accordo diverse: CCNL simile al pubblico con relativa normativa e retribuzione per una parte dei medici e sanitari, Contratto ARIS/AIOP 2002/2005, per un’altra parte dei medici e sanitari (con un parziale accordo economico 2009/2010), con stato giuridico, normativa e livelli retributivi totalmente diversi, CCNL con ARIS per la Dirigenza SPTA, pre-intesa con AIOP/ARIS per lo stesso personale SPTA, pre-intesa con ARIS per i medici in sospeso.
 
Non è difficile immaginare quanto sia poco sostenibile avere in servizio figure professionali con gli stessi requisiti, stesse funzioni, stesse prestazioni, ma in realtà totalmente diverse. Per non parlare dei non pochi ricercatori degli IRCCS e della presenza in alcune strutture di soli contratti libero-professionali.
Allo stato giuridico inspiegabilmente diverso, che riconosce assistenti A e B, aiuti, aiuti dirigenti e responsabili si affiancano nella stessa Unità Operativa posizioni dirigenziali con incarichi professionali e gestionali, e vi si accompagnano livelli retributivi diversificati con differenze anche del 30 % all’interno non solo della stessa struttura, ma anche della stessa Unità Operativa.
 
Assistiamo dunque ad un atteggiamento a dir poco miope da parte delle organizzazioni datoriali, con le strutture che ne fanno parte a dirigere ogni sforzo economico-finanziario ed organizzativo unicamente verso investimenti strutturali e tecnologici, pur indispensabili, trascurando al contrario la valorizzazione del capitale umano.

Valore della prestazione, retribuzione, carichi di lavoro che significa garanzia di sicurezza anche per gli utenti, stato giuridico, incarichi, trattamenti economici. Il riferimento al pubblico certo non può essere automatico, ma rappresenta pur sempre un termine di confronto per prestazioni che comunque appartengono e vengono erogate nell’ambito del SSN e vengono remunerate con soldi pubblici.

Da non dimenticare poi i diritti normativi, il riconoscimento ad avere proprie rappresentanze, spesso ammesse ai tavoli di confronto con riluttanza o addirittura non ammesse con argomenti del tutto speciosi.
 
Insomma siamo davanti a comportamenti di incomprensibile trascuratezza e resistenza nei confronti del Personale, medici in particolare ormai difficili da reperire ed estremamente facili da perdere per i richiami, che non mancano, da parte di situazioni più gratificanti.

Comportamenti da rivedere con urgenza sia da parte delle organizzazioni datoriali sia da parte dei datori di lavoro. Comportamenti che vanno indirizzati verso un realistico impegno per una sanità che non sia considerata esclusivamente impresa, dove i pazienti non siano assimilati a clienti qualsiasi e siano affidati a medici e sanitari trattati con il dovuto riconoscimento.
 
Fabio Florianello
Esecutivo Nazionale Anaao Assomed
Coordinatore Commissione Sanità Privata Accreditata

21 settembre 2020
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