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L’infarto è causato anche da denti e gengive poco curati?

Una frequentazione regolare dal dentista potrebbe un giorno rivelarsi preziosa anche per difendersi dall’infarto. E’ ancora presto per dirlo, ma STABILITY, un ampio studio di popolazione condotto su oltre quindicimila pazienti sembra indicare una stretta correlazione tra parodontopatie e malattia coronarica.

10 APR - Le parodontopatie potrebbero presto essere etichettate come il prossimo fattore di rischio per malattie cardiovascolari. La notizia viene dallo studio STABILITY, pubblicato su European Journal of Preventive Cardiology*. Oltre 15 mila pazienti con coronaropatia cronica sono stati chiamati a dare informazioni sulle condizioni dei loro denti e gengive; il risultato è stato che gli indicatori di parodontopatia (pochi denti residui, gengive sanguinanti) sono associati a vari fattori di rischio cardiovascolari biologici e socioeconomici.
 
Di converso, una bassa prevalenza di segni di parodontopatia è risultata associata ad una scarsa presenza di fattori di rischio cardiovascolari, quali bassi livelli di glicemia, di colesterolo LDL, di pressione arteriosa sistolica e ad una minor ampiezza della circonferenza al punto vita. Anche diabete e abitudine al fumo di sigaretta risultano meno rappresentati tra i pazienti con più denti, che erano poi anche quelli con più elevato livello di istruzione ma anche di stress lavorativo e di consumo di alcolici.
Lo studio STABILITY ha interessato 15.828 persone, arruolate presso 39 nazioni e tutte con cardiopatia ischemica cronica e almeno un ulteriore fattore di rischio cardiovascolare; ai partecipanti allo studio è stato chiesto di dare informazioni sullo stato della loro salute dentale, attraverso un questionario su stile di vita, numero di denti residui e presenza o meno di gengive sanguinanti; tutti sono stati inoltre sottoposti ad una visita medica e ad esami del sangue.
 
I risultati hanno mostrato un’elevata prevalenza di edentulia: il 16% riferiva edentulia totale, mentre il 41% aveva meno di 15 denti residui (dati questi che hanno sorpreso non poco gli autori dello studio); un paziente su 4 presentava inoltre sanguinamento gengivale nel lavarsi i denti. La prevalenza maggiore di edentulia e di parodontiti è stata riscontrata nei Paesi dell’Europa dell’Est; il 70% dei partecipanti inoltre si è dichiarato un ex fumatore o un fumatore ancora attivo.

Le analisi statistiche hanno evidenziato un’associazione significativa tra numero di denti mancanti e livello di colesterolo LDL, di pressione arteriosa sistolica, di glicemia a digiuno, nonché di ampiezza del giro vita. La maggior prevalenza di sanguinamento gengivale era invece associata ai più elevati valori di LDL e di pressione sistolica.
 
STABILITY è il più grande studio mai realizzato sull’argomento parodontopatie e cardiopatia ischemica; i suoi risultati evidenziano una maggior presenza di fattori di rischio cardiovascolari tra i pazienti maggiormente colpiti da edentulia e sanguinamento gengivale; per questo gli autori dello studio avanzano la proposta di cominciare a considerare lo stato di salute dei denti ‘auto-riferito’ dai pazienti, come un utile marcatore di rischio cardiovascolare. Le importanti variazioni regionali individuate dallo studio sono considerate dai ricercatori come il frutto di un complesso mix di fattori demografici, genetici e socioeconomici. Un basso livello di istruzione e l’abitudine al fumo risultano comunque fortemente correlati alle parodontiti, in maniera trasversale al fattore geografico.
 
“Il fatto che le parodontiti possano essere ritenute un fattore di rischio cardiovascolare indipendente – afferma Ola Verdin, dell’Università di Uppsala (Svezia) e primo autore dello studio – è ancora una questione molto controversa. E dunque, allo stato attuale delle conoscenze è ancora presto per dire se un’igiene dentale rigorosa possa realmente rappresentare una strategia per ridurre il rischio cardiovascolare”.
*Vedin O, Hagstro¨m E, Gallup D, et al. Periodontal disease in patients with chronic coronary heart disease: Prevalence and association with cardiovascular risk factors. Eur J Prevent Cardiol 2014; DOI: 10.1177/2047487314530660
 
Maria Rita Montebelli

10 aprile 2014
© Riproduzione riservata


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